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La sfida di Erdoğan

· ​Il leader di Ankara annuncia un nuovo giro di vite dopo il golpe fallito e accusa i Paesi stranieri ·

«Ci sono stati molti arresti in questi giorni e altri nomi arriveranno nei prossimi giorni. Non abbiamo ancora finito. Ma restiamo nel sistema della democrazia parlamentare, non ce ne allontaneremo mai». Sono parole dure, ma chiare, quelle che il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha pronunciato ieri in diretta da Ankara con «Al Jazeera» dopo aver presieduto il Consiglio di sicurezza nazionale. «Un tentativo di golpe è un reato o no? Lo è. È un crimine contro lo Stato, e lo Stato ha il dovere di trovare i colpevoli e consegnarli ai giudici che, in uno stato di diritto, li giudicano nel rispetto della legge». Il golpe di venerdì scorso «è stato organizzato da un gruppuscolo di terroristi» manovrati dall’imam Fetullah Gulen, in autoesilio negli Stati Uniti dal 1999. E a tal proposito, il leader dell’Akp è tornato a incalzare Washington, affermando che «le prove sono evidenti» per far partire il processo di estradizione dell’imam. 

Erdoğan è giunto ieri in una capitale blindata, a poco più di tre giorni dal fallito golpe. Ha poi raggiunto il palazzo presidenziale Ak Saray per presiedere un Consiglio, composto da ministri e alti ufficiali, che si è protratto per molte ore. Le misure decise sono state annunciate in un discorso alla Nazione intorno alla mezzanotte. La prima è lo stato di emergenza per tre mesi, come previsto dall’articolo 120 della Costituzione, e questo perché potrebbero esserci altri tentativi di golpe. La seconda misura è un rafforzamento del controllo governativo sulle forze armate per continuare quella che Erdoğan ha chiamato «la pulizia», ovvero la destituzione e l’arresto dei golpisti. Infine, terza misura, una serie di misure economiche per garantire la continuità degli investimenti e prevenire scossoni in Borsa, e questo nonostante Standard&Poor’s abbia tagliato il rating turco al livello bb, definendo la situazione complessiva «instabile».
E intanto, oggi il Governo turco ha annunciato la sospensione della Convenzione europea dei diritti umani, «così come ha fatto la Francia» ha spiegato il vice presidente Numan Kurtulmuş.
Il clima resta teso.C’è un esercito in ginocchio. Ieri sera l’ordine di detenzione è scattato per 62 cadetti della rinomata accademia militare di Kuleli a Istanbul. Erdoğan ha sottolineato la necessità di agire con forza per estirpare il «cancro gulenista» dalle forze armate, «forse appoggiato da potenze straniere». Gli arresti — in base alla cifre fornite dal presidente — sono saliti a novemila; un terzo dei generali è detenuto, ovvero 113 su 360. Sono finiti sotto inchiesta tutti i giudici e i procuratori militari: 262 sono stati subito sospesi, assieme ad altri 900 agenti della polizia della capitale. C’è poi lo scontro con gli ambienti accademici, con il divieto di espatrio per i docenti e la rimozione in blocco di 95 insegnanti all’università di Istanbul. Arrestato, invece, il rettore dell’università di Ankara. Inoltre, numerosi golpisti si sono dati alla fuga, come l’ammiraglio Veysel Kosele, comandante della Marina. E ben quattordici navi, compresa almeno una fregata, non sono ancora tornate nei loro porti. 

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13 novembre 2019

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