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La sfida di Paolo VI

· Rilanciata dal segretario di Stato la proposta di destinare parte delle spese militari a un fondo mondiale per i poveri ·

A cinquant’anni dalla Populorum progressio, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha rilanciato la proposta di Paolo VI per «la costituzione di un grande fondo mondiale, alimentato da una parte delle spese militari» allo scopo di «venire in aiuto ai più diseredati». Sembra scritta oggi, del resto, la denuncia di Montini dello «scandalo intollerabile della corsa agli armamenti quando tanti popoli hanno fame».

«No War» (murale realizzato dagli studenti  dell’Istituto comprensivo di Contursi Terme sul tema della pace e del disarmo)

Intervenendo venerdì 10 novembre alla conferenza sul disarmo promossa dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, il segretario di Stato ha ripresentato al mondo la proposta di Paolo VI , che seppure «tuttora molto attuale, sembra essere poco realistica, se non addirittura utopistica». Ma, ha ribadito, «andrebbe valutato se, in riferimento anche al processo di attuazione degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile adottati nel 2015, si potrebbe favorire una riflessione su come rilanciarla, facendo perno sulle risorse umane ed economiche risparmiate da minori spese militari, comprese anche quelle dirette alla manutenzione e alla modernizzazione degli armamenti nucleari; risorse da indirizzare verso veri obiettivi di sviluppo e di pace».

È «una proposta», ha affermato il cardinale, che «riconosce l’importanza per la comunità internazionale di evitare un approccio miope ai problemi della sicurezza nazionale e mondiale, e di assumere invece un comportamento lungimirante per promuovere la pace e la sicurezza». La Santa Sede, del resto, insiste sul fatto che «il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può non recare grandi benefici allo sviluppo; uno sviluppo umano integrale non può non avere profonde e benefiche ripercussioni sulle stesse questioni della sicurezza».

«In questi tempi caratterizzati da incertezza e complessità, parlare di “prospettive per un mondo libero da armi nucleari e per un disarmo integrale” sembra essere poco realistico, se non addirittura utopistico» ha fatto presente il cardinale. «Ciò — ha detto — è confermato da un dato allarmante: la continua crescita delle spese mondiali per armamenti, comprese quelle per l’ammodernamento degli arsenali nucleari».

Imprescindibile punto di partenza è la domanda che il Papa «ha posto il 27 marzo scorso, con il suo messaggio, in apertura della conferenza dell’Onu finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per proibire le armi nucleari: perché porsi l’obiettivo impegnativo e lungimirante di un mondo senza armi nucleari?». La risposta del Papa è il punto di partenza e il segretario di Stato ha voluto riproporla integralmente: «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide. Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, così come la lotta alla povertà e l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibrio basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli. La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere».

Da queste «indicazioni» del Papa derivano, per il porporato, quattro considerazioni. Anzitutto «l’inadeguatezza dei sistemi di difesa basati sulle armi nucleari nel rispondere alle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del xxi secolo». La seconda considerazione è «l’impatto catastrofico dal punto di vista umanitario e ambientale dell’utilizzo di ordigni nucleari». La terza riguarda «la dispersione di risorse umane ed economiche per la loro modernizzazione; risorse che vengono sottratte al complesso conseguimento di obiettivi come la pace e lo sviluppo umano integrale». Infine la quarta considerazione suggerita dal cardinale riguarda «l’instaurazione di un clima di paura, di diffidenza e di contrapposizione».

«Una risposta concreta a queste argomentazioni — ha spiegato — è stata la recente adozione e apertura alla firma del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, che il 20 settembre scorso è stato ratificato anche dalla Santa Sede, la quale incoraggia gli Stati non solo ad aderire al Trattato ma pure a cercare di comprenderlo nella lettera e nello spirito e a dar seguito a quanto da esso promosso». Il Trattato «si inserisce nell’importante regime internazionale sull’eliminazione delle armi nucleari». E «riconosce l’importanza sia dell’educazione alla pace e al disarmo in tutti i suoi aspetti, sia della sensibilizzazione sui rischi e sulle conseguenze delle armi nucleari». Servono, dunque, iniziative per «favorire una cultura che rifiuta le armi nucleari, una cultura della vita e della pace, basata sulla dignità dell’essere umano e sul primato del diritto, attraverso anche un multilateralismo fondato sul dialogo e sulla cooperazione responsabile, onesta e coerente».

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