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La sfida della libertà religiosa

· A colloquio con il cardinale Leonardo Sandri ·

Per ricostruire la convivenza pacifica in Medio oriente

La libertà religiosa è un elemento fondamentale per la convivenza pacifica e per la costruzione di una società più civile e umana. Ed è ancora più indispensabile in un contesto come quello del Medio oriente, scosso negli ultimi decenni da conflitti e violenze che hanno avuto di mira soprattutto i cristiani e hanno provocato drammatiche emergenze umanitarie. Osservatore privilegiato di questa realtà è stato, nell’anno appena trascorso, il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, che ha compiuto diversi viaggi nella regione, constatando di persona quanto sia importante il rispetto dei diritti di tutti per la riconciliazione e la pacificazione in paesi come Siria e Iraq. Ce ne parla in questa intervista all’Osservatore Romano.

Come prefetto del dicastero, nel 2018 ha visitato nazioni dove c’è una consistente presenza delle comunità ecclesiali orientali. C’è un filo conduttore che lega i suoi interventi?

Un momento della visita del cardinale Sandri in Libano

Le visite alle Chiese orientali sono sempre state un’occasione per portare conforto e sostegno ai nostri fedeli e ai pastori. In tutti questi anni di guerra, specialmente in Siria, in Iraq, e in tutto il Medio oriente, questo conforto si esprimeva essenzialmente con le lacrime. Sperimentavamo tutta la nostra impotenza di fronte allo strazio per le vittime delle persecuzioni, dei bombardamenti, dei sequestri. Andare in questi paesi, dunque, significava manifestare la nostra vicinanza e condividere il nostro pianto, anche per l’indifferenza del mondo davanti a questi drammi. Negli ultimi viaggi del 2018, in particolare in Libano e Terra Santa, ho percepito un altro spirito. Adesso si tratta di visite soprattutto all’insegna della speranza. La Chiesa, mentre accompagna la fatica e la sofferenza dei suoi figli e di tutti i fratelli e sorelle in umanità, appoggiata sul Signore non può che essere custode ed annunciatrice di speranza: penso alla Siria, ma anche all’Iraq, in questi giorni visitato dal cardinale segretario di Stato. Nel dicembre del 2012 avevo partecipato alla riapertura della cattedrale siro-cattolica di Baghdad, profanata dall’attentato dell’ottobre 2010, pochi giorni dopo la conclusione del Sinodo per il Medio Oriente. Ora il cardinale Parolin ha potuto visitare, oltre a Baghdad ed Erbil, anche Mosul e Qaraqosh, luoghi sfigurati dalla barbarie del Daesh. Sono segni piccoli, ma come fiaccole che tornano a far splendere la luce nell’oscurità. Ultimamente in Libano ho incontrato i vescovi della Siria, che sono venuti fino al confine. Ho condiviso con loro questa speranza. E la tristezza ha lasciato spazio alla fiducia, perché vogliamo accompagnarli nella ricostruzione di un mondo di convivenza e di fraternità con i musulmani e con tutti quelli che vivono nel Medio oriente. Il Sinodo inter-eparchiale annunciato per i prossimi mesi ad Aleppo è pure un segno di ricostruzione non solo materiale, ma del tessuto ecclesiale, nell’annuncio del Vangelo e nella carità. La visita in Terra Santa mi ha dato occasione di rendere omaggio alla grande figura di Paolo VI, canonizzato nell’ottobre scorso: posso dire che il filo conduttore non solo di quel viaggio allora è stato quell’amore intelligente e solidale che egli nutrì con il pellegrinaggio del 1964 e “sigillò” con la Nobis in animo del 25 marzo 1974, testo ancora attuale e con importanti intuizioni su Gerusalemme, la Terra Santa e più in generale la presenza cristiana in Medio Oriente, che tutta la Chiesa è chiamata a sostenere con riconoscenza e carità fraterna.

Nel 2018 sono stati celebrati cinquant’anni di vita della Riunione opere di aiuto alle Chiese orientali (Roaco). È ancora attuale la sua missione?

La Roaco in questi cinquant’anni ha compiuto un’opera straordinaria. Anzitutto nella sua esistenza, una forma “sinodale” di collaborazione tra un dicastero della Curia Romana quale è la nostra Congregazione e le agenzie di diversi Paesi del mondo che coltivano l’attenzione e la solidarietà per le Chiese orientali cattoliche. La Roaco si è poi impegnata soprattutto nella promozione della carità, mettendo in pratica il Vangelo e amando Dio e il prossimo. Ma si è occupata anche di tenere viva la fiamma dei nostri fratelli orientali, non solo offrendo un aiuto per la costruzione delle chiese, ma anche dando un contributo importante per le attività pastorali, la formazione del clero e dei religiosi, come pure nell’ambito dello sviluppo della persona umana, attraverso scuole e ospedali, senza dimenticare la promozione sociale della donna. Sono cose che la Roaco in questi anni ha già fatto, ma rappresentano un obiettivo che dovrà continuare a essere perseguito in modo sempre più intenso. Ora è il momento non solo di offrire aiuti, ma anche di risanare le spirito delle vittime delle guerre, soprattutto i giovani e i bambini che sono rimasti feriti nel cuore.

C’è una sfida da affrontare soprattutto per i cristiani in Asia e in Africa: la libertà religiosa. Cosa può dirci al riguardo?

Questa è una realtà fondamentale. Lo ripetono tutti gli ultimi Pontefici, sino a Papa Francesco: la libertà religiosa è essenziale per costruire un mondo in cui ognuno sia rispettato. Siamo tutti cittadini dei nostri paesi, al di là delle differenze di fede. Ciascuno è figlio della propria nazione, la ama e vuole che sia promosso il bene comune. Ma se viene a mancare la libertà fondamentale di poter vivere il proprio credo, quel Paese per quanto possa sembrare progredito rimane invece profondamente ferito. Ripeto sempre ai miei interlocutori della società civile che i cattolici vogliono essere in prima fila nell’amare la propria patria, nel servirla e nel mettersi a disposizione dei poveri e dei più bisognosi. Questa è la grande sfida che dobbiamo affrontare. D’altronde, ci rallegriamo quando vediamo che anche chi non condivide la nostra fede ha a cuore la libertà religiosa. Auspichiamo che a ogni cittadino venga riconosciuto il diritto a professare la propria fede. Ci sono fatiche e sofferenze — basti pensare al rapporto pubblicato da Aiuto alla Chiesa che soffre — ma anche segnali di speranza e attenzione: penso durante quest’anno all’incontro promosso all’Università Gregoriana dall’ambasciata britannica con lord Ahmad, parlamentare inglese impegnato su questo fronte, come pure da un evento analogo presso l’Università della Santa Croce in collaborazione con l’ambasciata degli Stati Uniti. Qualcosa si muove, anche se ai proclami debbono poi sempre seguire i fatti concreti.

Papa Francesco ha più volte invocato la messa al bando della vendita di armi, richiamando la comunità internazionale a trovare soluzioni condivise per il Medio oriente. Quale ruolo svolge la Chiesa in questo processo?

La Chiesa è come la coscienza dell’umanità. Dunque tantissime volte — a cominciare dal Pontefice — ripete che bisogna trovare le vie per costruire una società più giusta e più equa. E questo non può avvenire attraverso la violenza e le armi. Purtroppo in pochi ascoltano questo messaggio, perché ci sono tanti interessi economici che si muovono dietro le quinte. Non a caso, la vendita di armi ai Paesi in cui c’è più miseria acuisce e aggrava maggiormente le situazioni di conflitto. In questo senso, il Papa ha lanciato un appello tra i più drammatici del suo pontificato durante l’incontro con i patriarchi e i capi delle Chiese in Medio oriente, svoltosi a Bari il 7 luglio scorso: sono parole che vanno rilette e riproposte sempre. Ha ribadito la denuncia della Chiesa contro il traffico di armi e contro quanti approfittano di questo commercio per mantenere la gente soggiogata dalla paura e dalla morte.

Dopo quell’incontro, ci sono stati segnali significativi sulla via della pace?

È cresciuta la consapevolezza, da parte dei cattolici e degli ortodossi, del dovere di promuovere la pace e di farlo insieme: di fare cioè il possibile perché tutte le componenti della società, al di là della loro appartenenza religiosa, si uniscano e costruiscano insieme un futuro migliore. Certo, nelle autorità e nei responsabili civili l’incontro di Bari ha avuto una grande eco, anche se tanti problemi rimangono e, forse, si sono riaperti tra alcuni dei nostri fratelli non cattolici. Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno il Papa afferma che la buona politica può costruire un mondo di giustizia e di pace. Non ci si può più rifugiare, per scopi di interesse personali, nella gestione della sfera pubblica alimentando così ingiustizia, illegalità, corruzione. La politica deve essere al servizio della pace. Speriamo che quanti hanno nelle loro mani il timone delle nazioni, specialmente di quelle che vengono definite “potenze”, siano disposti a collaborare a questo servizio all’umanità.

Durante il suo viaggio in Libano ha potuto constatare la tragedia dei rifugiati e dei migranti. Cosa si può fare per alleviare questa drammatica situazione?

Con i membri della Roaco ho visto migliaia di persone che vivono nei campi dei rifugiati in Libano. Questa nazione ha dimostrato di avere un cuore grande accogliendo tantissimi siriani che fuggono dalla guerra. Certo, è un Paese con risorse limitate e con una presenza di immigrati di notevole entità; dunque è difficile che possa continuare a far fronte da solo a un fenomeno così imponente. Occorre un intervento internazionale che aiuti il Libano a ricostruire una società di convivenza. Come ripetuto più volte, si tratta di un Paese-laboratorio di intesa e di dialogo: per questo, tutte le componenti della società e della politica libanese devono fare un passo, perché le fatiche a trovare accordi interni di volta in volta non possono essere attribuite soltanto al dramma dei rifugiati siriani, come hanno avuto il coraggio di affermare alcune voci di intellettuali libanesi durante la conferenza organizzata dall’Università di Kaslik cui ho partecipato durante il mio soggiorno. In questo senso, si deve dare al Libano il riconoscimento che merita per tutto quello fatto finora, e il Libano e i libanesi, incominciando dai cristiani, devono riscoprire ogni giorno la propria vocazione e missione. Speriamo che la pace auspicata continuamente dal Papa per l’amata Siria arrivi presto, in modo che quanti hanno lasciato la loro terra siano messi nelle condizioni di potervi tornare in sicurezza e stabilità.

di Nicola Gori

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20 gennaio 2019

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