Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La storia di Aissa

· Punti di resistenza ·

È usanza nelle famiglie africane investire sul primogenito nella speranza che possa fare grandi cose nella vita. Nella mia famiglia quel primogenito sono io: Aissata Kone (Aissa per gli amici) e quella che sto per raccontarvi è la mia storia. Vengo da Abidjan, uno dei centri urbani principali della Costa d’Avorio, precisamente provengo da Port-Bouet un piccolo quartiere della zona sud. La mia è una città di mare che affaccia sulla costa atlantica del paese, è stata anche la capitale per un certo periodo e oggi è la capitale commerciale del paese.

Mia madre desiderava che io crescessi in Europa per potermi dare la possibilità di ambire a qualcosa di più rispetto a quello che poteva offrirmi Abidjan. Purtroppo lei morì prima di potermi vedere partire. Fu mio padre a compiere la volontà della defunta moglie decidendo di mandarmi a vivere da mia zia, la sorella di mia madre, in Francia.

Qui inizia la mia piccola personalissima odissea. Ottenere il visto francese non è cosa facile. Vengono chiesti documenti di cui ancora oggi dubito la reale esistenza. Stavamo per demordere ma mio padre decise di provare a farmi ottenere il visto italiano pensando che poi da lì sarebbe stato più facile per me arrivare in Francia.

Era il 2005 e io all’età di tredici anni stavo per salire sull’aereo che mi avrebbe portato a Roma ignara di come la mia vita sarebbe del tutto cambiata ma determinata a cambiarla. Ad attendermi a Fiumicino c’era un amico di mia zia. Qui iniziarono i primi intoppi. L’amico di mia zia, pur essendo come un membro della famiglia, non venne riconosciuto come legittimo tutore. Così le autorità, protettive nei miei confronti, mi portarono in una casa famiglia e bloccarono l’amico di mia zia per fare degli accertamenti tramite il servizio sociale internazionale. Verificarono quindi lo stato della casa di mia zia, le attività da lei svolte e la conformazione famigliare. Fecero tutti gli accertamenti necessari e capirono che la situazione in cui stavo andando a vivere non era consona per una bambina.

Nulla di grave, si badi bene, si trattava più che altro di un problema pratico: mia zia non aveva abbastanza stanze in casa e io sarei dovuta andare a vivere in stanza con mio cugino. Per i servizi sociali questa era una cosa inaccettabile in quanto non mi garantiva una crescita tranquilla. Eravamo due bambini all’epoca ma saremmo cresciuti rischiando di incorrere in una trama simile a Cime tempestose. Inoltre mia zia non lavorava, lavorava solo suo marito che stava per andare in pensione, questo non mi garantiva una vita facile di certo.

I servizi sociali decisero giustamente di farmi restare in una casa famiglia e rimandarono l’amico di mia zia a casa. Io mi sentivo smarrita ma non avevo paura, ero solo smarrita e con la ferma voglia di andare in Francia. A questo punto la mia vita venne messa davanti a un bivio. Mi portarono dall’assistente sociale che mi spiegò la situazione, mi fece capire che non sarei potuta arrivare in Francia e mi chiese quindi se volessi rimanere lì o se volessi ritornare in Costa d’Avorio. Avevo solo tredici anni e mi accingevo a prendere una delle decisioni più importanti della mia vita, se non la più importante. Un momento non facile per me che non avrei saputo affrontare di certo da sola, per fortuna trovai l’aiuto caritatevole degli assistenti sociali capaci, amorevoli e combattivi che mi hanno fatto sentire protetta. Dopo una riflessione decisi di restare. Presi questa decisione principalmente per mia madre, la sua morte per me fu un duro colpo, ero molto legata a lei ed ero sicura che mio padre si sarebbe fatto una nuova vita, com’era giusto che avvenisse, solo che per me non sarebbe stato facile accettarlo. In più sentivo su di me la volontà dei miei familiari di farmi affermare in Europa, mio padre aveva speso molti soldi per farmi arrivare in Italia. Ciò che poi ha giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta fu il fatto che sin dall’inizio in Italia sono stati tutti gentili con me, premurosi e accoglienti, mi piaceva quel posto. Sentivo che poteva essere un posto che avrei potuto chiamare casa, dovevo restare, mettermi alla prova.

Per garantire la mia permanenza in Italia venni adottata dal sindaco di Fiumicino come tanti altri minori non accompagnati. All’epoca il sindaco poteva decidere di prendere sotto la sua tutela i minori in casi di necessità per poterli accogliere in case famiglia senza doverli rimandare forzatamente al proprio paese. In quanto massima autorità cittadina si poteva fare garante di questa forma di accoglienza. Era quindi come entrare a far parte di una grande comunità come una reale famiglia. Un’accoglienza fonte di luce, speranza e crescita.

Durante gli anni del mio sviluppo fui molto seguita da tutte le educatrici della casa famiglia che vedevano in me una promettente donna. Io, dal canto mio, vedevo in loro un modello. Ero una delle più responsabili all’interno della casa. Parliamo di una realtà con bambini provenienti da ogni parte del mondo, anche bambini italiani. Molti avevano un passato difficile di violenze e soprusi da dover cancellare. Spesso mi sentivo in difficoltà con loro, quasi fossi una privilegiata.

Gli educatori sapevano come trattare ognuno di noi, come poterci far crescere al meglio. Erano la mia nuova famiglia, le mie confidenti dolci ma anche severe.

Con molti dei ragazzi non era facile fare il loro lavoro di educatori. Alcuni dei bambini volevano lavorare o volevano addirittura scappare da lì, altri semplicemente non volevano studiare. Io invece volevo solo studiare, affermarmi, emanciparmi.

Alla fine del liceo decisi di iscrivermi all’università di scienze della formazione per realizzare il mio sogno: diventare anche io un’educatrice. Ma a questo punto si presentò un ostacolo bello grande: avevo diciotto anni ero ormai maggiorenne e non potevo essere più ospitata nella casa famiglia. Non sapevo quindi dove andare a vivere. Come avrei fatto a mantenermi a Roma senza una casa? Mio padre non poteva aiutarmi e io rischiavo di tornare in Costa d’Avorio senza poter completare i miei studi. Per fortuna incontrai nella mia vita un altro esempio di accoglienza: la mia professoressa di italiano. Lei era molto affezionata a me e non sopportava l’idea che dovessi andarmene dall’Italia. Decise di ospitarmi a casa sua fino a quando non fossi riuscita a sostenermi con le mie gambe, «dove si sta in tre si sta pure in quattro» diceva sempre lei.

Oggi vivo da sola, ho quasi finito la mia specialistica e sono riuscita e realizzare il mio sogno: fare l’educatrice.

I bambini quando mi vedono sono stupiti, non si aspettano di trovare "una di loro" dall’altra parte della scrivania, questo infonde loro speranza, sicurezza, ma non mi garantisce nulla di più. L’autorevolezza genitoriale che dobbiamo assumere noi educatori deve essere sudata, è una strada lunga e per me anche più faticosa visto che sono la più giovane tra i miei colleghi. Bisogna essere severi ma anche accomodanti, a me a volte forse riesce meglio la prima della seconda ma solo perché voglio il meglio per questi bambini. Tutti noi all’interno delle strutture come le case famiglia ci impegniamo per garantire il futuro migliore per quei ragazzi. Fidatevi di me, so quel che dico: sono un’educatrice.

di Aissata Kone

Testo raccolto a cura dell’Associazione Salambò.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE