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La sfida dei cattolici
per aiutare il paese
a ritrovarsi

· La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa ·

Intervista a Mauro Magatti

Per Mauro Magatti, sociologo ed economista, professore ordinario presso l’Università cattolica del Sacro Cuore, il contributo dei cattolici è indispensabile all’Italia per uscire da questa situazione di fragilità. Lo sottolinea in questa intervista proseguendo la riflessione avviata nei giorni scorsi su queste pagine da Giuseppe De Rita (22 maggio) e da Stefano Zamagni (24 maggio).

Professore, possiamo riconoscere alcuni elementi distintivi della fase che l’Italia sta attraversando?

È importante collocarsi all’interno del cambiamento nel quale siamo e a cui ha spesso fatto riferimento Papa Francesco parlando di “cambiamento d’epoca”. Dopo vent’anni in cui avevamo pensato che finanza, economia e tecnica potessero, da sole, governare il mondo, con la crisi del 2008 sono ritornate alla ribalta le questioni politiche e identitarie.

Poiché le promesse di una crescita illimitata non reggono più, la società contemporanea è attraversata da una profonda e confusa ondata di insoddisfazione. Al di là delle strumentalizzazioni, siamo entrati in una fase storica nella quale occorre costruire equilibri politici, sociali, culturali e spirituali diversi da quelli degli ultimi decenni. La politica sta cercando di rilanciarsi parlando di sovranità e identità. Il che causa nuove criticità. Ma occorre riconoscere che i problemi non stanno tanto nella domanda — che chiede protezione e appartenenza — quanto nell’offerta (che usa la logica amico-nemico per ricompattare società molto frammentate e disuguali). Il tema è di come rispondere alla attese delle persone e delle comunità. A partire dalla questione fondativa della libertà — vero nodo al fondo delle tensioni di questi anni — che prima di essere politico è un tema spirituale.

Per il nostro paese le preoccupazioni sono particolarmente pressanti...

L’Italia arriva a questo appuntamento molto infragilita. Di fatto, il nostro paese ha smesso di svilupparsi a partire dagli anni ’80. Si potrebbe dire che non sia riuscito ad affrontare la fase che iniziava allora (quella della “globalizzazione”) e che si è poi dispiegata fino al 2008. Dal punto di vista politico, è stata l’epoca della cosiddetta “seconda repubblica”. Il post 2008 ha solo esacerbato le difficoltà lacerando il tessuto umano, sociale e istituzionale. Non si tratta solo di economia. Si pensi ai dati sul ritardo culturale ed educativo. Al declino demografico. Agli elevati livelli di povertà e disuguaglianza. Alla crisi del sentimento democratico e alla crescita della rabbia che si scarica poi, in modo particolare, sui migranti. Dando vita persino a focolai di razzismo e xenofobia. Con la questione del debito che è il dato sintetico delle difficoltà profonde in cui versa il paese. L’Italia oggi ha davanti a sé una sfida molto impegnativa: uscire dalla spirale del declino che la imprigiona da troppo tempo. Se vogliamo, come dobbiamo, essere positivi, diciamo che la fase storica alle spalle, nella quale siamo stati in difficoltà è chiusa. Ora se ne sta aprendo un’altra e abbiamo la possibilità di rilanciarci.

De Rita ha parlato della necessità di una Chiesa vitale...

Non è un caso che il declino italiano abbia coinciso con la fine dell’esperienza democristiana. Nel dopoguerra il pensiero cattolico seppe accompagnare il paese verso il suo futuro. Se si tiene conto che l’Italia ha una sua specificità — siamo “moderni” a nostro modo proprio perché siamo un paese a matrice cattolica — è difficile immaginare che il paese possa ritrovarsi senza il contributo creativo e originale che viene dalla Chiesa. Per dirla in modo ancora più esplicito: il paese non ce la può fare senza il contributo dei cattolici. Al di là di tante fragilità, la Chiesa rimane un soggetto molto presente, nelle sue mille ramificazioni. Più difficile riuscire a condividere un cammino comune. Con la conseguenza di non riuscire più a trasmettere al paese il senso e la direzione di un cammino comune. Eppure, ci sono condizioni propizie: come cent’anni fa Sturzo poté fare riferimento alla Rerum novarum, così noi oggi abbiamo la Laudato si’ che offre una cornice straordinaria per ricomporre le tante iniziative che il mondo cattolico continua ancora a germinare. La sfida, allora, è quella di riuscire a giocare la fede non come risorsa identitaria ma come lievito capace di far crescere l’intero paese. Nella sua dimensione prima di tutto umana e spirituale. A questo proposito, vorrei osservare che questo esercizio non è certo solo intellettuale o politico. È piuttosto ciò che ha contraddistinto da sempre la Chiesa italiana. Che nell’essere grembo della fede, ha molte volte saputo fecondare il contesto sociale e storico. Ricevendone peraltro in cambio un prezioso alimento. Perché, come direbbe Guardini, è solo quando sa essere concreta che la fede riesce davvero a prosperare.

Francesco propone un sinodo per l’Italia. Cosa ne pensa?

Invece che un contenuto, Francesco suggerisce di darsi un metodo, quello sinodale. Si tratta di un’indicazione preziosa. E molto contemporanea, direi. Il Papa crede, cioè, che lavorare insieme, gomito a gomito, fraternamente, sia il modo giusto per cercare la soluzione ai nostri problemi comuni. Il metodo sinodale consiste nel partire da domande vere e dall’essere disposti a ingaggiarsi in una ricerca comune. Aperta e fiduciosa. Con l’obiettivo non di scrivere un documento, ma di generare dei processi che possano condurre a un reale cambiamento. Prima di tutto personale ed ecclesiale. E poi sociale e istituzionale. La mia sensazione è che la Chiesa italiana non potrà essere profetica se non avrà il coraggio di intraprendere il cammino di conversione richiesto dal metodo sinodale. Si tratta di una sfida altissima. Ne saremo capaci? Non so. Ma se vuole davvero rinnovarsi, invertendo le spinte fortissime verso la secolarizzazione e così aiutando il paese a ritrovarsi, la Chiesa italiana non può che abbracciare questa sfida.

di Andrea Monda

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18 agosto 2019

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