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La spia di San Sabba

· Traditori e traditi a Trieste sotto il nazismo ·

«Se il diritto all’oblio è umanamente comprensibile, il dovere della testimonianza e, se del caso, della denuncia è, storicamente e moralmente, più che comprensibile. È necessario, essenziale, vitale: perché il passato non conceda repliche. Il venir meno di questo dovere ha impedito — nel caso specifico dei crimini della Risiera di San Sabba: uno solo fra i tanti del nazifascismo — che si facesse chiarezza e giustizia, sia pure con scandaloso ritardo. E ancora scandalizza il tombale silenzio con cui una città ignava, reticente e in inquietante misura “complice” ha graziato quanti, dei suoi stessi abitanti, a quel frammento di Olocausto hanno fattivamente contribuito».

L’accusa, durissima, si trova nel libro Via San Nicolò. Traditori e traditi nella Trieste nazista (Bologna, 2015, il Mulino, pagine 170, euro 15) scritto da Roberto Curci e dedicato alla figura di Mauro Grini, ebreo, considerato il più spietato collaborazionista al servizio dei nazisti, ai quali consegnò centinaia di innocenti suoi correligionari.

Scandagliando testimonianze, documenti, faldoni processuali per i crimini compiuti in quello che era l’unico campo di sterminio nazista in Italia e altro materiale scritto su quegli anni, ricostruisce la storia della spia. L’autore cerca invano di trovare una motivazione forte per la decisione di Grini di diventare un delatore, oltre al timore di essere egli stesso deportato e ucciso o alla semplice brama di soldi. La prima spiegherebbe la ricostruzione secondo cui si consegnò ai nazisti come spia subito dopo l’arresto nella primavera 1944 (entrava e usciva da San Sabba a piacimento). La seconda avvalorerebbe la versione che lo vede invece attivo fin dall’inizio dell’occupazione nazista. Ma nessuna delle due appare convincente se rapportata all’accanimento con il quale Grini si impegnava nella caccia.

In ogni caso mise su un commercio vero e proprio, che gli fruttò non poco — pare ricevesse settemila lire a ebreo, senza contare i gioielli e il denaro che si faceva consegnare in precedenza dalle vittime in cambio di una protezione subito trasformata in delazione — e che si sviluppò anche oltre i confini della sua città. Secondo una scheda diffusa prima della liberazione dal Cnl dell’Alta Italia, Grini aveva fatto arrestare trecento ebrei a Trieste, cento circa a Venezia, e tra la fine del 1944 e i primi del 1945 pare fosse ancora attivo tra Firenze e Milano dove aveva denunciato un centinaio di persone. Secondo l’Archivio centro documentazione ebraica contemporanea di Milano, l’uomo si sarebbe direttamente vantato di aver fatto catturare 1400 ebrei. E, stando alle testimonianze, non si sarebbe limitato alla sola delazione, ma avrebbe partecipato di persona a interrogatori, deportazioni, torture e perfino esecuzioni.

Il più delle volte lo si vedeva in giro in compagnia di un ufficiale nazista, quel Franz Stangl già impegnato in patria nell’operazione t4 e poi come comandante dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka, prima di giungere a San Sabba. Grini era tenuto in tale considerazione da essere autorizzato a portare una pistola e da agire sempre affiancato dallo stesso Stangl o da due ss Così quando riconosceva in strada un ebreo i nazisti entravano immediatamente in azione. Ma raramente si trattava di incontri casuali. Dietro c’era un lavoro di ricerca certosino, con meticolose indagini perfino sui ricoverati in ospedali e case di riposo. Come i ventidue ospiti ricoverati dell’ospizio di Venezia, tra i quali il rabbino Adolfo Ottolenghi. Un’attività delatoria ben nota se è vero che il 26 agosto 1944 i fratelli Adolfo e Ignazio Ribarich si imbatterono in Grini alla stazione di Venezia e uno di loro gli urlò: «Farabutto! Sappiamo che tu, ebreo, denunci ebrei».

Ma il quadro descritto da Curci si riempie di altri personaggi oscuri, non solo soldati nazisti, ma anche italiani, in una città in cui si aggiravano collaborazionisti, delatori, spie, intrallazzatori senza scrupoli. Un quadro fosco nel quale Mauro Grini, non di rado in compagnia della moglie, Maria Collini, si muoveva con disinvoltura. Fino a pochi giorni dalla liberazione, quando si persero le sue tracce.

di Gaetano Vallini

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