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La siccità accende
la guerra dei fiumi

La capitale dell’Afghanistan, Kabul, è alle prese con una grave crisi idrica. Solo alcuni quartieri sono collegati a un sistema di acqua potabile comunale. L’azienda statale fornisce, infatti, solo 68.000 case nella capitale, circa il 20 per cento della popolazione. Quelli che non hanno accesso all’acqua devono invece rifornirsi scavando un pozzo, spesso condiviso dai vicini e sempre più in profondità, a causa delle scarse piogge che impediscono alle falde di ricaricarsi di acqua.

Uno studio pubblicato dall’Afghanistan Analyst Network afferma che, se la situazione non verrà presto affrontata, la carenza idrica, insieme al sovrappopolamento e alla contaminazione delle acque, potrebbe aggravare la crisi, che sta spingendo numerose famiglie di Kabul a fare affidamento a fornitori privati.

Bambina afghana  in un campo vicino a Herat (Epa)

La grave difficoltà nel reperire l’“oro blu” si ripercuote anche sulle delicate politiche di vicinato. Per sopperire alle carenza di acqua, che sta seriamente mettendo in pericolo l’agricoltura, il governo afghano sta progettando nuove dighe con l’obiettivo di sfruttare le acque del fiume Helmand (il più lungo del paese), contese però con l’Iran. E con l’appoggio dell’India, è pronto a sfidare il Pakistan per il controllo del fiume Kabul. Iniziata nei primi mesi del 2018, la siccità ha colpito ben 20 delle 34 province afghane.

E per la prima volta da mezzo secolo, vaste zone agricole dell’Afghanistan sono rimaste improduttive. Il settore agricolo continua a sostenere quasi la metà della fornitura di cibo del paese, fungendo da ancora di salvezza per milioni di persone.

La scarsità di precipitazioni e la conseguente ridotta portata dei fiumi sono all’origine del problema, aggravato dall’assenza di sistemi di gestione e redistribuzione delle acque. Il risultato è un calo del 45 per cento nella produzione agricola, principale voce del prodotto interno lordo nazionale.

La situazione è particolarmente critica nell’Afghanistan sudoccidentale. Qui scende l’Helmand, fiume che dalle montagne a nord di Kabul raggiunge le distese agricole dell’Iran orientale. Per ovviare alla siccità, il governo ha in programma di realizzare una serie di dighe e bacini lungo il suo corso, provocando la ferma opposizione di Teheran, preoccupata dalla possibile riduzione della portata d’acqua in arrivo.

Un trattato per la gestione dell’Helmand, sottoscritto tra i due paesi nel 1973, stabilisce che all’Iran spettino 820 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Ma le dighe afghane potrebbero ridurre ulteriormente i flussi in arrivo in Iran. In più, la presenza sempre più massiccia dei talebani su gran parte dei territori attraversati dall’Helmand impedisce all’Afghanistan la piena gestione delle risorse nell’area.

Dal 2015, i miliziani controllano il terminale di Dehravud, sulla diga di Kajaki, l’unica stazione deputata a misurare la portata del fiume diretto in Iran. In assenza di dati ufficiali sull’entità del flusso in arrivo, Teheran afferma di ricevere meno di quanto stabilito dall’accordo di 46 anni fa.

Per Kabul la soluzione più efficace prevede la costruzione di nuovi sbarramenti in collaborazione con il proprio alleato regionale, l’India. Da tempo, New Delhi sta sostenendo gli afghani nella corsa al controllo dell’acqua.

Nel 2016 è stata inaugurata la diga di Salma, nella parte occidentale della provincia di Herat. Uno sbarramento che, secondo le autorità di Teheran, minaccerebbe la portata degli approvvigionamenti idrici in Iran.

Le dighe in Afghanistan finanziate dall’India minano anche i già aspri rapporti diplomatici con il Pakistan. La questione principale riguarda il fiume Kabul, tributario dell’Indo, il principale corso d’acqua pakistano le cui sorgenti si trovano nel ghiacciaio del Siachen, al confine tra India, Cina e Pakistan, da tempo il luogo più militarizzato al mondo. E dove il confronto tra India e Pakistan — i rivali regionali entrambi dotati di arsenale nucleare — include anche il controllo delle risorse idriche.

Secondo un recente studio dello Strategic Foresight Group di Mumbai, nei prossimi vent’anni l’Asia meridionale dovrà fronteggiare una riduzione della disponibilità d’acqua del 20 per cento. Nella stessa area risiedono attualmente circa 1,5 miliardi di persone, il cui numero cresce ogni anno dell’1,7 per cento (36 milioni), tutte da sfamare e dissetare.

Dall’Indo, il Pakistan trae l’80 per cento dell’acqua impiegata per l’irrigazione, ma la portata del principale fiume pakistano dovrebbe ridursi dell’8 per cento entro il 2050, senza contare l’incognita costituita dalle dighe progettate da New Delhi più a monte, proprio nel Kashmir indiano, al centro di un’annosa contesa con Islamabad. Lo scenario di un controllo indiano sull’Indo sembra essere scongiurato dall’Indus Waters Treaty, trattato stilato nel 1960 per normare la gestione delle acque del fiume.

Diversamente, lo sfruttamento del fiume Kabul non è disciplinato da alcun accordo, quindi in caso di disputa sarebbe necessario rifarsi al diritto internazionale, che prevede di non arrecare danni rilevanti agli altri paesi interessati dal corso di un fiume comune.

Per il Pakistan, la riduzione della portata del Kabul causerebbe perdite rilevanti in termini di produttività.

Del resto il pil pakistano, al pari di quello afghano, dipende in buona parte dalle attività agricole, comparto che da solo garantisce lavoro al 42 per cento della popolazione. La crisi dell’agricoltura si rifletterebbe nell’andamento dell’economia nazionale, con ripercussioni sull’occupazione e, di conseguenza, sulla stabilità interna del paese.

Secondo il quotidiano pakistano «The News», la contesa tra Pakistan e Afghanistan sulla gestione delle acque comuni potrebbe essere evitata con la definizione di un trattato simile all’Indus Water Treaty. Se così non fosse, la tensione — già esistente — tra i due paesi potrebbe portare anche a una soluzione militare. Scenario senza dubbio poco conveniente sia per Kabul sia per Islamabad.

Il rischio concreto, quindi, è che la siccità possa esacerbare l’impatto di anni di crescenti tensioni regionali, oltre a provocare ulteriori gruppi di sfollati costretti a lasciare le proprie case, minando la produzione di cibo per milioni di persone.

di Francesco Citterich

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23 luglio 2019

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