Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La spiritualità di Marone  dal silenzio alla carità

· Il cardinale Sandri alle celebrazioni per l’anniversario della morte del santo ·

Nella festa di san Marone si è compiuto quest’anno il giubileo per i milleseicento anni della nascita al cielo del fondatore della Chiesa maronita, indicata dalla tradizione storica attorno all’anno 410. Qualche decennio più tardi Teodoreto di Ciro dedica l’intero capitolo sedicesimo della sua Historia religiosa alla vita del «monaco prete» a cui Giovanni Crisostomo aveva indirizzato una lettera. Nelle settimane scorse l’evento giubilare è stato celebrato da tutte le comunità maronite del mondo: sono numerose in Libano, in Siria e in altri Paesi mediorientali, come in ogni continente, con vescovi e sacerdoti della propria tradizione ecclesiale impegnati in un ammirevole servizio pastorale.

La conclusione del giubileo ha coinciso con la presentazione da parte del patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, della rinuncia all’ufficio patriarcale, accettata da Benedetto XVI al termine delle celebrazioni romane.

Nella memoria liturgica di san Marone, che ricorre il 9 febbraio, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, ha preso parte a una divina liturgia nella chiesa dedicata al santo presso il Collegio maronita: «Un eremita dedito esclusivamente al Signore è divenuto padre e fondatore di una venerabile Chiesa. E la sua Chiesa ha voluto unire al nome di Antiochia, città-madre della propria tradizione teologica, liturgica e spirituale, quello del padre-fondatore per beneficiare dei frutti della sua santità». Così il porporato ha esordito nell’omelia, ricordando di avere anticipato la preghiera per tutti i maroniti nella visita del gennaio scorso al luogo della sepoltura di san Marone, nei pressi di Aleppo, in Siria.

Riferendosi alla prevista collocazione di una statua del santo in una nicchia esterna della basilica Vaticana, il cardinale Sandri ha detto che «quel giorno i maroniti, senza distinzione alcuna, si sentiranno col Vescovo di Roma nel cuore della santa Chiesa cattolica, madre e maestra che essi hanno sempre amato lungo tutti i secoli della loro storia. Grazie alla comunione con la Chiesa cattolica, nella certezza di essere in comunione col Signore Gesù, essi riceveranno un forte incoraggiamento a vivere, annunciare e celebrare la fede cristiana. L’amata nazione libanese attende dai figli di san Marone una testimonianza di fraternità ecumenica e interreligiosa. È questo — ha sottolineato il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali — il mandato che il Papa vi affiderà: costruire unità, solidarietà e pace in Libano e in tal modo essere sale della terra e luce del mondo. Siate vicini a quanti danno la vita per rimanere fedeli a Cristo, mai dimenticando che il sangue di martiri è sempre seme di nuovi cristiani, e nella certezza che mai si potrà fermare la potenza umile di Dio, che è Cristo crocifisso e risorto. Ricordate cari maroniti — ha concluso il porporato — la responsabilità storica che avete nella custodia del cristianesimo in Oriente. Siate mediatori di pace e di civiltà in nome di Cristo. Il suo nome non sia mai cancellato dal Libano. La sua santa Croce continui a ispirarne il progresso religioso e civile».

La benedizione della statua si è svolta il 23 febbraio 2011, impartita da Benedetto XVI, accolto da una folta delegazione di libanesi, guidati dal cardinale patriarca Sfeir e dal presidente della Repubblica, Michel Suleiman, cristiano-maronita. Al rito ha fatto seguito la concelebrazione eucaristica nella basilica di San Pietro presieduta da Sfeir, che il cardinale Sandri ha salutato come erede spirituale di san Marone e ringraziato per l’opera apostolica svolta con zelo e determinazione tra innumerevoli tribolazioni. Il prefetto ha esteso il ringraziamento al presidente del Libano, per aver sottolineato con la sua presenza «il ruolo di san Marone e dei fedeli della sua Chiesa nel forgiare l’identità storica dell’intera nazione libanese». E ha poi osservato che «la statua marmorea potrebbe significare solo una realtà immobile, pur nella sua bellezza, e un motivo di orgoglio per tutti i libanesi», auspicando piuttosto che essa richiami «nei suoi tratti artistici una realtà vivente: la Chiesa maronita. Ancorata in Cristo e nel suo Vicario in terra, essa possa rinascere sempre per l’annuncio del Vangelo a gloria di Dio e a bene delle anime. Nella comunione con tutte le sue membra possa essere testimone dell’amore di Dio — ha concluso — contribuendo ancora di più con i cristiani e i musulmani a sostenere la vocazione di pace e di riconciliazione propria del Libano in Medio Oriente e nel mondo».

Dal 24 febbraio al 2 marzo 2011, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali ha preso parte alle celebrazioni giubilari nella diocesi statunitense di Our Lady of Lebanon of Los Angeles dei Maroniti su invito del vescovo Robert Joseph Shaheen. Tre le tappe della visita. La prima è stata Saint Louis, dove ha inaugurato l’Heritage Maronite Institute. «Cominciare dalla dedicazione di questo centro — ha affermato per l’occasione il cardinale Sandri — pone la mia visita sull’onda della memoria. Come ha scritto il vescovo, l’istituto si propone di valorizzare la storia dei maroniti in America attraverso l’educazione, la ricerca e la custodia del patrimonio maronita. Non c’è maturità umana e cristiana senza educazione. Il compito della famiglia, della parrocchia, dell’eparchia e della Chiesa intera, come della stessa società, è l’educazione. Ed essa ha bisogno del passato, nella sua profondità vitale, per progettare il presente e il futuro. Si impongono perciò la ricerca e la memoria», ha sottolineato il porporato, il quale ha ribadito che «senza memoria non c’è futuro» e che «le comunità vanno preservate dall’oblio della propria identità». A ispirazione in tale compito ha indicato il patrono: «San Marone ha la capacità di educarvi poiché è la vostra memoria e il riferimento a lui vi custodisce nell’autenticità cristiana».

A Houston, il prefetto ha incontrato la comunità di Nostra Signora dei Cedri del Libano, guidata dal parroco, padre Milad Haghi, missionario libanese maronita. Inaugurando il nuovo centro pastorale dedicato a George Mouawad, ha spiegato che, «se una comunità è veramente cristiana, deve passare dal culto divino alla pastorale familiare, giovanile e sociale, alla pastorale vocazionale, ecumenica e interreligiosa, alla missionarietà. Il culto a Dio è la sua priorità assoluta, ma è un dono da offrire alla storia degli uomini e delle donne in ogni tempo e in ogni luogo per santificarli e orientarli al regno di Dio».

Successivamente, nella liturgia concelebrata dal cardinale Daniel N. DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston, dal vescovo Shaheen e dal vescovo di Nuestra Señora de los Mártires del Líbano en México, Georges M. Saad Abi Younes, il prefetto Sandri ha tratteggiato un profilo di san Marone: «Egli fu l’uomo del silenzio e della preghiera. Fu l’uomo della penitenza e della carità. Per questo è motivo di speranza, che per noi è incrollabile perché radicata in Cristo Gesù». Ha poi sviluppato i primi due aspetti, chiedendosi: «Perché andavano in tanti da san Marone? Per ascoltare l’eloquenza del silenzio! Perché avvertivano dal silenzio il suo dialogo di fede e di amore con Dio. Erano affascinati dal suo silenzio perché comunicava il fremito della parola di Dio che è amore. Sembra un paradosso per il nostro tempo, che è soffocato da fiumi e fiumi di parole. Il suo silenzio era speciale: si era fatto preghiera, ossia unione profonda con Dio nell’amore. Egli convinceva i suoi ascoltatori perché era diventato una preghiera vivente, attingendo ardore dal silenzio del Crocifisso». Il cardinale ha poi concluso con un’efficace constatazione: «Il mondo in epoche oscure della storia e in tempi non lontani ha accusato Dio per il suo silenzio davanti al dolore e alla morte. Rimangono un enigma il dolore e la morte dell’uomo, ma per il silenzio del Crocifisso, che li ha vinti affrontandoli nella loro profondità, abbiamo la certezza che anch’essi sono una via, senz’altro stretta, come dice il Vangelo, ma una via all’amore».

A Los Angeles il cardinale Sandri, accolto dal vescovo Shaheen e dal parroco, padre Abdallah Zaidan, nella cattedrale di Nostra Signora del Libano, ha potuto completare il profilo di san Marone: «Egli avanzava nel silenzio e nella preghiera. E comprese che si aprivano davanti a lui, inevitabilmente, i sentieri della penitenza e della carità. Approdò alla via della verità e della vita, che è Cristo. L’unione con Dio lo portò ad abbandonare sempre più decisamente l’uomo vecchio e le sue passioni ingannatrici. La conversione del cuore e dei comportamenti lo condusse alla solidale carità verso ogni sofferenza spirituale e materiale. La sua vita continuò a fiorire per Dio e per i fratelli e a diffondere pace e unità», ha osservato il porporato, delineando una sorta di «spiritualità maronita» attorno al silenzio, alla preghiera, alla penitenza e alla carità, e sottolineando che «possono sembrare categorie fuori moda, dal punto di vista culturale, e sinonimo di noia, quasi una prigione della libertà e della spontaneità». In realtà esse generano la fedeltà: «E cos’è la fedeltà — si è chiesto Sandri — se non una ripetizione motivata dall’amore che persegue diritti e doveri e così costruisce la persona nel bene, rendendola capace di cambiare il mondo? Il giubileo maronita si chiude con il mandato della fedeltà cristiana, a cominciare da ciascuna vostra famiglia».

In ogni celebrazione si è data lettura del messaggio inviato, per lo speciale giubileo, da Benedetto XVI.

Dalla diaspora, il cardinale Sandri è passato alla madrepatria maronita, il Libano, dove è giunto il 4 marzo per festeggiare il cinquantesimo di episcopato e il venticinquesimo di servizio patriarcale del cardinale Sfeir. Il Patriarca ha incontrato Benedetto XVI il 25 febbraio scorso, ricevendo dalle sue mani la lettera autografa di ringraziamento all’atto dell’accettazione della sua rinuncia al governo della Chiesa maronita. Per tale motivo, in Libano, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali si è subito recato a Bkerké (città sede del Patriarcato di Antiochia dei Maroniti) per rendere omaggio al presule, unitamente al nunzio apostolico, arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, il quale sabato 5 marzo avrebbe dato lettura della lettera pontificia all’inizio della divina liturgia presieduta dallo stesso patriarca, alla presenza del capo dello Stato libanese e delle più alte cariche della nazione, dei patriarchi cattolici melchita, siro e armeno, come delle rappresentanze di tutte le istituzioni ecclesiastiche, civili, ecumeniche e interreligiose. Ad accogliere i partecipanti alla solenne celebrazione l’amministratore della Chiesa patriarcale, il vescovo ausiliare Roland Aboujaudé.

Nel suo intervento il cardinale Sandri, dopo il saluto al presidente della Repubblica, ha affermato che «senza la componente cristiana il Libano non avrebbe potuto in passato e non potrà svolgere in avvenire quel mandato di pace che la sua storia, la sua cultura e la sua spiritualità gli hanno assegnato». Attestando, poi, la comune ammirazione «per il bene compiuto come vescovo, patriarca e cardinale di Santa Romana Chiesa» da sua beatitudine Sfeir, ne ha elogiato il servizio fedele nelle ore della sofferenza e della speranza dei suoi figli. E si è fatto latore del calice donato da Benedetto XVI, con queste parole: «È il calice del sacerdozio di Cristo a noi partecipato. Continui, beatitudine carissima, ad alzare il calice eucaristico invocando il nome del Signore a nostra salvezza. La proteggano sempre san Marone e Nostra Signora del Libano. In unione con l’intera comunità ecclesiale, voglia continuare a coltivare il grande cedro colmo di vitalità spirituale che è l’amata e nobile nazione libanese».

All’indomani il patriarca Sfeir ha presieduto l’eucaristia nel santuario nazionale di Nostra Signora di Harissa, concelebrata dal cardinale Sandri, dal nunzio apostolico Caccia, da numerosi vescovi e sacerdoti. Nell’omelia, il prefetto Sandri ha svolto il tema del primato di Dio e della sua inscindibile paternità. Ne fu banditore il padre della Chiesa maronita, che ha definito: «Un’eco efficace dello Spirito Santo che grida in noi: Abbà, Padre». Il segreto della fecondità sua e della Chiesa maronita vanno ravvisati nel primo posto dato a Dio lungo i secoli della storia «gloriosa ma talora sofferta per le oscure tempeste», nella quale, tuttavia, i maroniti «non hanno mai vagato come orfani perché ricondotti sempre dalla Madre di Dio e da san Marone al Signore e alla Chiesa». E ha aggiunto che «la signoria di Dio nella vita personale e familiare, come in quella sociale e culturale, è da indicare alle nuove generazioni perché è la garanzia della libertà, anche religiosa, come di ogni giustizia, e apre alla solidarietà nella storia proprio perché volge il nostro sguardo al Bene Eterno».

Si è quindi pregato per i vescovi maroniti chiamati a eleggere in sinodo il nuovo Patriarca perché «siano guidati unicamente dal primato di Dio. Ne ricerchino la santa volontà per individuare un vero padre e capo, capace di dare la vita come il Buon Pastore e di prodigarsi come san Marone per guarire le ferite spirituali e materiali dei suoi figli».

Il cardinale Leonardo Sandri ha concluso il suo intervento citando il beato Giovanni XXIII, il quale, visitando Harissa il 28 ottobre 1954 come patriarca di Venezia e legato papale, lasciò scritto in auspicio per tutti i libanesi le seguenti parole: oboedientia et pax , benedictio et pax ¸ gaudium et pax . Nell’obbedienza troviamo la pace perché Dio ci benedice, moltiplicando la gioia. Grazie all’obbedienza dei libanesi, alle tradizioni religiose e civili si potrà compiere per essi la promessa biblica: «Ne rimarrà per sempre la discendenza e la loro gloria non si offuscherà». Prima di lasciare il Libano, il porporato è stato ricevuto dal presidente della Repubblica e ha reso visita ai patriarchi melchita, siro e armeno, e a diverse comunità religiose femminili e maschili. Ma, soprattutto, ha venerato nei rispettivi santuari i santi Marone, Charbel, Nimatullah, Rafka, e il beato Estéphan. Figli della Chiesa maronita e «vera gloria» del Libano.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE