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La sfida
della pastorale urbana

· Dall’America latina all’Europa ·

Il confronto con l’urbanesimo ha comportato da sempre una sfida per la Chiesa. Talvolta essa è stata percepita come problematica; altre come affascinante, nonché necessaria. L’attenzione alla città deriva dalla constatazione di come sia in essa che si generano i nuovi paradigmi culturali. E poiché il binomio cultura-fede è costituivo del processo di evangelizzazione, una Chiesa che vuole annunciare il Vangelo in modo adeguato al tempo non può sottrarsi a tale confronto. 

Tarsila do Amaral «Morro da favela» (1924)

È di questo avviso anche la linea della “pastorale urbana” che si innesta nel solco della “teologia del popolo” di matrice latinoamericana. Attraverso il pontificato di Francesco la sua diffusione ha superato i confini del Sud America per imporsi anche nel dibattito europeo. Si tratta di comprendere se questo modello pastorale con forti implicazioni di carattere teologico ed ecclesiologico sia in grado di rivitalizzare anche la Chiesa del vecchio continente. Se il problema dell’Europa occidentale è costituito dall’indifferenza religiosa e dall’ateismo, il contesto latinoamericano, pur presentando alcuni aspetti negativi tipici del tempo presente, sembra ancora custodire un orizzonte complessivamente religioso, dentro cui la questione di Dio viene data per presupposta.

Il progetto della “pastorale urbana” è l’esito di un cammino che la Chiesa latinoamericana compie nei decenni successivi al Vaticano ii e risponde al dato di fatto di una regione che è la più urbanizzata del mondo. Essa trova il suo trampolino di lancio nel documento con cui si chiude la quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, tenutasi ad Aparecida nel 2007. Nell’orizzonte di una generale rottura della trasmissione, la Chiesa latinoamericana riconosce la sua fatica in ordine alla trasmissione della fede soprattutto ai giovani a causa di una non conoscenza/comprensione dei nuovi codici esistenziali che le mutazioni culturali hanno determinato. La risposta di una Chiesa che non vuole chiudersi nella paura, ma che vuole mantenere il proprio slancio missionario impone il confronto con quei grandi laboratori di cultura che sono le città, dentro cui si elaborano i nuovi linguaggi e i nuovi simboli. Mosso dall’istanza teologica secondo cui il progetto di Dio è una città, la città santa, il documento suggerisce alla Chiesa di assumere uno sguardo contemplativo, capace di riconoscere che Dio è presente in città. Seguono alcune prospettive pastorali e la proposta di un progetto comune di pastorale urbana, i cui cardini sono: la costruzione di una rete tra le diverse istituzioni ecclesiali, il tentativo di una presenza della Chiesa nei nodi in cui si elabora la cultura, l’opera di decentramento dei servizi ecclesiali.

Le affermazioni del documento di Aparecida tracciano un cammino dentro cui si innestano i diversi contributi che, in questo decennio, hanno favorito lo sviluppo del modello della “pastorale urbana”. A procedere da una condivisione delle premesse, essi tentano di lavorare attorno alle azioni che la Chiesa è chiamata a incentivare con l’obiettivo di passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, dall’essere «arca di Noé» al divenire «barca di Pietro».

di Paolo Carrara

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17 agosto 2019

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