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La storia corre sul Nilo

· ​Egitto tra passato e presente ·


Per conoscere l’antico Egitto non c’è luogo di osservazione migliore del Nilo, il fiume senza il quale la civiltà egizia non ci sarebbe mai stata. Dalla più antica arte (le immagini preistoriche di trappole per pesci incise sulle falesie che sovrastano il fiume) alla primavera araba combattuta sui ponti del Cairo, il Nilo ha sempre rivestito un ruolo centrale nella storia del paese. Quel ruolo che viene rivendicato da Toby Wilkinson, egittologo di fama mondiale, nel libro — la prima edizione è del 2014 — Nilo. L’Egitto antico raccontato dal suo grande fiume, ora riproposto dalla casa editrice Edt (Torino, 2017, pagine 349, euro 25) in cui sottolinea che «viaggiare lungo il Nilo, attraversando villaggi, paesi e città, antichi monumenti e ambiziosi quartieri moderni, è il modo migliore per comprendere il carattere unico di questa terra caotica e vitale, conservatrice e tuttavia in rapida evoluzione».

Hapy, dio dell’inondazione del Nilo  (Regno di Amenhotep iii, 1360 prima dell’era cristiana)


In un paese carico di storia, che il greco Erodoto definiva un «dono» del Nilo, la continuità e i legami tra il passato e il presente sono ben visibili lungo il fiume. Questo celeberrimo tratto d’acqua ha condotto le imbarcazioni da guerra faraoniche dirette a sud per sedare le rivolte in Nubia, le chiatte che trasportavano i grandi obelischi dalle cave di granito di Assuan ai templi di Tebe, le imbarcazioni tolemaiche con i carichi di cereali e quelle dell’esercito romano, i piroscafi del navigatore britannico James Cook.
Con il passare dei secoli lo scenario che avvolge il Nilo è cambiato radicalmente: adesso sulle sponde — evidenzia l’autore che ha scritto il libro mentre percorreva il fiume — le parabole satellitari spuntano dai tetti delle case fatte di mattoni di fango, mentre le chiese e le moschee si contendono lo spazio con le rovine dei templi pagani. Nel frattempo uomini avvolti nella djellaba (la tunica indossata da alcune tribù del deserto) viaggiano a dorso d’asino parlando al cellulare.
Ma sono proprio queste trasformazioni a mettere ancora più in rilievo il fascino che si lega all’immutabilità del Nilo. Infatti per coloro che visitano l’Egitto, nel punto in cui attraversa Luxor, la città delle meraviglie, il Nilo esercita un grande poter evocativo: il suo corso è infatti rimasto lo stesso dai tempi di Tutankhamon, Ramses il Grande e i Tolomei, che navigarono sul fiume per ormeggiare alle banchine dell’antica Tebe. Adesso come allora le acque del Nilo colgono i riflessi delle rosate colline di Tebe. E mentre sul lungofiume della sponda occidentale è sorta una concrezione di moderni alberghi, ristoranti e negozi, al di là della pianura fluviale il paesaggio offre l’immagine senza tempo delle alte e imponenti colline, punteggiate di pozzi funerari. Sul finire del sedicesimo secolo, quando un viaggiatore europeo risalì per la prima volta il Nilo e sbarcò sulla riva occidentale di fronte a Luxor, il contrasto fra passato e presente non sarebbe potuto essere più marcato. Anche se poteva beneficiare di una pianura alluvionale e di terre fertili, l’area era praticamente disabitata. La popolazione era tanto povera quanto esigua, e rivelava la scarsa importanza politica dell’Alto Egitto e la sua distanza dalle grandi città mercantili del nord. Tuttavia, a dispetto di tanta indigenza, si ergevano nel paesaggio i monumenti del passato faraonico. Nessun altro luogo della Valle del Nilo, forse nessun altro luogo al mondo, afferma Wilkinson, può infatti vantare una simile concentrazione di antiche, straordinarie costruzioni come la pianura e le colline di Tebe Ovest. Risalenti al Nuovo Regno, i templi e le tombe esprimono potenza e maestà, e sono specchio di un’epoca in cui le casse reali del paese traboccavano d’oro proveniente dalla Nubia ormai conquistata e dai tributi del vicino oriente. I grandi edifici creati da re, regine e cortigiani per conservare i propri corpi e il proprio ricordo per l’eternità hanno modellato la sponda occidentale di Tebe in molteplici modi. Per oltre quattromila anni, genti di ogni dove sono venute in questo luogo per costruire, visitare, saccheggiare, scavare, restaurare. E il Nilo è sempre stato testimone silente di tutti questi segni. Percorrere il fiume significa anche riscoprire il fascino di Abydos, ovvero “il luogo dei misteri”. Sin dai tempi preistorici i governanti di questo tratto della Valle del Nilo scelsero di essere seppelliti in tale città. Qui, sulla sponda occidentale del fiume, si ergono imponenti falesie. Una spaccatura nella roccia sembra suggerire che vi sia dell’altro al di là, e anticamente si credeva che si trattasse di un ingresso all’oltretomba, perché orientata a ovest, verso il tramonto. E il deserto ad Abydos possiede una magia e un mistero «difficili da descrivere ma tuttora palpabili» rileva l’egittologo. Recenti scavi hanno rivelato una sequenza di tombe in mattoni risalenti al quarto millennio prima dell’era cristiana: sono i sepolcri di governanti che contribuirono a dare forma alla civiltà egizia e indirizzarono il paese verso la forma di Stato. Tra questi anonimi re della più remota antichità, uno emerge con particolare rilievo. La sua tomba assomiglia a un insieme di stanze del palazzo reale, con tanto di porte, uno scrigno (contenente il suo scettro d’avorio) e una cantina di vini. Non se ne conosce il nome, ma potrebbe aver usato il simbolo dello scorpione per indicare il proprio potere di vita e di morte sui sudditi. Un fatto significativo è che questo re era così preoccupato di registrare le entrate del tesoro reale che piccole etichette di avorio e osso erano affisse a tutti i beni sepolti nella tomba: non semplici etichette in bianco, ma elenchi di geroglifici che ne indicavano l’origine, la quantità e altri dettagli. Le iscrizioni provenienti da questa antica tomba reale costituiscono il primo esempio di scrittura mai rinvenuto in Egitto.

di Gabriele Nicolò

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19 settembre 2019

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