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La Shoah in Italia

Anticipiamo uno stralcio della relazione che la storica tiene nel pomeriggio del 12 aprile presso la Pontificia università della Santa Croce durante la conferenza, promossa in collaborazione con l’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede, in occasione dello Yom HaShoah, il Giorno del ricordo della Shoah (che nel calendario ebraico si celebra il ventisettesimo giorno di Nissan). Porteranno il loro saluto, prima della relazione dello storico David Silberklang, l’ambasciatore di Israele, Oren David, e il rettore dell’università, Luis Navarro.

La caccia agli ebrei e la loro deportazione iniziano in Italia tardi rispetto agli altri paesi europei, se si eccettua l’Ungheria. Ma, a differenza che in Ungheria — dove nonostante la breve durata della deportazione (da fine aprile a inizio luglio 1944) furono prelevati quasi mezzo milione di ebrei — in Italia vennero deportati meno del venti per cento degli ebrei italiani e stranieri presenti sul territorio nazionale. 

La caccia all’ebreo inizia in Italia solo dopo l’armistizio dell’8 settembre e la successiva occupazione tedesca di una parte del territorio: fino alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, infatti, non ci sono state deportazioni, nemmeno degli ebrei stranieri rifugiati in Italia, in gran parte internati nei campi creati allo scoppio della guerra, nel 1940. La politica di Mussolini in questi anni è contraria alle deportazioni, nonostante dopo il 1942 esse siano richieste dai nazisti, e lo è anche nei territori dell’ex Jugoslavia e della Francia meridionale sotto occupazione italiana. Solo dopo l’8 settembre con tutti gli eventi connessi — dalla fuga del re alla formazione della Repubblica di Salò al Nord — non essendo più l’Italia un paese alleato, la deportazione degli ebrei viene messa in agenda prima dai tedeschi e poi, a partire dal dicembre 1943, da Salò.
La resistenza del governo e di molte delle alte cariche dell’esercito alla deportazione ha reso a lungo dominante nella storiografia e nel senso comune storiografico l’idea che le responsabilità della Shoah in Italia siano state solo ed esclusivamente dei nazisti. Che anzi da parte italiana ci sia stato un atteggiamento di protezione nei confronti degli ebrei: parte della storiografia e dei critici ha dunque parlato del «buon italiano». Così molti storici, non ultimo Friedlander, così Hannah Arendt, così le testimonianze al processo Eichmann.
Solo nei due ultimi decenni c’è stato un ribaltamento di questa teoria: dagli studi sulle leggi del 1938 — che cominciano a diventare numerosi e approfonditi solo dopo il cinquantenario (1988) — ai lavori di Sarfatti sugli ebrei sotto il fascismo, e in particolare durante Salò, che rimettono in discussione molte delle tesi di De Felice, fino ad allora lo storico incontrastato degli ebrei sotto il fascismo, ai lavori di Liliana Picciotto sulla Shoah in Italia, e, in tempi molto recenti, agli studi sui campi di concentramento di Salò.
Il quadro che ne è emerso è quello di un regime che se fino al 25 luglio, per una serie di motivi (non ultimo quello di mantenere uno spazio di autonomia), rifiuta la deportazione, a partire dal 30 novembre 1943 diventa il motore principale della caccia agli ebrei e della loro deportazione ad Auschwitz. Dai dati non esaustivi che abbiamo sembra che una buona metà degli ebrei arrestati dopo il febbraio 1944 lo sia stato a opera di italiani. Sono dati che, al di là di qualsiasi interpretazione, bastano da soli a smontare la tesi del buon italiano.
Molti ebrei italiani parteciparono alla Resistenza. Ma, vorrei sottolinearlo, vi parteciparono come italiani. Certo, il fatto di essere ebrei dava un valore aggiunto al loro impegno, ma l’identificazione con la patria italiana era in loro molto forte. Non è un caso e non è nemmeno una sottovalutazione della loro identità ebraica, ma è una sottolineatura del loro essere cittadini italiani, il modo in cui Leone Ginzburg, direttore ebreo del giornale clandestino «Italia Libera», denunciava la razzia del 16 ottobre: «I tedeschi sono andati in giro una notte e un giorno a strappare degli italiani al loro focolare».
Gli ebrei che entravano nella Resistenza non trovavano, a differenza che in Polonia, nessuna ostilità. Molti di loro erano dirigenti del Cln, come Eugenio Curiel, Eugenio Colorni, Umberto Terracini, Leo Valiani, Vittorio Foa ed Emanuele Artom, a cui è dedicata la scuola ebraica di Torino. Nei Castelli romani operava una banda partigiana diretta da un ebreo genovese, Pino Levi Cavaglion. Non ci furono bande composte di soli ebrei, come in Polonia e in Francia: a non consentirlo non erano solo i numeri, ma soprattutto la forte integrazione (non ancora annullata dalle conseguenze delle leggi del 1938) del mondo ebraico italiano. Circa cento ebrei caddero in combattimento o furono arrestati e uccisi nella penisola, o in seguito alla deportazione nei lager nazisti. Sette di loro furono insigniti di medaglia d’oro alla memoria: Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani (partigiana ebrea caduta in combattimento su cui Livio Sirovich ha scritto un libro recente) e Ildebrando Vivanti.
Difficile parlare della Shoah in Italia senza toccare il tema del ruolo della Chiesa, dell’aiuto prestato (o secondo alcuni non prestato o insufficientemente prestato) agli ebrei, della posizione di Pio XII e dei suoi “silenzi”. Questa questione ha messo per molto tempo in ombra l’attività concreta di salvataggio, e le sue modalità.
I dati ci dicono di molte migliaia di ebrei nascosti in chiese, conventi e parrocchie, in particolare ma non solo a Roma. Nella capitale, inoltre, esistevano un certo numero di zone extraterritoriali di proprietà della Santa Sede e non dello Stato italiano, la più ampia delle quali era il complesso del Laterano. Del resto, le istituzioni religiose non munite di extraterritorialità erano solite appendere fuori dalle loro porte un cartello che sosteneva che si trattava di zone extraterritoriali: i nazisti accettavano questo stratagemma, ed erano ampiamente a conoscenza del gran numero di rifugiati che vi vivevano, non solo ebrei, ma anche partigiani, renitenti alla leva, oppositori del fascismo.

A livello alto, il gioco era complesso. Lo Stato del Vaticano era uno Stato neutrale, difeso da pochi svizzeri, e collocato nel cuore della città. Tutto intorno a piazza San Pietro, i soldati tedeschi. Il Vaticano non aveva riconosciuto la Repubblica di Salò. Il Papa non lasciò mai il Vaticano durante l’occupazione, in compenso c’era un gran via vai di alti prelati, a cominciare da monsignor Montini, che usciva sovente a rifornire di vettovaglie i conventi e, di conseguenza, i rifugiati. L’ipotesi di un ingresso nazista in Vaticano e di un arresto del Papa non era poi così improbabile. Intorno al Vaticano, nelle trattative tra i diplomatici tedeschi e il segretario di Stato, molti erano i problemi in questione: la possibilità di salvare Roma dal divenire teatro dello scontro tra angloamericani e tedeschi (cosa a cui il Papa dava la priorità), i tentativi doppiogiochisti di una parte della diplomazia, in attesa della definitiva sconfitta di Hitler, e anche il destino di quella mezza Roma, si diceva, fra cui gli ebrei, che era nascosta dall’altra metà.

di Anna Foa

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19 agosto 2018

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