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La strana coppia

Il don Camillo cinematografico nasce come produzione italo-francese e ha avuto una buona, se non ottima, risonanza internazionale. Nell’ambito del cinema italiano, però, la serie di film dedicata al personaggio nato dalla fantasia di Guareschi è stata addirittura una delle più lunghe, longeve e di maggior successo. Cinque sono le pellicole della serie considerata ufficiale, ovvero interpretata dalla coppia Fernandel - Gino Cervi, a cui si aggiungono un sequel solo in parte spurio e una specie di remake. Per un arco temporale che va dal 1952 al 1983.

Il film che ha maggiore significato è comunque il primo, Don Camillo (Julien Duvivier, 1952), tratto da Don Camillo. Mondo piccolo. E non semplicemente perché — come capita quasi sempre — nel capostipite le idee sono più fresche. Ma perché più fresco, anzi attualissimo, in quel 1952, è ancora il contesto sociologico, storico e politico che dà senso allegorico al parroco e al sindaco di Brescello.
Le scaramucce, persino affettuose, fra i due protagonisti, sempre contrapposti ma legati da un passato comune nella Resistenza, rende un’idea semplicistica ma insospettabilmente credibile non soltanto degli equilibri ideologici dell’Italia del dopoguerra, ma anche e soprattutto di uno stato d’animo collettivo propenso alla riconciliazione nazionale. E a contenere di conseguenza lo scontro fra mondi contrapposti — come quello cattolico e quello d’ispirazione socialista — all’interno di un territorio di valori comuni, ancorché fatto spesso di confini generici e un po’ indefiniti. Per don Camillo e il comunista Peppone questo sentimento si traduce in un sottile anelito di coalizione contro tutto ciò che potrebbe alterare l’equilibrio che hanno faticosamente raggiunto. Che sia l’egoismo dei proprietari terrieri o le rispettive carriere.
I due protagonisti incarnano dunque alla perfezione questo spirito di ricerca di un compromesso. Che, fra l’altro, porta spesso a sancire il primato del piano umano su quello ideologico. La strana coppia, infatti, finisce per andare d’accordo, e persino per volersi bene, non solo grazie alle comuni, importanti esperienze del passato, ma per una questione che in gran parte è meramente caratteriale.
Anche sul fronte più popolare del grande schermo, dunque, tornano a essere presi in considerazione le qualità e i difetti strettamente personali. L’individuo torna a essere considerato in quanto tale, e non solo in rapporto alla società. Un atteggiamento che, almeno per il momento, appare come sano e liberatorio, non ancora incline, cioè, ai particolarismi piccolo-borghesi che verranno, e che la commedia all’italiana in senso stretto provvederà a sanzionare.
Ma soprattutto si tratta di un atteggiamento coraggioso e ancora abbastanza innovativo, se si considera che il film esce nello stesso anno del canto del cigno del neorealismo, Umberto D., e in un’epoca in cui si pretende ancora dal cinema italiano una tensione morale senza tentennamenti. Come dimostrerà, l’anno successivo, la condanna di Pane amore e fantasia, considerato con enfasi dalla critica «la pugnalata alla schiena del neorealismo».
Sicuramente Don Camillo sfugge a certe dinamiche anche grazie alla coproduzione francese e alla scelta di un regista d’oltralpe. Scelta che garantisce al film un naturale rifugio da polemiche di carattere strettamente nazionale. Questo distacco, però, è soltanto apparente e nominale, perché Duvivier — autore anche della sceneggiatura — sembra avere le idee molto chiare sulla situazione italiana, pur volendola calare negli schemi del cinema di genere. In tal senso, si può dire che Don Camillo stia alla realtà italiana come alcuni degli esempi del western più maturo stanno a quella statunitense: la lettera della Storia con la s maiuscola magari è labile, ma lo spirito qua e là si respira concretamente.
Altri motivi del grande successo del film, tuttavia, sono strettamente cinematografici. Innanzi tutto le ottime interpretazioni di Gino Cervi e di Fernandel. Non è facile trovare coppie altrettanto affiatate sul grande schermo. Decisamente raro, addirittura, se si cerca fra attori di nazionalità diversa. L’attore francese infatti recitava nella propria lingua e veniva doppiato con efficacia da Carlo Romano, che fu anche bravo caratterista dalla sterminata filmografia, come lo era d’altronde quella dei due protagonisti, fino a quel momento considerati per lo più ottimi gregari.
L’altro elemento che accattivò immediatamente i favori del pubblico — e che proprio Pane amore e fantasia si affrettò a condividere — è la rappresentazione di un microcosmo che appare quasi metafisico nella sua impermeabilità al caos nazionale, ma anche nella sua immediata riconoscibilità: la piazza, il campanile, la stazione, il municipio. L’Italia, insomma. Quasi una specie di presepe aggiornato che ancora oggi tanti prodotti televisivi italiani dal target nazionalpopolare si sforzano di riprodurre.
Non mancano, infine, singole scene genuinamente poetiche. Come il flashback su come si è formata una coppia di innamorati provenienti da famiglie in conflitto, o come la scena della processione in solitaria di don Camillo (anche se nel fargli portare la croce gli autori gli attribuiscono un valore simbolico eccessivo), o quella del campanile semisommerso dal fiume, visitato soltanto da una vecchia monarchica. Quest’ultima sequenza, fra l’altro, è l’esempio di un felice leitmotiv che attraversa tutta la serie dei film, ovvero scampoli di una storia italiana divenuta improvvisamente remota e quindi già di per sé lirica.
È indubbio, comunque, che allontanandosi dall’immediato dopoguerra gli altri film della serie — Il ritorno di don Camillo (Duvivier, 1953), Don Camillo e l’onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955), Don Camillo maresciallo ma non troppo (Gallone, 1961), Il compagno don Camillo (Luigi Comencini, 1965) — perderanno sempre di più il loro motivo d’essere, rimanendo, tutt’al più, simpatiche ma semplici commedie.
Un sesto episodio, Don Camillo e i giovani d’oggi, verrà girato per due terzi da Christian-Jaque nel 1970, salvo poi essere interrotto per la malattia e poi la morte di Fernandel, avvenuta l’anno successivo. Cervi e il regista si rifiuteranno di proseguire usando una controfigura per le scene di don Camillo, e così il progetto verrà accantonato e poi ripreso nel 1972, con Mario Camerini alla regia e la coppia Gastone Moschin e Lionel Stander rispettivamente nei panni del parroco e del politico. Il film, però, ha il solo merito di dimostrare come i capitoli precedenti vivessero di un’alchimia semplice ma irripetibile.

Abbastanza trascurabile è invece il remake Don Camillo (Terence Hill, 1983). A Hill, in coppia con Colin Blakely, non riesce di ricreare né la coppia Fernandel-Cervi, né quella Hill-Spencer.

di Emilio Ranzato

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22 marzo 2019

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