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Per la storia della Chiesa in Ucraina

· L’edizione italiana delle Memorie di Josyf Slipyj ·

Presentata la mattina del 21 novembre al papa (e in precedenza al segretario di stato, cardinale Pietro Parolin), l’edizione italiana delle Memorie di Josyf Slipyj (1892-1984) è la prima in una lingua occidentale. Scritto in Vaticano e a Nettuno tra il 1963 e il 1964 dopo quasi un ventennio trascorso nei gulag sovietici, il testo è stato pubblicato in ucraino nel 2014, mezzo secolo dopo la morte del metropolita creato cardinale da Paolo VI, e nella lingua originale ha già avuto tre edizioni. Questa in italiano, aperta da un liminare di Alberto Di Chio e dalle prefazioni degli arcivescovi maggiori Sviatoslav Ševčuk e di Lubomyr Husar (1933-2017), è introdotta da Iwan Dacko, che ricostruisce la storia del progetto editoriale (pp. 13-29), e da Luciana Mirri. Lo stesso Dacko, che di Slipyj è stato segretario, ne racconta poi «il periodo romano» e la traslazione delle spoglie a Leopoli, dove il metropolita ucraino è sepolto. In appendice sono poi raccolti documenti (pp. 419-455) sulla liberazione di Slipyj (ripercorsa nella parte introduttiva da Mirri), le sue relazioni a Giovanni XXIII e a Paolo VI (pp. 457-487), un suo rapporto sulla persecuzione risalente al 1980 (pp. 489-498) e il testamento spirituale (pp. 499-525). Torna così con una fonte importante e molti documenti la figura di un cristiano che ha segnato la storia del cattolicesimo nel Novecento e ispirato Morris West, che nel romanzo The Shoes of the Fisherman (pubblicato nel 1963, anno della liberazione di Slipyj, e divenuto nel 1968 il film omonimo interpretato da Anthony Quinn) lo trasformò in un immaginario papa slavo, quindici anni prima dell’elezione di Karol Wojtyła. (g.m.v.)

Colma molte lacune l’edizione italiana delle Memorie di Josyf Slipyj (Leopoli-Roma, Edizioni dell’Università Cattolica Ucraina, 2018, pagine 556, euro 25). Curato insieme ad Alberto Di Chio e a Luciana Mirri da monsignor Iwan Dacko, che di Slipyj è stato strettissimo collaboratore, il libro viene introdotto da una breve presentazione di Sviatoslav Ševčuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, ed è corredato da una puntuale annotazione e da una documentazione fotografica che permettono di ricostruire le condizioni di vita del clero e dei fedeli greco-cattolici in epoca sovietica e la sopravvivenza della fede grazie alla testimonianza eroica di numerosi confessori della fede.

Finora la vita di Slipyj era nota soprattutto attraverso tre brevi lavori del vescovo Ivan Choma, per lunghi anni suo segretario. Nato il 17 febbraio 1892 a Zazdrist, un villaggio della Galizia nei pressi di Ternopil, dopo la scuola primaria e gli studi in seminario, il giovane Josyf completa la sua formazione nelle università di Leopoli, Vienna, Innsbruck e Roma (all’Angelicum, alla Gregoriana e all’Orientale), iniziando ben presto l’attività di docente e divenendo nel 1929 presidente della Società scientifica teologica. Figlio spirituale e collaboratore del metropolita di Leopoli degli ucraini Andrej Šeptic’kyj, per decisione di Pio XII viene elevato alla dignità episcopale il 22 dicembre 1939 e designato suo coadiutore con diritto di successione, durante la prima occupazione sovietica dell’Ucraina.

L’aperta persecuzione dei greco-cattolici inizia pochi mesi dopo la seconda occupazione sovietica della Galizia: tutti i vescovi e numerosi sacerdoti vengono arrestati e nel marzo del 1946 le autorità sovietiche organizzano lo pseudo-sinodo di Leopoli che, in violazione delle norme canoniche, proclama l’aggregazione all’ortodossia della Chiesa greco-cattolica. A seguito di un processo farsa tenutosi nello stesso anno a Kyiv il metropolita Slipyj viene poi condannato a otto anni per collaborazionismo con i tedeschi e attività antisovietica. È l’inizio di una lunga prigionia attraverso il mondo concentrazionario sovietico che durerà ben diciotto anni, nei campi della Mordovia, di Vorkuta e di Pot’ma.

Liberato dopo avere scontato la prima condanna, Slipyj viene relegato in domicilio coatto in una casa per invalidi a Maklakovo, nel territorio siberiano di Krasnojarsk, in condizioni climatiche terribili e di insopportabile disagio fisico e psicologico. Dopo quattro anni di esilio, il 19 luglio 1958 viene arrestato per la seconda volta e trasferito a Kyiv, dove nel 1959, ormai settantasettenne, è condannato ad altri sette anni al termine di un processo lampo tenuto a metà giugno, nel quale i difensori d’ufficio si associano alle tesi dell’accusa.

Il vero motivo della condanna consiste nel rifiuto di Slipyj di aderire all’ortodossia. Il ricatto, alternato alle minacce e alle privazioni, fa parte della vita di ogni giorno e della tecnica distruttiva esercitata dagli aguzzini. Il metropolita sconta la condanna inizialmente a Kyiv e poi a Novosibirsk, Pot’ma e nell’inospitale Kamčatka, che raggiunge dopo tre mesi di viaggio in condizioni terribili. Slipyj viene poi inviato a Dubrovlag, un complesso di strutture concentrazionarie costruite attorno al villaggio di Javas, in Mordovia, dove è associato al Campo dei credenti, un settore così chiamato per l’alto numero di detenuti appartenenti al clero, e poi trasferito a Sosnovka, dove l’indomito metropolita dà vita a un seminario clandestino.

Il 23 gennaio 1963, al tramonto dell’epoca chruščeviana, grazie all’intervento della Santa Sede, viene liberato dopo aver consacrato clandestinamente il vescovo Vasyl Velyčkovs’kyj. Giunto a Roma, il 23 dicembre 1963 Slipyj viene nominato arcivescovo maggiore e il 22 febbraio 1965 è creato cardinale da Paolo VI nel suo primo concistoro. Durante il soggiorno romano dedica tutte le sue forze al rafforzamento della cultura religiosa ucraina, realizzando una università cattolica, edificando la basilica di Santa Sofia, ravvivando la tradizione monastica con la realizzazione di un monastero studita nei pressi di Roma, portando avanti i suoi studi, mai interrotti anche negli anni dell’esilio, e tenendo saldi i contatti con le comunità ucraine sparse nei cinque continenti, che visita nel 1968, nel 1973 e nel 1976.

Slipyj ha sempre voluto tenere distinta la sfera religiosa da quella politica per evitare ogni possibile sorta di strumentalizzazione della sua vicenda umana. Per questo non fu facile convincerlo nel 1977 a intervenire alle udienze Sacharov che si tenevano a Roma, ma dopo una prima esitazione accettò e intervenne per denunciare la repressione religiosa in atto nel suo paese con parole inequivocabili. In quell’occasione gli presentai Vladimir Malyšev, un giornalista della Tass, che per la sua professione era costretto ad avere legami con il kgb. Ricordo ancora il tono affabile con cui il metropolita, assai spesso burbero e severo, s’informò del suo lavoro in Italia e augurò a lui e alla sua famiglia ogni bene, senza alcun cenno alle angherie inflitte dal sistema sovietico e al disastro prodotto dal regime comunista, al cui servizio era costretto a operare il rappresentante dell’agenzia di stampa del Cremlino.

Dalle pagine delle Memorie non traspare acrimonia o rancore nei confronti degli ortodossi, costretti dal regime sovietico a collaborare per l’eliminazione della Chiesa greco-cattolica, come appare senza ombra di dubbio dai documenti di archivio oggi disponibili. Questo libro, corredato oltre che dall’indice dei nomi anche da quello dei luoghi che permette di seguire i tanti e travagliati spostamenti di Slipyj, costituisce così uno strumento indispensabile per la conoscenza non solo della sua vicenda umana, ma anche per la ricostruzione della storia di questa Chiesa, che è rinata grazie al suo esempio e a quello di altri coraggiosi testimoni menzionati nelle Memorie, come i sacerdoti Illia Blavatsky, Mykola Revt’, Stepan Javors’ky, Volodymir Ternopils’ky e tanti altri.

In appendice al libro i curatori hanno opportunamente inserito, oltre ai documenti relativi alla liberazione di Slipyj, spentosi novantaduenne a Roma il 7 settembre 1984, il suo rapporto sulla Chiesa cattolica ucraina «dopo 35 anni di persecuzione» e il testamento spirituale, scritto tra il 1970 e il 1981. Indirizzato «ai vescovi, ai sacerdoti, ai monaci, alle monache e a tutti i fedeli della Chiesa cattolica ucraina», il lungo testo è firmato «umile Josyf, patriarca e cardinale».

di Giovanni Codevilla

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24 febbraio 2020

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