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La Signora della vita

· Venti secoli di immagini ·

Leonardo, «Vergine delle rocce» (1483-1486, particolare)

«Tutti gli esseri, dalle persone della Santissima Trinità fino alle particelle subatomiche, vi sono coinvolti. Dagli atomi agli esseri più complessi — piante, animali, esseri umani, angeli — l’universo è un immenso laboratorio di comunicazione» scrive monsignor Vincenzo Francia nel suo ultimo libro, Maria attraverso la pittura (Cinisello Balsamo, Paoline Editoriale, 2018, pagine 158, euro 37). Ogni opera d’arte è un avvenimento di comunicazione; quello che si offre al nostro sguardo si inscrive profondamente nella nostra coscienza, e per questo siamo chiamati a svolgere una accurata esegesi delle immagini che le passate generazioni ci hanno consegnato, per renderci conto il più possibile della ricchezza del loro messaggio. A maggior ragione, quando i soggetti ritratti sono il Figlio e la Madre di Dio. Sembra un paradosso, ma nella civiltà dell’immagine, iperconnessa e febbrilmente reattiva ad ogni immagine-simbolo condivisa, è ancora più urgente di un tempo aiutare a leggere le opere d’arte nella loro complessità. L’autore del libro, che insegna iconografia nella Pontificia facoltà teologica Marianum, si sofferma sui dettagli di opere più o meno note, celeberrime o semisconosciute, offrendo una sorta di Biblia rusticum ai nuovi poveri del XXI secolo. Poveri non tanto, o non solo, di denaro: poveri di attenzione, di tempo, di capacità di concentrarsi, o carenti di strumenti culturali che permettano di cogliere tutte le potenzialità nascoste in un affresco o in un quadro. Di riconoscerle, apprezzarle e lasciarsene nutrire. Immagini spesso tanto note quanto fraintese, come nel caso della Vergine delle rocce di Leonardo, come vedremo più avanti.

Attraverso le pagine splendidamente illustrate del libro l’autore ripercorre la vita di Maria; un brano biblico introduce ogni opera, a cui viene affidato il compito di aprire una finestra sulla biografia, terrena e mistica insieme, della Vergine. Finestre vibranti di vita, o raggelate da un freddo accademismo; è il caso di gran parte della pittura religiosa ottocentesca caratterizzata da eleganza formale, compostezza e senso del sacro, ma anche da un’ultima distanza da Dio. Un periodo in cui, scrive Francia, «l’arte cristiana si rivela impreparata ad affrontare i cambiamenti ed entra in una pericolosa involuzione» il cui esito, non previsto e tanto meno programmato, fu una torrenziale e stucchevole produzione devozionale. «Ovviamente — continua l’autore — si notano importanti eccezioni, ma il tono dominante resta quello di una produzione media, a volte mediocre» che raramente sfugge al rischio del patetismo e del sentimentalismo. È il secolo del Neoclassicismo, che si esprime in un linguaggio fluido ed equilibrato, quale quello di Jean-Auguste Ingres nella sua Madonna dell’ostia. Non potrebbe essere più distante dalla compassata eleganza di Ingres l’allegra freschezza dell’Incontro di sant’Anna con Gioacchino di Matteo da Gualdo, una tavola quattrocentesca in cui l’atmosfera generale è luminosa, piena di gioia, quasi trasognata.

Il Verbo diventa carne e pone la sua tenda nel cuore del mondo; proprio l’idea della tenda è all’origine di un bellissimo affresco di Piero della Francesca, oggi nel Museo di Monterchi, in provincia di Arezzo, ma in origine collocato nella locale cappella del cimitero. Nel luogo dedicato alla morte veniva celebrata la memoria di Maria, colei che dona al mondo il vincitore della morte, Colui che della morte spezza il pungiglione. Maria è contemplata sotto una tenda di stoffa impreziosita dal simbolo del melograno, anzi, è lei stessa la tenda dell’incontro, il luogo fisico in cui Dio e l’umanità si sono definitivamente incontrati. Il simbolo del melograno inoltre fa riferimento alla comunità cristiana nata dal sangue versato da Gesù sulla croce. L’espressione della Vergine è quella di una riflessione intima, tipica di ogni donna che vive l’esperienza della gestazione di un figlio: «Come sarà il mio bambino? Che cosa gli riserverà la vita?» sembra pensare. Il suo sguardo non si orienta verso l’osservatore ma è “oltre”, concentrato sul mistero che sta portando in grembo. Un’attenzione sottolineata dal movimento della mano destra che, appoggiata sul grembo, apre leggermente il vestito azzurro. Anzi, è proprio questa mano a costituire il centro dell’intera composizione, studiata come uno spazio sferico che il pittore ha creato con precisi calcoli numerici. Chiosano l’immagine alcuni versi di David Maria Turoldo: «Come una vela il grembo si inarca / sopra la terra s’inarca l’attesa / dentro lo Spirito plasma e fermenta / sta per fiorire di nuovo il creato». Grazie al sì di Maria, anche la creazione vive una nuova genesi. «Il paesaggio stesso, come luogo dell’anima, sembra respirare» scrive monsignor Francia parlando della Vergine delle rocce, dove «i personaggi si immergono nell’atmosfera, in un mondo che l’uomo non può controllare». Negli anni in cui Leonardo dipingeva l’opera si stava sviluppando un vivace dibattito sull’Immacolata Concezione. «Il dipinto perciò — spiega l’autore — allude a Maria, Sede della Sapienza, generata nella mente di Dio “prima di ogni sua opera, all’origine” (Proverbi 8, 22). Questa intuizione viene confermata dal fatto che il quadro era stato commissionato per una chiesa francescana di Milano, San Francesco Grande, ora non più esistente; e i francescani, come è noto, erano ferventi sostenitori della dottrina immacolistica. Un incontro di cuori. E il deserto rifiorì». Da Dio, gli fa eco Rilke nella bellissima poesia Annunciazione, dando voce all’angelo Gabriele, «siamo lontani tutti / Ma tu hai stupende / benedette le mani. / Nascono chiare a te dal manto, / luminoso contorno: / Io sono la rugiada, il giorno, / ma tu, tu sei la pianta».

di Silvia Guidi

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19 marzo 2019

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