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La sindrome
della catastrofe

· Focus / Social: sì o no? ·

L’omicidio di massa di Christchurch, in Nuova Zelanda, è stato pianificato per diffondersi e fare proseliti sui social network, che a distanza di molte ore faticano ancora a eliminare il video della strage. Un filmato di morte lungo 17 minuti è andato in diretta su Facebook e si è fatto strada su Instagram, Twitter e YouTube. L’episodio ha riacceso le polemiche sui colossi di internet, che sembrano inermi di fronte al propagarsi di immagini sanguinarie. Il dibattito sul ruolo di social network nei nostri tempi si è riaperto e, tra gli altri, «Vita e Pensiero», la rivista culturale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, ha dedicato al tema un approfondimento nel quale Lamberto Maffei sottolinea come «nell’epoca degli smartphone si ha l’impressione che il potere dei neuroni del pensiero sia andato in minoranza, sostituito dal potere dei neuroni del movimento». Proponiamo diversi punti di vista.

La narrazione della nuova “narrazione” digitale è caratterizzata da una diffusa sindrome della catastrofe. I social, in pochi anni, sono diventati il nuovo “male” contro i quali si concentrano, in un calderone di rabbia, frustrazione, paura e sensi di colpa, molti degli strali di comunicatori, esperti, scienziati e nuovi filosofi dell’effimero. Si insiste molto sulle insidie nascoste nelle nuove abitudini soggettive degli iperconnessi e si trascurano invece alcune importanti questioni oggettive, per esempio quelle legate alla proprietà (economica e finanziaria) dei social.

Con responsabilità andrebbe detto invece che il tema della pervasività di questa inedita “narrazione digitale” è più complesso di come viene “narrato” e che non può essere affrontato con inutili manicheismi. Coloro che ogni giorno si occupano dell’annuncio della gioia del Vangelo hanno infatti un compito ben più arduo e decisamente più interessante: capire cosa sono e cosa rappresentano veramente i social nella nostra vita. Lo avevano scritto già nel 1963 i padri conciliari, alcuni decenni prima di Facebook o di Instagram: «La Chiesa cattolica, essendo stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini, ed essendo perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico, ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso di questi strumenti» (Inter Mirifica, 3).

Internet (con quello che ne consegue) è nato nel 1991. Fu un ricercatore del Cern di Ginevra, Tim Berners-Lee, a definire il protocollo Http (Hyper Text Transfer Protocol). L’obiettivo della sperimentazione era quello di permettere agli scienziati di tutto il mondo di condividere, su un tavolo di lavoro virtuale, le proprie sperimentazioni e le proprie scoperte. Uno scopo nobile che nasceva dal desiderio di un progresso condiviso in un mondo senza barriere. Il 30 aprile 1993 il Cern, secondo la filosofia di fraternità della scienza che ne informa le attività, decise di rendere pubblica la tecnologia alla base del World wide web in modo che fosse liberamente implementabile da chiunque. Negli stessi anni, Steve Jobs e Bill Gates lavoravano intensamente per rendere sempre più “personali” e “portabili” le macchine da calcolo: i computer. Adesso, a distanza di qualche anno, mentre usiamo i nostri smartphone, non possiamo non pensare che, insieme con la tecnologia del Cern, hanno trovato una casa comune tre delle più straordinarie scoperte della storia dell’umanità: il cinema (ogni minuto vengono caricate su Youtube 300 ore di video), la radio (senza la quale la trasmissione di un segnale senza fili non sarebbe possibile) e il telefono (tre invenzioni brevettate nello stesso anno, il 1895). C’è quindi un solido filo rosso che lega il destino dei nuovi social alla nascita di un fenomeno molto più vasto e che ha già caratterizzato in modo indelebile la vita del Novecento, quello della comunicazione di massa. Un motivo di riflessione che dovrebbe rendere più caute certe generalizzazioni apodittiche riguardo ai social.

Alcune settimane fa, una giornalista della Rai, Lisa Iotti, ha incontrato gli studenti quindicenni di un liceo romano. Il tema era quello delle “cattive abitudini” legate all’utilizzo compulsivo degli smartphone. Una studentessa, dopo aver controllato, alza la mano e dice: «Ieri sono rimasta collegata per più di sette ore». Gli adulti scuotono la testa con aria sconsolata. La ragazza però aggiunge: «Ho l’applicazione per leggere i miei libri preferiti, soprattutto i grandi russi della fine dell’Ottocento. Ieri non c’era scuola e così sono rimasta a casa a leggere tutto il giorno». Al termine dell’incontro, un’altra ragazza sospira con forza: «Ma insomma, non è mica colpa nostra». Dopo un attimo aggiunge: «È stata la mamma a regalarmi il telefonino, per sapere sempre dove sono».

La narrazione della nuova narrazione digitale è così: colpevolizza gli utenti finali, non individua gli aspetti positivi del fenomeno e non suggerisce le soluzioni per le eventuali storture del sistema. Non “narra” per esempio la cupidigia del marketing selvaggio dei potenti padroni dei social e se la prende con i singoli esseri umani i quali, anche con questi nuovi strumenti, cercano insistentemente di perseguire un obiettivo antico come l’umanità stessa, il desiderio dell’altro. «L’uso del social web è complementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro. Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce se stessa e rimane una risorsa per la comunione», ha detto il Papa a gennaio in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

di Andrea Piersanti

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27 giugno 2019

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