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La sfida degli islamici

· Elezioni legislative in Marocco ·

Ennahdha fa scuola e ora, in Marocco, un altro partito islamico, il Partito giustizia e sviluppo (Pjd), mira, in occasione delle elezioni politiche del 25 novembre, a conseguire lo stesso successo, usando le medesime leve — ideologiche moderate, di comunicazione e di immagine — della formazione di Rachid Gannouchi vittoriosa in Tunisia.

Il programma proposto dal Pjd, con qualche differenza nei numeri, ricalca quello del partito islamico tunisino, sia nelle prospettive sociali, che in quelle economiche, ma mentre Ennahdha era fuorilegge ai tempi di Ben Ali, in Marocco il Pjd è sempre stato all’interno del Parlamento e delle istituzioni. Ma gli occhi sono puntati anche sull’affluenza alle urne, cartina di tornasole per verificare il cambiamento democratico promosso dal re Mohammed vi con la nuova Costituzione. Le precedenti elezioni del 2007 furono vinte dal partito Istiqlal (Indipendenza), al potere dal 1996, che conquistò 52 seggi. Ne fa parte il premier uscente Abbas El Fassi. Ma l’affluenza si fermò al 37 per cento, a conferma della tradizionale generale apatia. È possibile — ma non è detto — che la novità delle riforme costituzionali galvanizzi l’elettorato.

Sono 33 i partiti che si sfidano per queste legislative dove sono chiamati al voto 13,6 milioni di cittadini. 1.521 le liste e, secondo il ministero dell’Interno, per la prima volta il 59,43 per cento dei candidati ha un livello di istruzione universitario. Osservatori locali e internazionali — circa quattromila — visioneranno le operazioni di voto in un Paese che in passato ha fatto registrare irregolarità, come la compravendita di voti. Il Governo ha garantito misure speciali per la trasparenza della consultazione.

L’Unione socialista delle forze popolari (Usfp) è il principale partito di centrosinistra. Una nuova formazione molto eterogenea composta da otto partiti di destra e di sinistra, l’Alleanza per la Democrazia, si presenta unita alle legislative: tra questi il Movimento liberale e l’Alleanza reale degli indipendenti, che ha al suo interno esponenti considerati molto vicino al re. «Obiettivo di questa alleanza — si legge nel manifesto costitutivo — non è quello di conseguire delle poltrone ma portare il Paese verso la democrazia e ottenere giustizia sociale». Obiettivo non dichiarato è anche sfidare il Pjd, dato per favorito nella consultazione.

Il Partito Giustizia e Sviluppo (attualmente con 47 deputati è la prima forza dell’opposizione) punta a conquistare 80 dei 395 seggi del Parlamento — 305 assegnati nelle circoscrizioni locali e gli altri in una lista nazionale destinata a garantire una rappresentanza di donne (sessanta seggi) e di giovani sotto i quarant’anni (trenta seggi) — così da piazzarsi primo tra i partiti che partecipano al voto. Il suo segretario, Abdelillah Benkirane, ha affermato: «Se vinceremo le elezioni e andremo al Governo del Paese, garantiremo le libertà individuali di cui godono attualmente i cittadini marocchini».

La nuova Costituzione voluta dal re Mohammed vi — e approvata per referendum lo scorso primo luglio con il 98 per cento dei voti (la revisione ha contribuito a renderla più democratica rafforzando il ruolo del Parlamento e del primo ministro) — stabilisce che il partito con il maggior numero di deputati ha il diritto di designare il premier, carica in passato assegnata dal re, a prescindere dal risultato elettorale. Il sovrano, per tutto il periodo della campagna elettorale, si è recato in visita privata in Francia per non influenzare la regolare competizione tra i partiti.

Come è avvenuto in altri Paesi della cosiddetta primavera araba, gli islamici hanno tratto profitto da una situazione economica e sociale difficile. Il tasso di povertà in Marocco è arrivato al 28 per cento nel 2010, mentre il tasso di disoccupazione tra i giovani ha raggiunto il 31,4 per cento nel terzo trimestre del 2011. Il Partito Giustizia e Sviluppo ha più volte ribadito la sua natura moderata, arrivando a precisare che, anche se dovesse avere la maggioranza dei voti, lavorerà a una coalizione di Governo. Il Pjd ha sempre espresso il suo consenso per la monarchia, al contrario degli islamici di Giustizia e Carità, partito, messo al bando nel Paese, che, come il Movimento 20 febbraio, ha animato le proteste di inizio anno e chiesto il boicottaggio del voto.

Le prospettive economiche del Pjd, così come quelle del partito islamico tunisino, sono state però duramente criticate da economisti e analisti, relegate alla stregua di semplice libro dei sogni per il loro contenuto fortemente populistico. Come la crescita del 50 per cento del salario minimo garantito e un avanzamento del 7 per cento dell’economia nazionale. Resta da capire da dove scaturiranno le risorse per aumentare le paghe e come fare crescere l’economia, in una contingenza globale di lunga e dura crisi. La sfida reale — secondo gli analisti — è invece ottenere quei due o tre punti di crescita per assorbire la disoccupazione e ridurre il differenziale di sviluppo tra mondo rurale e quello urbano.

A differenza di altri Paesi della cosiddetta primavera araba, il Marocco ha però registrato una crescita del 6,3 per cento rispetto all’anno precedente nel solo comparto turistico. Questo grazie al fatto che il panorama politico, dopo la vittoria dei sì nel referendum costituzionale, pur apparendo effervescente, non ha mostrato segni di potenziale deflagrazione. La mossa del re Mohammed vi di giocare in anticipo e cambiare la Costituzione ha un po’ smorzato la protesta di piazza dei giovani, spiazzati da un monarca che ha scelto di rinunciare ad alcune delle sue più importanti prerogative per avviare un processo democratico di riforme. Anche perché il diciottesimo sovrano della dinastia alawita, salito al trono il 30 luglio del 1999, ritiene che il cambiamento in Marocco possa avvenire in maniera pacifica.

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