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La Spagna il concilio e Paolo VI

· In un libro di Juan María Laboa ·

Il concilio Vaticano II e il pontificato di Paolo VI, tanto grandi per la Chiesa universale, hanno avuto, e continuano ad avere, una speciale importanza per la Chiesa spagnola e per la vita di tutti gli spagnoli. Il concilio illuminò i cattolici spagnoli e li preparò a collaborare in modo decisivo all’imminente transizione politica. Papa Paolo VI ci accompagnò paternamente, con lungimiranza e prudenza, in quella colossale avventura.

Paolo VI col re Juan Carlos e la Regina Sofia di Spagna durante un’udienza privata (1977)

Se ora, a distanza di tanti anni, volessimo valutare il risultato di quegli eventi per noi, dovremmo riconoscere che il concilio e, proporzionalmente, gli orientamenti pastorali di Paolo VI ci hanno aiutato a scoprire la necessità di una Chiesa libera da qualsiasi ingerenza del potere politico, incentrata sull’annuncio del messaggio religioso e di salvezza di Gesù Cristo, aperta a tutti i settori della popolazione, sostenitrice convinta della riconciliazione e della pace tra tutti gli spagnoli, in dialogo stretto e sincero con la vita, i sentimenti e le idee di tutti i nostri concittadini, servitrice dei poveri, responsabile della fede e del benessere spirituale di tutti, aperta al mondo contemporaneo e impegnata nell’annuncio e nella diffusione del Vangelo nel mondo intero.

Questi cambiamenti non furono facili per una Chiesa che viveva in altri schemi socio-politici fin dai tempi degli splendori visigotici, che si era poi affermata nella lotta contro le invasioni musulmane e aveva generosamente contribuito alla difesa dell’unità cattolica contro le innovazioni e le fratture del protestantesimo. Fino all’inizio del XX secolo la Chiesa spagnola si era mantenuta fedele all’ideale tridentino, che dopo la guerra civile fu restaurato con entusiasmo e mantenuto nella solitudine e nell’isolamento dell’era del dopoguerra. Figli di quella congiuntura, come lo siamo tutti, i vescovi spagnoli in gran parte non erano preparati a capire il senso e la motivazione degli insegnamenti conciliari, nati in altri ambiti. La novità del concilio appariva loro sconcertante. I cambiamenti conciliari sembravano loro imprudenti e persino dannosi.

Cambiamenti così importanti nella vita spagnola non potevano naturalmente avvenire senza suscitare sconcerto e conflitti. Molti cristiani, anche religiosi e sacerdoti, abituati a vivere la religione con forti connotazioni politiche, pensarono che i cambiamenti conciliari consistessero nel passare dal franchismo al socialismo; accettarono le proposte del Psoe [Partido socialista obrero español] e di altri partiti radicali di origine marxista con la falsa speranza che la politica delle sinistre potesse essere un valido sostegno e una buona mediatrice per la missione della Chiesa. A questa speranza adeguarono la loro visione della Chiesa e i loro criteri pastorali.

Le scelte politiche ed ecclesiologiche di certi cristiani li ponevano in conflitto con la gerarchia e li allontanavano dalla comunione vitale con la Chiesa; molti credevano in buona fede che l’impegno politico di sinistra fosse la vera pratica della carità cristiana; nascevano conflitti e squilibri ovunque, sia nella dottrina sia nella vita liturgica e nei comportamenti. La gerarchia era incapace di evitarli, e quanti erano contrari ai cambiamenti politici accusavano i vescovi di mancanza di autorità e di condiscendenza verso le correnti rivoluzionarie. A Roma giungevano informazioni allarmistiche e allarmanti. Molti personaggi della curia vedevano con preoccupazione gli sviluppi della situazione in Europa. Papa Paolo VI mantenne sempre la fiducia nei vescovi spagnoli e li incoraggiò nell’esercizio del loro ministero. Negli anni successivi apparvero altri criteri e altri modi di agire con l’intento di evitare abusi e di recuperare la normalità nella vita della Chiesa spagnola.

Visto dall’interno, risultava molto chiaro che la Chiesa spagnola doveva fare propri, in maniera decisa, gli insegnamenti del concilio, abbandonando i vecchi schemi dell’antico regime. La comunione con la Chiesa universale esigeva da noi questo sforzo. Inoltre quella trasformazione, per quanto dolorosa, era imprescindibile per poter annunciare il Vangelo di Gesù alle nuove generazioni ed essere strumento di pace e di riconciliazione in una società divisa dalle ideologie politiche e profondamente ferita dalle conseguenze di una tragica guerra civile. Senza il concilio non ci sarebbe stato rinnovamento della Chiesa e, senza il rinnovamento conciliare, la Chiesa in Spagna non sarebbe stata capace di contribuire come fece alla transizione politica e alla riconciliazione degli spagnoli. Alcuni preferiscono dimenticarlo, ma è evidente che, senza la collaborazione decisa di una Chiesa rinnovata dal concilio, la transizione spagnola non sarebbe stata possibile. Quanto meno non sarebbe stata possibile così come fu, pacifica e riconciliatrice. Alcuni storici lo hanno già riconosciuto. Sarà il tempo a convincere quanti ancora non lo riconoscono o non lo vogliono accettare.

Facendo un bilancio sincero e realistico, appare evidente che in questi anni di vita democratica la vita cristiana degli spagnoli si è indebolita. Dagli anni Sessanta la pratica sacramentale degli spagnoli è scesa a meno della metà; negli ultimi trenta o quarant’anni stiamo vivendo una dura crisi delle vocazioni che ha ridotto drasticamente il numero dei sacerdoti e dei religiosi nelle nostre chiese e istituzioni, e le tendenze culturali dominanti propendono per il laicismo e il permissivismo morale. Alcuni attribuiscono questa decadenza religiosa alle imprudenze del concilio e alla mancanza di autorità dei vescovi. Noi non sappiamo che cosa sarebbe accaduto se fosse persistita la situazione preconciliare e se il concilio non si fosse svolto. Per quanto tempo la Spagna avrebbe potuto continuare a essere un isolotto di cattolicesimo tridentino in un’Europa liberale e secolarizzata?

Alla luce di quanto accaduto, sembra più realistico pensare che la Spagna non era così omogeneamente cattolica come si diceva; la formazione e le convinzioni cattoliche degli spagnoli non erano così profonde come sembrava; l’inevitabile penetrazione della cultura dominante in Europa fu più forte e allettante delle convinzioni spirituali e religiose di buona parte dei cattolici spagnoli. Senza dubbio le cose si sarebbero potute fare meglio, ma i cambiamenti e le trasformazioni sociali sono difficilmente programmabili e dominabili. A chiunque guardi ai fatti in modo imparziale risulta evidente che la Chiesa spagnola, dopo quarant’anni di vita democratica, si è vista ridotta a una minoranza di membri praticanti, ha perso significato e influenza sociale, vive in una situazione sociale piuttosto marginale e a volte viene sminuita dall’opinione o dai poteri pubblici. In compenso, non può essere accusata di collaborare con alcun potere politico, è una Chiesa libera, incentrata sull’annuncio e sulla pratica del Vangelo di Gesù Cristo, comincia a essere una comunità coerente e significativa di fronte alla società nel suo complesso, dispone di gruppi e comunità di cristiani convinti e che sono testimoni, aspira a essere una Chiesa aperta a tutti, accogliente e missionaria nel campo reale e concreto della nostra società. Certamente nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la sofferenza dei cambiamenti e del rinnovamento conciliare. Il modello di una Chiesa potente e influente, ben supportata dal potere politico e sociale, che era risultato adeguato e fruttuoso in altri tempi, non poteva più continuare a favorire la credibilità della Chiesa né l’annuncio universale del Vangelo.

Va aggiunto che il modo tridentino d’interpretare e di organizzare la vita della Chiesa non avrebbe potuto sussistere né sarebbe risultato pastoralmente adeguato in questi tempi di secolarizzazione e di pluralismo. Non c’è motivo per essere nostalgici. Gli eventi narrati in questo libro devono continuare a essere la fonte ispiratrice del nostro presente e del nostro futuro. Oggi è ragionevole approfondire gli insegnamenti conciliari sotto la guida di Papa Francesco, tanto vicino alle intuizioni e agli orientamenti di Papa Paolo VI, con le cautele e la potenza missionaria di san Giovanni Paolo II.

Noi cattolici spagnoli dobbiamo imparare a vivere la vita cristiana e cattolica in altre condizioni sociali e culturali, in una società pluralista, un po’ sperduta culturalmente e a volte un po’ diffidente e persino aggressiva verso di noi. Dobbiamo aver pazienza. Dobbiamo essere pacifici e generosi. Anche noi siamo stati a volte rigorosi e aggressivi con i non cristiani. Non dobbiamo perdere la speranza che i non credenti superino i loro pregiudizi anticlericali e un giorno possiamo costruire insieme una società più giusta, più tollerante e comunicativa, in cui il Vangelo si possa annunciare e vivere senza sospetti né emarginazioni di alcun tipo. È vero che dobbiamo lavorare contro le aspirazioni avvolgenti del laicismo. Ma la nostra lotta non può essere politica né intransigente, ma deve essere dialogante e convincente. Non si tratta di condannare, ma di convincere. La forza della Chiesa sta nel Vangelo di Gesù, e il Vangelo vince convincendo e cambiando il cuore e la vita di chi lo ascolta e lo accoglie con fede. La nostra lotta si chiama evangelizzazione e conversione.

Illuminata e rafforzata dall’insegnamento del concilio Vaticano II, la Chiesa in Spagna deve insistere su un’azione evangelizzatrice incentrata sull’annuncio della fede e del bisogno della conversione personale al Vangelo di Gesù, avvicinandosi poco a poco all’ideale di una Chiesa di convertiti al Dio della salvezza, senza paura di vederci trasformati in una Chiesa minoritaria; sicuri che la coerenza e l’esempio della vita dei cristiani battezzati e delle famiglie santificate dal sacramento del matrimonio saranno il sostegno migliore per una pastorale missionaria di diffusione e crescita. Perciò dobbiamo essere e apparire come una Chiesa di tutti e per tutti, senza accettare l’inquadramento in nessun settore culturale o politico della nostra società. La forza della Chiesa non può consistere nella protezione di alcune istituzioni civili sempre più secolarizzate e pressate dalle forze e dalle ideologie di questo mondo, ma nella fede e nella vita santa dei cristiani.

La Chiesa non può rinunciare a portare il Vangelo di Gesù a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Ma questa crescita del numero dei cristiani e della loro influenza sociale deve provenire dal cammino della conversione personale e dalla coerenza di vita, e non dalla via delle influenze e degli appoggi politici, che oggi risultano impossibili e, se ci fossero, sarebbero comunque più dannosi che propizi all’annuncio e all’accettazione cordiale e gioiosa del Vangelo della salvezza.

Il cammino dell’evangelizzazione e della conversione, intrapreso dalla Chiesa come opzione pastorale fondamentale per i paesi occidentali dai tempi di Paolo VI, confermato da san Giovanni Paolo II e applicato oggigiorno da Papa Francesco, deve essere anche il nostro cammino, accettato con umiltà e applicato con decisione, in umile obbedienza agli orientamenti del concilio Vaticano II, in continuità con le opzioni di quarant’anni fa, e con la gioiosa speranza delle promesse del Signore: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

di Fernando Sebastián, Arcivescovo emerito di Pamplona e Tudela

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22 agosto 2018

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