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La sorte
dei bambini talibé

· Lo sfruttamento in Senegal dei minori nelle scuole coraniche ·

Lo sfruttamento dei bambini talibé — giovani studenti delle scuole coraniche in Senegal — è al centro di un rapporto di Human Rights Watch, l’ong newyorkese che si occupa di questo particolare tema. Riguarda moltissimi bambini, tra i 3 e 15 anni, provenienti principalmente da villaggi delle zone rurali del Senegal, del Mali, del Gambia e della Guinea. Dalle ripetute indagini effettuate dall’organizzazione emergono dati sconcertanti: sarebbero infatti circa 100.000 i ragazzi costretti a vivere in situazioni di indigenza e pericolo, abbandonati dallo stato e sovente anche dalle loro famiglie.

Tuttavia, per tracciare un quadro chiaro dei fatti, è necessario fare le dovute premesse. I talibé sono bambini che vengono mandati dalle loro famiglie, fin da piccolissimi, presso le daara, le scuole coraniche nelle quali apprendono non solo il Corano e i precetti dell’Islam ma anche a provvedere a loro stessi. Dirette da maestri, chiamati marabout, sono dei veri e propri collegi in cui questi giovani studenti si trasferiscono dimorandovi per anni. Spesso si rivelano un rifugio per i figli di famiglie indigenti e nascono originariamente come luoghi nei quali è possibile accedere a un'istruzione, a un pasto caldo e anche a un avvenire. I marabout arrivano quindi a ricoprire, oltre al ruolo di istitutori, anche quello di genitori, diventando i primi responsabili della crescita dei loro piccoli discepoli.

Uno dei primi insegnamenti che viene loro impartito è quello dell’esercizio dell’elemosina. È infatti grazie alla generosità delle comunità più prossime alle daara che i talibés provvedono al loro sostentamento e a quello dei loro insegnanti. Spogliarsi degli averi materiali e affidarsi all’aiuto di chi apre loro la porta, donando un pugno di riso, qualche moneta o un po’ di zucchero, non è soltanto un modo per mantenere in vita il “sistema scuola”. L’elemosina viene trasmessa come un valore, una sorta di rito di iniziazione che ha il fine di irrobustire la personalità dei giovani seguaci e di responsabilizzare l’intero villaggio riguardo la crescita delle nuove generazioni.

Osservando il fenomeno fino a qui si potrebbe pensare che questo impianto rappresenti un modello di “educazione collettiva”, dentro al quale tutti i membri di una comunità sono direttamente responsabili gli uni degli altri. Ma la sfrenata urbanizzazione è un fenomeno che ha riguardato, e cambiato profondamente, non soltanto i paesi occidentali. Anche in uno stato povero come il Senegal l’accentramento ha infine chiesto il suo prezzo. Con l’aumentare delle disuguaglianze, dovuto all’eccessivo popolamento delle aree urbane — non sostenuto da un adeguato sviluppo — le daara si sono moltiplicate nei grandi centri, trasformandosi spesso in luoghi di sfruttamento minorile e speculazioni a favore di insegnanti aguzzini. «In queste daara di oggi la maggior parte dei talibé vanno a chiedere soldi e altre cose del genere. E quello che dovrebbero studiare non lo studiano» afferma il giovane Ibra Ba, educatore della comunità rurale di Yenne (vicino Dakar). Questo fenomeno, seguito ormai da anni da Human Right Watch come da molte altre associazioni ha visto emergere al proprio interno una crescente corruzione in un sistema sempre più deteriorato.

«Una daara per nascere ed esistere non ha bisogno di alcuna legittimazione, di nessuna autorizzazione e non è sottoposta ad alcun controllo istituzionale» afferma il regista Nicola Tranquillo nel suo documentario Talibé, girato nel 2013. «Si è quindi assistito in molti casi alla nascita di scuole coraniche a opera di personaggi senza scrupoli, autoproclamatisi maribout al solo scopo di sfruttare l’elemosina di bambini — denuncia Tranquillo — traendone molti guadagni ed esponendo i talibé a pericoli di ogni genere: malnutrizione, condizioni igieniche di vita penose, maltrattamenti e abusi». Uno scenario confermato e messo in luce dall’inquietante rapporto condotto nell’arco dell’ultimo anno da Human Rights Watch, sostenuta nel compito dalla Piattaforma per la promozione e la protezione dei diritti umani (Ppdh). Dei circa 150 soggetti intervistati da queste due organizzazioni, 88 erano talibé, 23 insegnanti coranici e tra gli altri vi erano assistenti sociali, esperti di protezione dei minori, attivisti e funzionari governativi. Ne è emerso che «63 degli 88 bambini intervistati — si legge nel rapporto uscito due giorni fa — hanno affermato che i loro insegnanti coranici avrebbero preteso da loro di rispettare una quota giornaliera (di guadagni ricevuti dall’elemosina ndr) che andava dai 100 ai 1.250 franchi cfa». Calcolando che a livello internazionale la soglia minima di povertà è fissata a 1,90 dollari al giorno e che i marabout arrivano a pretenderne fino a più di 2, significa che a un bambino, spesso di età inferiore ai 10 anni, viene chiesto di guadagnare con l’elemosina quello che per il 38 per cento della popolazione senegalese rappresenta un limite di ricchezza invalicabile (stando ai dati della World Bank, aggiornati al 2011).

«Ogni talibé deve raccogliere un minimo di 500 franchi cfa che consegna al maribout» afferma un maestro di una scuola coranica nel documentario di Nicola Tranquillo. «Se raccoglie di più può tenere la differenza che gli servirà per comprare vestiti o scarpe» prosegue. Ma tra gli studenti c’è chi ha confessato: «I soldi che restano li tiene per lui. Perché ha un’altra casa nel Richard Toll (città sul confine occidentale con la Mauritania ndr) e un’altra moglie lì. Quando va lì le porta molte cose». E il report di Human Rights Watch denuncia altre orribili vicende. Sedici bambini, tra i 5 e i 15 anni, sono morti nell’arco del biennio precedente (2017-2018) a causa «di abusi, di negligenze e di messe in pericolo da parte di marabout o loro assistenti». Mentre sono stati 61 i minori vittime di abusi fisici, 15 i casi di stupro e 14 i bambini che sono stati imprigionati, legati o incatenati. Il tutto in un lasso di tempo che va da maggio dell’anno scorso a quello appena conclusosi. Nel documento vengono inoltre riportate le mappe che illustrano le rotte attraverso le quali i bambini si spostano dalle case natali alle aree urbane dove sorgono le daara. Non si tratta sempre di migrazioni volontarie: spesso vengono costretti dai loro genitori a lasciare la propria casa. Emerge così la triste realtà di famiglie complici che perpetuano terribili pratiche di traffico di minori «chiudendo un occhio o riportando i bambini in scuole abusive o speculatrici». Il presidente senegalese Macky Sall, rieletto a febbraio, aveva già espresso il suo desiderio di smettere la pratica dell’accoglienza dei bambini e di salvarli dalle strade. Tuttavia, stando a quanto riportato dall’ong di New York, le iniziative del governo sono state limitate e incoerenti e le risorse messe in campo a difesa dei minori si sono rilevate insufficienti. Il progetto di legge del 2013, che stabilirebbe standard legali per le daara e la presenza di funzionari statali a controllo di queste strutture per garantire il rispetto della salute e della sicurezza dei bambini, non è ancora stato approvato a causa di lungaggini burocratiche. E secondo il giovane Ifra, grand-talibès (assistente del marabout) di circa 17 anni, intervistato da Tranquillo «dire ai talibès di non chiedere più l’elemosina non ha senso» perché «la povertà riguarda tutto il Senegal». E a proposito della proposta di legge per l’abolizione dell’accattonaggio «è stato detto già da molto tempo — afferma — ma non è stato fatto niente. Non possono vietare di chiedere l’elemosina perché non hanno ancora fatto nulla per aiutare i talibès. Se non fosse per l’elemosina i talibès non potrebbero sopravvivere». A oggi, avverte Human Rights Watch, «le indagini e condanne per abusi sono rimasti limitati e le accuse sono state ritirate o ridotte dai pubblici ministeri in numerosi casi». «Il popolo senegalese è stanco che il governo avanzi su questo problema e poi si ritiri», ha detto Mamadou Wane, presidente del Ppdh. «Tutti sanno che c’è abbastanza sofferenza in certe daara. È tempo che il governo intraprenda azioni per proteggere i bambini talibés e ponga fine agli abusi». «Seguire la tua religione è buona cosa» sostiene Khady Gueye, yaya daara una mamma che da anni si prende cura delle decine di bambini della daara nella comunità di Yenne. Ma «il governo dovrebbe impegnarsi a dare delle buone scuole e a dare dei maestri che si prendano cura di questi talibé». Troppo spesso infatti si trovano «esposti a pericoli». «Sono problemi reali e chi ci governa dovrebbe occuparsene, costruendo dei centri di formazione dove possano imparare un mestiere che dia loro un futuro».

di Elena Pelloni

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19 ottobre 2019

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