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La soluzione finale di Enver Hoxha

È stata proclamata ufficialmente una lunga lista di martiri albanesi, che saranno canonizzati secondo una direttiva di Giovanni Paolo II. Io ho conosciuto da vicino molti di loro, tutti servi in Cristo, tutti uomini coraggiosi, che in condizioni difficilissime hanno mostrato una comune caratteristica: non hanno negato l’esistenza di Dio in nessuna circostanza, lo hanno testimoniato con le opere e hanno professato la loro fede pubblicamente.

Nei confronti di tutti coloro che ho nominato finora, e anche di altri che non ho citato, io posso tranquillamente testimoniare che senza alcun dubbio, né ombre di nessun tipo, hanno meritato il processo di beatificazione e santificazione.
Io ho parlato spesso di questi testimoni di Cristo, che sono stati fucilati, sono morti nelle prigioni o hanno sofferto nei campi di lavoro, sempre sotto la costante minaccia dei sostenitori del regime: «Noi vi togliamo la maschera!». Demistificare e smascherare significava, per i comunisti, deridere e disprezzare. Io posso confermare tutto, perché c’ero.
Ed ero anche presente nelle occasioni di disseppellimento, quando per loro è venuto il momento dell’onore postumo, in sepolcri decorosi, e accompagnati da cerimonie solenni organizzate dallo Stato democratico.
Questi dunque sono i miei ricordi, vivi come se avessi vissuto ieri le scene di cui parlo, anche se ormai, nel momento in cui scrivo, sono passati tredici anni e tante cose sono cambiate in Albania.
Ma tanti di voi, amici lettori, potrebbero chiedersi legittimamente a questo punto: «Qual è stata la ragione di una guerra così spietata dichiarata dal comunismo ateo di Enver Hoxha al clero cattolico?». A questa domanda si possono dare diverse risposte.
Primo motivo. I martiri erano tutti, sempre, esempio di santità, ma soprattutto apparivano testimoni di uno spirito diverso da quello allora corrente in un’Albania arretrata, carica di aggressività atea, declinata in persecuzioni su larga scala da parte dei comunisti. Erano visti dai più come una strana specie, come aliena, quasi non avesse avuto precedenti né radici nel paese. I martiri testimoniavano non solo la luce dello spirito, ma anche l’apertura della mente. Erano quasi tutti molto colti, conoscitori profondi delle loro materie, leader indiscutibili in molti campi della conoscenza: teologi, filosofi, scrittori, pubblicisti, pittori, musicisti, politici, sociologi, pedagoghi, storici, folcloristi, naturalisti, medici, architetti, demografi. Non c’è campo della cultura albanese che non abbia avuto in loro dei precursori e dei maestri.
Per comprenderlo è sufficiente aprire un libro di letteratura: balza agli occhi come essi abbiano creato l’alfabeto albanese in lettere latine, invece di quelle cirilliche. Ma come mai proprio loro, e non altri? Per molti è ancora un mistero il ruolo fondamentale nella formazione della cultura albanese moderna e del suo consolidarsi insieme al senso di appartenenza nazionale. Per altri invece nella cosa non vi è nulla di misterioso: è come se, essendo pieni della loro fede, essi sentissero profeticamente che era venuto il momento di dare il massimo contributo vitale alla costruzione dello spirito del nostro popolo.
Qui c’entrava naturalmente la fedeltà a Cristo: sentivano come un dovere il fatto di essere al servizio della fede e della cultura occidentale, per formare personalità in grado di diffonderla. Era questo, precisamente, che gli atei detestavano. Il comunismo influenzava piuttosto le masse ignoranti, i semi-intellettuali, quelli che giravano invano per sei o sette anni negli istituti d’Europa, e che tornavano in Albania dopo aver completato solo uno o due anni di corso: personalità incompiute. Questa fu la categoria che mostrò la maggiore avversione nei confronti del clero.
Secondo motivo: il clero cattolico costituiva di fatto la colonna portante del patriottismo albanese, in conflitto naturale con l’internazionalismo marxista, disceso quest’ultimo su di noi come un’entità estranea, decisa a reprimere e a cancellare i caratteri secolari del popolo.
Terzo motivo: il clero cattolico ha formato sempre una barriera contro il panslavismo, dunque un impedimento diretto per i piani dei comunisti slavofili, che intendevano mettere l’Albania sotto l’egida jugoslava. In quello snodo storico decisivo i comunisti comprendevano che il clero cattolico doveva essere eliminato, perché sino a quando avesse continuato a esercitare un’influenza avrebbe sempre impedito la realizzazione di quel disegno.
Difatti, dagli ultimi dati, portati alla luce recentemente, risulta che la fucilazione di molti ecclesiastici sia stata commissionata espressamente dal regime jugoslavo. Una volta tolte di mezzo le anime ribelli, inscindibili dal sentimento indipendentista, si sarebbe potuto raggiungere lo scopo finale, che prevedeva addirittura l’annessione dell’Albania alla Jugoslavia, senza che una voce si levasse per opporsi.
Quarto motivo: i comunisti atei, per imporre il dittatore Enver Hoxha come il “Dio” nuovo dell’Albania, avevano bisogno di far sparire l’altro Dio, quello del cielo. Inevitabile, dunque, la liquidazione del clero che, con la sua stessa esistenza, teneva viva la fede nel principio rivale. Afferma Albert Kamy: «Quando il cielo si spopola del Dio vero, allora la terra è piena di dei che hanno sete di sangue umano».
I metodi per dissetarsi con questo sangue erano molti: alcuni conosciuti, altri tenuti nascosti. Qui ne esamino principalmente tre.
a) Le accuse, senza prove, di collaborazione con il nemico, con il fascismo e il nazismo. I comunisti seguivano il principio «o con noi o contro di noi».
b) La creazione di organizzazioni immaginarie, false. Queste costruzioni fittizie erano messe in piedi da dei provocatori. Un esempio ne sono stati il “partito democristiano”, che in realtà non è mai esistito, neppure nell’illegalità oppure l’organizzazione “Unione Albanese”. Per avervi preso parte furono fucilati tre famosi membri del clero, che probabilmente non l’avevano nemmeno sentita nominare. Può darsi che alcuni adolescenti entusiasti abbiano fatto dichiarazioni compromettenti e abbiano ceduto alle torture, ma è certo che le loro ultime affermazioni davanti alle corti siano state di negazione totale rispetto a quanto possono aver confessato sotto i colpi degli inquisitori. Costoro, in particolare, hanno smentito che i loro superiori ecclesiastici — già destinati a essere sottoposti al martirio — fossero stati gli iniziatori della contestata organizzazione “sovversiva”. Il loro comportamento dignitoso, fino ai limiti dell’eroico, risalta tanto di più, in quanto essi erano molto giovani e furono vittime di atroci torture e minacce.
c) È esistita poi una variante albanese, del tutto originale anche rispetto all’Est comunista. Il partito ha provveduto a collocare di nascosto depositi di armi dentro alle chiese, per poter gridare al “complotto” e procedere alla repressione di una “banda armata”. I pacifici frati francescani si sono così visti accusare di aver nascosto armi persino dietro gli altari. L’esito dell’operazione fu quello di condannarne molti a morte e tanti altri a lunghe condanne di prigione.

di Pjetër Filip Arbnori

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17 novembre 2019

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