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La storia vista dal basso

· ​Diario di un prete di campagna ·

Ciò che avvenne con l’«inutile strage» è raccontato da mille testimonianze, comprese quelle dei cappellani militari, preti che da ogni parte d’Italia furono chiamati in prima linea. Tra questi un sacerdote calabrese, don Gaetano Mauro, di cui nel 2003 è stata aperta la causa di beatificazione. Don Mauro era parroco a Montalto Uffugo, paese agricolo in provincia di Cosenza. Il suo «diario di guerra» svela stati d’animo, drammi e retroscena di quella terribile esperienza. 

Soldati in una postazione situata a Palmanova del Friuli

Quando ricevette la cartolina di precetto aveva appena compiuto 27 anni. Il 4 luglio, alle 5 del mattino, don Mauro salì sul lungo convoglio che avrebbe lentamente risalito tutta la penisola fino al fronte. Dopo tanto viaggiare, il tuono dei cannoni in lontananza segnalò finalmente la meta: Palmanova del Friuli. Alle 4 del mattino dopo i soldati si misero di nuovo in marcia fino alla destinazione finale, Romans d’Isonzo, a meno di venti chilometri da Gorizia, conquistata dagli italiani nei primi giorni di guerra e attrezzata come base per le retrovie con alcuni ospedali da campo. Di là passava gente importante o che presto lo sarebbe divenuta: Vittorio Emanuele iii, Enrico Toti, il bersagliere Benito Mussolini, Giuseppe Ungaretti.
Don Mauro rimase a Viscone fino al 4 novembre del 1917, quando fu dato l’ordine di ripiegamento dal Tagliamento al Piave come conseguenza della disfatta di Caporetto. La località della peggiore sconfitta bellica italiana oggi si chiama Kobarid ed è un comune della Slovenia. Sorge in una posizione strategica nell’alta valle dell’Isonzo, in sloveno Soča. Il 24 ottobre 1917 era solo un villaggio di retrovia. Ma lì, alle 2 del mattino, iniziò la battaglia costata all’Italia 11.000 morti, 30.000 feriti, 293.000 prigionieri, da 300.000 a 400.000 sbandati.
Don Gaetano Mauro si trovò in mezzo a tutto questo. Da Viscone cercava di comprendere cosa stesse accadendo, ma nessuno era in grado di dare notizie attendibili. Vedeva transitare dal borgo soldati con lo sguardo smarrito e il passo svelto. La ritirata doveva avvenire in fretta: questa la sola perentoria indicazione nella generale disorganizzazione dei comandi italiani. L’ordine era di attestarsi trenta chilometri indietro, in direzione sud-ovest. Che fare? I dubbi del prete erano quelli di tutti gli abitanti del paesino, che a lui si rivolgevano per avere lumi. Il 28 ottobre, domenica, la messa fu celebrata chiedendo a Dio di offrire l’ispirazione giusta sul da farsi, mentre i colpi di mortaio facevano tremare i muri e mandavano in frantumi le vetrate della chiesa. Pioveva e faceva freddo. Partire da profughi per le famiglie di Viscone, formate da donne, vecchi e bambini, non sarebbe stato facile. Si decise, dunque, di rimanere.
Ma ecco che un battaglione di bersaglieri ciclisti venne a piantare una mitragliatrice proprio accanto al casolare. Aveva il compito di difendere il ponte finché non fossero passate tutte le truppe italiane. A don Gaetano fu prima ordinato di far riparare la gente alla meglio in vista del combattimento, poi di sgombrare il rifugio perché la caduta di qualche granata poteva provocare un massacro. «Figurarsi l’effetto di quell’ordine! Fuori era un diluvio: vento ed acqua rendevano impraticabile il sentiero che menava via attraverso i campi; quei poveri disgraziati, vedendo i soldati inginocchiati accanto alla mitragliatrice e l’ufficiale ritto vicino al pezzo, col binocolo verso la collina di Medea, pensarono che stesse per cominciare il fuoco e si dettero ad una fuga precipitosa attraverso i campi. Che spettacolo il vedere quei poveri bambini aggrappati alle vesti delle madri trascinarsi dietro a loro in quella corsa disperata!». Don Mauro fu incerto, poi prese a correre anch’egli appresso agli altri. «Andai verso il paese e lo trovai invaso dalle truppe che portavano via ogni cosa; cercai di riunire tutti in Chiesa, ma tutti temevano di avvicinarsi colà per la troppa vicinanza al ponte che si sapeva già pronto a saltare in aria per le mine attaccatevi». Il sacerdote si ritrovò solo. Furono per lui istanti terribili: «Senza neanche riflettere bene a ciò che facessi, salii su e l’autoambulanza partì. Nel passare il ponte sentii una stretta al cuore ed ebbi timore che in quel momento mancassi al mio dovere, fuggendo dal luogo dove restavano le anime a me affidate». 


di Enzo Romeo

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22 settembre 2018

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