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La sfida della libertà religiosa

· ​Intervento di Mons. Antoine Camilleri, Capo della Delegazione della Santa Sede all’High Level Informal Meeting dell’OSCE, Helsinki, 10 luglio 2015 ·

Signor Presidente,

1.Desidero innanzitutto esprimere l’apprezzamento della Santa Sede alla Presidenza serba per l’organizzazione di questo incontro a quarant’anni dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki. Un ringraziamento rivolgo anche al Governo della Finlandia per la gentile e cordiale accoglienza riservata.

I fatti e la storia che ci separano dal 1º agosto del 1975 ci rendono tutti coscienti del valore di quel documento da cui ha preso l’avvio il “processo” della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Un meccanismo di regole, istituzioni e programmi che con perseveranza e grande impegno è riuscito a determinare decisioni importanti a vantaggio di persone, popoli e Stati.

Oggi come allora la Santa Sede non cessa di ribadire la validità di quanto è stato realizzato ricordando che obiettivo dell’Atto finale non è una pace astratta, ma una “strategia di pace” fondata sulla sicurezza tra le Nazioni, ispirata dal rispetto della dignità umana in tutte le sue dimensioni e garantita da una reale cooperazione e coesione sociale. Si tratta, dunque, di misure capaci di tutelare e promuovere le aspirazioni che uniscono l’intera famiglia umana. L’idea di questa unità è radicata nella struttura dell’Atto finale e ancora mantiene tutta la sua efficacia ponendosi come strumento per governare l’oggi e programmare il futuro del processo inaugurato a Helsinki.

Nel corso del lungo negoziato che portò alla firma di quel documento, la Santa Sede ha insistito sul fatto che l’ordinata coesistenza tra gli Stati, il rispetto delle frontiere, il divieto dell’uso della forza, gli accordi sugli armamenti, la soluzione pacifica delle controversie non possono essere separati dalla tutela della centralità della persona umana con i suoi diritti. Come pure non possono rimanere estranei una cooperazione fondata sulla solidarietà e la sussidiarietà, e un effettivo rispetto per l’ambiente naturale e umano. Non si tratta solo di obblighi che i Governi si sono impegnati a rispettare, ma dell’unica garanzia per quella sicurezza che nell’Atto finale è sinonimo di giustizia e di bene comune.

In questi anni ci siamo accorti che quando gli Stati partecipanti violano la fiducia reciproca, gli obblighi assunti, il rispetto della sovranità di ciascuno, l’attenzione verso le libertà della persona, la protezione dei differenti ecosistemi, la promozione degli scambi culturali, lasciano il posto all’indifferenza e alla solo competizione politica, militare, economica. Questo significa imporre precarietà all’idea di pace maturata ad Helsinki e gli effetti sono sotto i nostri occhi: divisioni che si moltiplicano, conflitti senza soluzione, discriminazione e ineguaglianza crescenti, ma soprattutto l’attuazione di comportamenti da cui è assente un autentico fondamento etico.

2.La Santa Sede nel partecipare al processo della CSCE, e oggi alle attività dell’OSCE, si è sempre adoperata perché nelle relazioni internazionali trovassero considerazione i valori della fede e l’inviolabilità delle coscienze di tutti, senza distinzione alcuna. E questo consapevole che la dimensione del credere può favorire, per i singoli e le comunità, l’uguaglianza, il rispetto del pensiero, la ricerca della verità, come pure la giustizia individuale e sociale, il senso delle regole. Tutti elementi necessari per un leale rapporto tra cittadini, istituzioni e Stati.

Le sfide odierne all’Atto finale sono determinate dalla minaccia dei conflitti che rischia di diventare sempre più pericolosa, ma anche da una promozione dei diritti fondamentali che sembra soffermarsi solo su semplici interessi particolari dimenticando l’ampiezza della dignità della persona umana. Per la Santa Sede questa tematica è ben viva fin da quel lontano 6 febbraio 1973 quando, in quello che è poi diventato il VII Principio dell’Atto finale, essa propose di inserire la libertà di religione e di credo perché ogni credente, da solo o in comune, potesse realizzare le sue aspirazioni spirituali, umane e sociali.

Il diritto alla libertà di religiosa, che il Principio VII pone come base di ogni altro diritto umano, è un ambito che impone un ripensamento nell’attuale contesto interno e internazionale, di fronte ad una cultura che sembra ritenere superfluo il credere e la dimensione religiosa, relegati ad atti di culto o a riti celebrati su concessione delle autorità, evitando un loro inserimento nella sfera pubblica. Il “processo di Helsinki”, invece, ha insegnato che il diritto di cercare Dio e di conseguenza ispirare alla fede la propria condotta è una libertà dell’essere umano e delle comunità di credenti che non può essere marginalizzata o esclusa dal vivere sociale, magari in nome di una tolleranza o nel timore di derive fondamentaliste. I credenti possono essere una risorsa positiva per la vita delle nostre società in quanto portatori di una retta coscienza che può orientare e garantire il pluralismo, l’ideale democratico, la coesione sociale, la moralità pubblica e una concreta giustizia.

Il contrario può determinare quella discriminazione che oggi colpisce anche i Cristiani delle diverse confessioni e vede aumentare comportamenti attivi e omissivi da cui scaturiscono fenomeni di violenza, esclusione e intolleranza non solo nella sfera delle libertà individuali, ma anche nell’azione di strutture e istituzioni che operano nel sociale e nella vita culturale delle Nazioni. Combattere l’intolleranza e la discriminazione contro i credenti significa eliminare anche legislazioni o regolamentazioni che limitano quel potere di autorganizzazione delle comunità religiose proclamato dall’Atto finale e che oltre a interferenze sugli aspetti organizzativi, impediscono anche di operare in coerenza alla propria visione morale.

Signor Presidente,

3.La Santa Sede vuole qui riaffermare la propria disponibilità a sostenere la vita di persone, popoli e Stati che hanno in questi anni ispirato la loro condotta ai Principi di Helsinki e oggi sentono la necessità di vedere garantita la loro esistenza in base alle scelte operate quant’anni or sono. Integrità territoriale, rispetto delle diverse culture, anche se minoritarie, tutela dei diritti fondamentali, inclusa la libertà religiosa, non possono essere solo delle aspirazioni, ma hanno necessità di essere implementati nella loro interezza.

Ad Helsinki il 1º agosto 1975 si aprivano gli spazi per una cooperazione istituzionalizzata capace di rispondere alle esigenze non di una immaginaria “nuova Europa”, ma di quanti, europei e non, vivono sull’antico Continente o ad esso approdano per desiderio o per necessità. Oggi questo patrimonio deve essere al centro dell’azione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. L’OSCE dovrà essere sempre più immagine del confronto tra le diversità e il desiderio di unità di Paesi chiamati a coesistere in uno spazio geopolitico che dall’originaria estensione da Vancouver a Vladivostok è sollecitato ad allargarsi oltre il sud dell’Europa: non per una passiva obbedienza alla mobilità umana, ma per avere la forza di programmare il proprio futuro.

Grazie!

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