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La speranza cristiana
ha il respiro
della risurrezione

· I messaggi dei patriarchi Bartolomeo e Cirillo per la Pasqua ortodossa ·

«Per noi ortodossi la Pasqua non è semplicemente il ricordo della risurrezione del Signore, ma anche il vissuto della nostra personale rinascita in Cristo risorto, assaggio e certezza del compimento escatologico della divina economia. Il fedele sa che la pienezza esistenziale è dono della grazia di Dio. In Cristo, la nostra vita si trasforma, viene mutata, nel cammino verso la divinizzazione». Una settimana dopo i cattolici, anche gli ortodossi che seguono il calendario giuliano celebrano domani, domenica 28 aprile, la Pasqua di risurrezione. Nel suo messaggio, il patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, nel suo messaggio sottolinea come la Pasqua non sia solo la festa più importante dell’anno: «Risurrezione è tutta la fede, l’intera vita ecclesiastica, la completa civiltà dell’ortodossia, la fonte inesauribile dalla quale attinge e si nutre l’impulso escatologico del vissuto ortodosso e della testimonianza».

Per questo «festeggiamo la risurrezione del Signore non solo durante la santa Pasqua e durante il periodo pasquale, ma ogni domenica e in ogni divina liturgia, che è sempre una festa piena di luce. La vita cristiana in tutti i suoi aspetti, nel servizio divino, nel nostro vissuto e nella nostra testimonianza nel mondo, ha un respiro di risurrezione, freme della vittoria di Cristo risorto sulla morte e dell’attesa del suo regno eterno».

I cristiani si distinguono dagli «altri che non hanno speranza» (I Tessalonicesi, 4, 13), sperano in Cristo che è «la nostra vita e la nostra risurrezione», «il Primo e l’Ultimo, e il Vivente» (Apocalisse, I, 17-18). «La venuta salvifica di Cristo nella nostra vita e la speranza del regno celeste — spiega il patriarca ecumenico — sono inscindibilmente legate alla persona cristiana; essa opera e si realizza come forza creatrice e trasfigurante nel mondo». Nella risurrezione e dalla risurrezione «noi fedeli conosciamo la nostra destinazione eterna, scopriamo il contenuto e l’obiettivo della nostra missione nel mondo, troviamo il senso e la verità della nostra libertà. Colui che è disceso negli abissi della terra e ha infranto le porte dell’Ade e il potere della morte, è sorto dalla tomba come liberatore dell’uomo e di tutto il creato. L’uomo è chiamato liberamente ad accettare questo dono della libertà, inserito nella “comunità della divinizzazione”, della Chiesa, nella quale la libertà è fondamento, via e meta. La libertà donata da Cristo viene vissuta e si manifesta come “vivere la verità con amore” (cfr. Efesini, 4, 15), come un fatto di comunione e di solidarietà. “Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri” (cfr. Galati, 5, 13). Nella Chiesa — conclude Bartolomeo — “esistiamo al modo della risurrezione”, contemplando la “comune risurrezione” nel giorno senza tramonto del regno».

Concetti ripresi dal patriarca di Mosca, Cirillo, che nel suo messaggio afferma che «la fede nella risurrezione del Signore Gesù è il pilastro incrollabile su cui poggia il cristianesimo». Nel suo atto redentivo, «il Salvatore ha unito il celeste e il terrestre, l’eterno e il temporale, il Creatore e la creatura, Dio e l’uomo, ha superato l’abisso che all’alba della storia separò le prime persone dal Creatore. Liberandoci dalla schiavitù del peccato, il Signore sale al cielo», ma «non ci lascia qui sulla terra, è inseparabile dai suoi discepoli, che insieme formano il suo corpo, la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Cristo guida questa nave di salvezza, attraverso le acque tempestose del mare della vita, in un tranquillo porto celeste, dove Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1 Corinzi, 15, 28)». I cristiani sono i seguaci di questa gloriosa missione: «Come tanti fratelli e sorelle nella fede, gli apostoli, le donne mirofore, i martiri, i santi, i giusti, siamo chiamati — conclude Cirillo — con le parole e con le azioni, con tutta la nostra vita, a testimoniare alla gente Colui che è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità (Isaia, 53, 5) ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Romani, 4, 25)».

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