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La sua mano stringeva la mia

Ricordo con nostalgia i giorni sereni e spensierati a Melchtal, piccolo paese della Svizzera tedesca, non lontano dall’abbazia benedettina di Engelberg, dove eravamo soliti trascorrere un periodo di vacanza nel mese di agosto, dopo la festa della Madonna Assunta. Lo zio era particolarmente sensibile e attratto dalla spiritualità benedettina dell’ora et labora e presso questi monaci trovò sempre ospitalità premurosa e gentile. Pranzavamo insieme, ci faceva giocare, andavamo a visitare abbazie, eremi, ospizi alpini e con le cremagliere salivamo verso grandi vette innevate; a volte, percorrendo stretti e ripidi sentieri la sua mano stringeva la mia, dandomi sicurezza e forza che mi pare avvertire ancora oggi. 

Melchtal, Svizzera, agosto 1958 Giovanni Battista Montini con Elisabetta  e Chiara

Gli incontri si diradarono anche a causa della salute precaria del papà, ma non le telefonate che i fratelli continuarono a scambiarsi. Durante la difficile e tormentata stesura dell’enciclica Humanae vitae lo zio chiese più volte un parere al fratello medico: mi pare ancora di rivedere il papà con la cornetta del telefono all’orecchio, discutere a lungo con don Battista.
In occasione della festa della natività della Madonna, l’8 settembre, tanto cara alla nostra famiglia, eravamo attesi a Castel Gandolfo. Qui si ricreava quella intimità antica e familiare tra lo zio e il papà. Il primo incontro era molto presto la mattina. Alle 7 partecipavamo alla messa celebrata dallo zio nella cappella privata. Uscivo da quella piccola cappella con una sensazione di grande pace, di gioia completa, di pienezza interiore.
Dopo la funzione, il papà faceva colazione con il fratello mentre noi raggiungevamo la cucina dove le carissime e sempre allegre suore di Maria Bambina ci offrivano il caffelatte con fette di torta paradiso. A quei tempi le donne, oltre a coprirsi sempre la testa con il velo, nero la mamma e bianco noi bambine, non erano ammesse alla tavola del Papa.
Durante i pochi giorni trascorsi a Castel Gandolfo, mentre gli adulti sedevano su delle poltroncine di vimini a conversare, noi potevamo liberamente scorrazzare per i giardini della villa pontificia alla scoperta di labirinti, laghetti, passaggi segreti, antiche rovine, scalando alberi o giocando a nascondino fino ad arrivare alle fattorie dove vi erano coltivazioni e animali di vario genere. Col passare degli anni, anche noi ci siamo sedute sulle poltroncine di vimini ad ascoltare lo zio e a rispondere alle sue domande.
Ricordo i due fratelli seduti vicini, così simili nei tratti e nei gesti, ascoltarsi reciprocamente con attenzione calma e profonda, passeggiare per i viali ombrosi dei giardini vaticani, parlare o lasciare che il silenzio li avvolgesse complice più di tante parole.

Rivedo la sua figura alta e sottile, i suoi occhi grigi, azzurri, chiari: lo sguardo non si limitava a guardarvi ma penetrava nei recessi del cuore; le sopracciglia accentuate, le labbra fini e delicate sceglievano con cura le parole, la fronte distesa e senza rughe: il suo viso emanava calma e pace profonda. Il suo passo era lieve e discreto ma teso in avanti ad accogliere con le braccia aperte il visitatore, qualunque esso fosse.

di Chiara Montini Matricardi

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20 agosto 2018

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