Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La sorpresa di un aiuto

· Anche storie di amicizia tra cristiani e musulmani nell’Iraq segnato dalla persecuzione ·

Musulmani che aiutano cristiani, sfidando le rappresaglie dallo Stato islamico, e cristiani che accolgono sciiti, turcomanni o shabak in fuga dalle violenze: accade anche questo nello sconvolgente scenario iracheno segnato da atrocità e persecuzioni. Oltre alla guerra, «nel nord dell’Iraq c’è anche una grande solidarietà interreligiosa», afferma monsignor Yousif Thomas Mirkis, arcivescovo di Kerkūk dei Caldei. Il presule riferisce di episodi concreti di generosità avvenuti sia nella Mosul occupata dai combattenti sunniti dello Stato islamico sia nelle altre città storicamente multietniche e multiconfessionali del nord dell’Iraq.

Ad As-Sulaymaniyah, ha dichiarato il presule all’agenzia Misna, «vivono anche cinquanta persone in una stessa casa perché tante famiglie, musulmane e cristiane, hanno aperto le porte a chi fuggiva dalla violenza». La maggior parte dei profughi ha raggiunto la regione autonoma del Kurdistan, il capoluogo Arbil o i distretti al confine con Siria e Turchia. Ma duecentocinquanta famiglie sono arrivate anche a Kerkūk e cinquecento ad As-Sulaymaniyah, verso la frontiera con l’Iran. «Sono parte — spiega ancora l’arcivescovo caldeo — delle circa 130.000 persone che a inizio mese hanno dovuto lasciare tredici cittadine e villaggi dell’area di Mosul». Nella grande maggioranza sono cristiani, ma ci sono anche esponenti di altre minoranze etniche e religiose. Come i turcomanni, residenti da secoli in centinaia di città e villaggi dell’Iraq. E come gli shabak, considerati “fratelli” degli yazidi. O come gli sciiti, maggioranza nel sud dell’Iraq ma sempre più a rischio di fronte all’avanzata dello Stato islamico. «A Kerkūk — afferma monsignor Mirkis — ne stiamo assistendo circa cinquecento, accogliendoli nelle chiese e procurando tutto quello che serve». Questi profughi sono giunti per lo più dai monti Sinjar e dalla città di Tal Afar.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

11 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE