Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​La strage
delle bambine

Ci sono pratiche abominevoli che travalicano paesi, religioni e continenti. Pratiche che le tantissime denunce provenienti da organismi internazionali, associazioni private, chiese di ogni confessione, ong e organi di stampa non riescono a scalfire.
Ne è un esempio eclatante la sacrosanta campagna contro gli aborti selettivi in base al sesso: era il 1985 quando la scrittrice e filosofa statunitense Mary Ann Warren pubblicava il suo libro Gendercide, mentre cinque anni dopo sarebbe stato il premio Nobel per l’economia Amartya Sen a denunciare le almeno 100 milioni di donne mancanti all’appello, arrivando al più recente numero dell’ Economist Gendercide (4 marzo 2010) che ricordava anche aspetti meno noti dell’attuale guerra mondiale contro le bambine a causa dell’intersezione funesta tra tecnologia, declino nei tassi di fertilità e antichi pregiudizi. 

In mezzo articoli, convegni, libri, saggi, film, perfino telenovele, aventi di mira la florida strage delle bambine in atto principalmente in Cina e India. Denunce, lo ricordiamo, che non provengono solo dall’Occidente, ma anche dagli stessi paesi coinvolti: Sen non è stato un’eccezione. Il 2 novembre scorso «donne chiesa mondo» citava suor Devadoss Joseph Margaret, medico e religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice: non solo in India la strage di feti femminili e neonate continua a essere una realtà, ma gli aborti selettivi e gli infanticidi delle bambine crescono soprattutto nelle aree urbane, superando le barriere di casta, classe, comunità e anche il divario nord-sud (l’Associazione medica indiana stima che ogni anno vengano abortiti cinque milioni di feti femmine).
«Il dato più allarmante — ha dichiarato la religiosa — è che l’aborto selettivo prevale anche tra i ceti sociali più alti. Un’altra forma di omicidio femminile consiste nell’infanticidio intenzionale di una bambina entro il primo anno di età: se la piccola sopravvive al feticidio viene abbandonata o gettata tra i rifiuti o nelle discariche. Alcune sono bruciate vive, altre avvelenate, altre invece vengono uccise applicando veleno sul seno della madre. E ancora sappiamo di bambine vendute, torturate e picchiate. Tutta questa malvagità è dovuta all’estremo desiderio del figlio maschio diffuso tra alcune fasce della nostra società. Per fermare il feticidio e l’infanticidio femminile, liberare le bambine vessate e promuovere i loro benefici generali, dobbiamo innanzitutto fermare i test di selezione sessuale. In secondo luogo, dobbiamo creare un ambiente in cui ogni bambino non ancora nato sia accolto senza pregiudizi di genere. Terzo, dobbiamo ricordare che nessuna società può prosperare quando la metà della sua popolazione viene costantemente trattata in modo inferiore all’altra metà. Quarto e ultimo punto: qualunque legge scritta non servirà a nulla se noi, come società, non smettiamo di negare alle femmine la dignità, la libertà e le opportunità che spettano loro. E soprattutto — ha concluso suor Margaret — dobbiamo iniziare a considerarle come un patrimonio».
Principalmente Cina e India, dicevamo, ma non solo. Il 19 novembre Stefano Giantin sul «Piccolo di Trieste» ha raccontato la campagna Nezeliena (non voluta) condotta dalla ong montenegrina Centro per i diritti delle donne. «Vistosi necrologi, bordati da una cornice rosa, pubblicati fra gli annunci mortuari sui giornali, attaccati ai pali della luce e agli alberi. Nessuna foto del caro estinto, solo il profilo di una ragazzina. Il caro estinto — prosegue Giantin — è in realtà una cara estinta, protagonista di una dura campagna di sensibilizzazione che ha molto colpito in questi giorni, in Montenegro. La campagna riguarda un problema ancora irrisolto, spesso taciuto ma condiviso con tanti Paesi confinanti. Quello degli aborti selettivi, l’eliminazione all’inizio della gravidanza di una figlia femmina, non gradita. Perché si preferisce un maschio».
I dati sono quelli forniti dal Population Research Institute: dal 2000 al 2014 oltre 15.000 aborti selettivi in Albania, 7500 in Kosovo, 3100 in Macedonia, 2700 in Bosnia, 2140 in Serbia e 746 in Montenegro. Numeri impressionanti. «Un aborto che non c’entra nulla con le scelte tormentate e strazianti di tante donne che rivendicano quel sofferto diritto di decidere — ha scritto Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera» del 21 novembre — ma ha a che fare piuttosto con lo shopping (“prendiamo il corredino azzurro o quello rosa”) e con la “cultura dello scarto” su cui martella papa Francesco».
Difficile dirlo meglio. Ma esattamente con lo shopping ha a che fare l’altra parte, non detta, della storia: e cioè la selezione in base al sesso che avviene nelle nostre evolute cliniche per la fertilità. Non detta, poi, a guardar bene nemmeno tanto: nel 2007 la giornalista statunitense Liza Mundy (di cui è appena uscito lo splendido Code Girls, di cui abbiamo parlato l’8 novembre) pubblicava un libro veramente prezioso, Everything Conceivable. How Assisted Reproduction is Changing Men, Women, and the World. Il volume non è né la solita cavalcata trionfale verso un domani glorioso, né la denuncia moraleggiante di ciò che non si fa: la tesi di fondo è che se queste tecniche risolvono molti problemi, al contempo, però, ne creano di nuovi e radicali, giacché nonostante quel che si crede la procreazione assistita è la forma di riproduzione meno controllabile.
Tra le altre cose, Mundy racconta come la selezione embrionale in base al sesso stia diventando una realtà sempre più frequente: non tutte le strutture la fanno o l’ammettono formalmente, ma molte sì. Non v’è alcun modo per sapere quante ne vengano eseguite. La riduzione selettiva è il segreto meglio custodito della fecondazione in vitro negli Stati Uniti, scrive Mundy, citando uno studio dell’università dell’Illinois secondo cui il 41 per cento delle donne americane che ricorrono alla provetta optano per effettuare la selezione in base al sesso, laddove questa non presenti costi aggiuntivi. Ovviamente tutto questo avviene in modo sofisticato: non si decide in base al sesso se far nascere un feto, in base al sesso si sceglie quale feto far nascere, ma nella sostanza poco cambia.
È vero, il libro è ormai di dieci anni fa, ma quanto sono mutate le cose da allora? Se in India non si vuole una femmina perché «allevare una bambina è annaffiare l’orto del vicino» e negli Stati Uniti la si scarta perché, si sa, le ragazzine sono tanto più difficili da gestire durante l’adolescenza, stiamo davvero parlando di due mondi così diversi?

di Giulia Galeotti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE