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La storia senza entusiasmo

· Elezioni politiche in Costa d’Avorio ·

Circa 5.700.000 elettori della Costa d’Avorio sono chiamati questa domenica alle urne per scegliere i 255 deputati del Parlamento. Si può a ragione parlare di un appuntamento storico. Le ultime elezioni legislative, infatti, si tennero dieci anni fa, nel 2001. Da allora il Paese è stato il teatro di una lunga crisi politica e poi di una vera e propria guerra civile durata fino al 2007 tra i sostenitori dell’ex presidente Laurent Gbagbo e i suoi avversari. Il lungo processo di ritorno alla democrazia sembrava culminato con le elezioni presidenziali, tenute nel novembre 2010 dopo numerosi rinVII, e vinte da Alassane Ouattara. Ma il rifiuto di Gbagbo di accettare l’esito delle urne ha innescato una nuova crisi e un rigurgito di guerra civile nella quale sono state uccise più di tremila persone.

Così, di riconciliazione nazionale si torna a parlare solo come di una speranza, mentre gran parte della popolazione — sostenitori di Gbagbo, ma non solo — a questo appuntamento elettorale arrivano senza alcun entusiasmo. In molte zone del Paese è ipotizzabile un’affluenza alle urne bassissima, dato il boicottaggio annunciato dal Fronte popolare ivoriano, il partito di Gbagbo, e dato che in molti non si sentono più coinvolti nella vita politica e istituzionale.

Tra l’altro, dieci giorni prima del voto, Gbagbo è stato raggiunto da un mandato di cattura della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, il tribunale permanente voluto dall’Onu per giudicare sui crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità. Il nuovo Governo ivoriano, che lo teneva agli arresti da aprile nella località settentrionale di Korhogo, lo ha subito trasferito all’Aja. L’arresto di Gbagbo, a giudizio di diversi commentatori, sembra comunque destinato a riaccendere le polemiche in Africa sulla giustizia internazionale. Finora, infatti, la Cpi ha aperto solo processi su crimini commessi nel continente.

Né in Costa d’Avorio c’è fiducia in una giustizia considerata lontana. Molti assistono agli eventi quasi con un distacco passivo, anche per il timore che il conflitto possa riaccendersi, se non altro perché nel Paese continua a circolare una quantità ingente di armi. Ma da molti, l’arresto di Gbagbo è vissuto come una sconfitta e sentito come una ferita. Oltretutto, nell’esito dell’ultimo conflitto è stato determinante l’intervento straniero, sia delle truppe della missione Liocorne che la Francia mantiene nell’ex colonia, sia dei caschi blu dell’Onuci, la missione dell’Onu, considerata alla fine dai sostenitori di Gbagbo come una forza d’occupazione. L’intervento della Francia, particolarmente attiva in questo periodo in diverse crisi internazionali, africane e non solo, fu letto da molti commentatori, non solo ivoriani, anche con motivazioni di politica interna, ma soprattutto con la volontà di tutelare i propri ingenti interessi economici nel Paese. Da parte sua, l’Onu aveva motivato l’utilizzo della forza con il dovere di protezione delle popolazioni civili, finite ostaggio dei belligeranti, oltre che come risposta agli attacchi delle milizie di Gbagbo contro i caschi blu.

Riesaminando gli avvenimenti di questi ultimi mesi, ci sono pochi dubbi che a far riprecipitare il Paese nella guerra civile sia stata l’ostinazione di Gbagbo di non riconoscere il risultato del voto certificato tanto dalla commissione elettorale quanto dagli osservatori internazionali. Ma va ricordato che il pronunciamento del Consiglio costituzionale, controllato dallo stesso Gbagbo, che aveva dichiarato nulli i voti in quattro regioni nelle quali Ouattara aveva ottenuto una forte maggioranza, si era basato sul punto che da sempre impedisce il consolidamento della democrazia ivoriana, cioè il concetto di cittadinanza, in un Paese nel quale c’è una pluridecennale e imponente immigrazione. La Costa d’Avorio accoglie sul suo territorio comunità provenienti dal Burkina Faso, dal Mali, dal Senegal, dalla Nigeria e dalla Liberia, in particolare dagli anni in cui era considerata una vetrina di sviluppo economico non solo per l’Africa occidentale, ma per l’intero continente.

Quando si è finalmente votato, è riesplosa la questione di fondo, con i sostenitori di Gbagbo che hanno accusato Ouattara di essere stato eletto dagli stranieri, intesi sia come immigrati, sia come Governi e istituzioni sovranazionali. Del resto, proprio sulla rappresentanza anche delle comunità di origine straniera Ouattara, egli stesso di famiglia in parte burkinabé, ha costruito la sua vittoria, mentre la base di Gbagbo era soprattutto tra gli ivoriani d’origine. Molti di questi nel sostegno internazionale a Ouattara hanno letto un attacco al diritto del popolo ivoriano di scegliere il proprio presidente senza interferenze estere di qualunque natura e provenienza.

Volendo approfondire il concetto, si può dire che in gioco c’è da anni la sperperata eredità politica di Félix Houphouet Boigny, il primo presidente. Questi guidò il Paese dalla fine della colonizzazione francese nel 1960 al 1993, facendone un’eccezione pacifica nel cruento contesto della decolonizzazione africana. La politica di Boigny, simbolo dell’unità nazionale, si basò sulla nozione di ivoirité , un concetto non etnico, ma politico che definisce le caratteristiche della Nazione sulla base dell’essere cittadino ivoriano e che si applica al processo di democratizzazione e persino alla vita culturale del Paese (diversi studiosi ne riassumono i termini sotto la formula di «preferenza nazionale»).

Ma quella stagione sembra tramontata e la promessa di Ouattara di essere il presidente di tutti gli ivoriani difficilmente gli basterà per essere riconosciuto come l’uomo della pacificazione nazionale. Resta anche dubbio che il sostegno internazionale alla Costa d’Avorio si traduca, nei fatti, nello scrivere una pagina di rapporti davvero paritari e solidali tra nord e sud del mondo che aiuterebbe il Paese a tornare una vetrina di pace e di sviluppo e una speranza per l’Africa tutta.

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