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La singolare vicenda artistica di Anthony Mann

· ​Nei cinquant’anni dalla morte del regista americano ·

Scena del film «Schiavo della furia» (1948)

In un’ideale classifica dei più grandi registi americani di tutti i tempi, Anthony Mann — nato a San Diego il 30 giugno 1906 e morto a Berlino mezzo secolo fa, il 29 aprile 1967 — troverebbe tranquillamente posto fra i primi dieci, se non fra i primi cinque. Sicuramente, a proposito di questo grandissimo artista di cui non parla quasi più nessuno, nonostante una filmografia lunga e dalla qualità media impressionante, si potrebbe dire che in un certo senso è stato il più americano degli autori cinematografici.

Mann, infatti, rappresenta il caso più unico che raro di un regista che è stato un maestro sia nel noir, sia nel western. Ovvero i due generi che più direttamente parlano dell’America, e in particolare di uno dei principali pilastri filosofici della cultura statunitense: l’individualismo. A rendere eccezionale l’esempio di Mann è il fatto che i due generi in questione danno solitamente dell’individualismo un’immagine perfettamente opposta. Nel cinema nero è soltanto foriero di crimini, meschinità ed egoismi più o meno gravi, nell’epopea della frontiera è l’epica scintilla di vitalismo che ha permesso la nascita di una nazione, polo dialettico ma fecondo del concetto di comunità. A rendere ancora più singolare la vicenda artistica di Mann, poi, è il fatto che ha affrontato questi universi drammaturgici agli antipodi in modo, per così dire, schizofrenico. La fase noir e quella western, cioè, si sono susseguite senza mai sovrapporsi.

di Emilio Ranzato

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22 agosto 2018

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