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La sete dell’Anonimo veneziano

· Lo scrittore Giuseppe Berto intravide nell’avvento di Giovanni Paolo II un segno di tempi nuovi ·

«Sognavo un romanzo ambizioso e bellissimo e l’ho scritto pensando ai giovani e a tutti coloro che non credono in Dio, ma sentono l’angoscia di non crederci». Da qualsiasi angolo di disincanto si arrivi a rileggere La gloria , non è senza emozione che ci si sofferma su questa frase con cui l’autore Giuseppe Berto ne accompagnò l’uscita, nel settembre 1978. Essendo lui già gravemente malato, ci fu chi si affrettò a leggere frase e romanzo come «testamento spirituale». Ma se questa etichetta si attagliava in modo singolare al lungo monologo-dialogo di un passionale Giuda — più tradito che traditore — con uno speculare Gesù amato e interrogato al di là della morte di entrambi, tutta la produzione dello scrittore trevigiano ruota intorno a questo nucleo di domanda e arsura d’amore, sorprendentemente attuale al di là delle correnti. Dalle quali gli fu rimproverato di essersi a più riprese isolato, volutamente e polemicamente.

Nel 1976, quando apparve la sua seconda, curatissima stesura di Anonimo veneziano (già sceneggiatura per il film di Enrico Maria Salerno), Berto vi premise questa confessione: «Posso dire che in vita mia non avevo mai lavorato tanto per scrivere tanto poco, né mi ero mai così abbandonato al tormentoso piacere di permettere ai pensieri di cercarsi a lungo le parole più appropriate, e nel cercarsele magari mutano e differentemente si presentano sicché ne vogliono altre, e così via. È un’operazione che, d’abitudine, l’industria culturale non chiede, e forse nemmeno gradisce».

«I pezzi giornalistici che apparvero all’indomani della morte di Giuseppe Berto (1 novembre 1978) suonavano abbastanza freddi, quasi un po’ imbarazzati». L’affermazione di Luigi Baldacci in premessa a La gloria (Milano, Mondadori, 1980) è perfettamente verificabile, e ancor più evidente a distanza di decenni. Fuori dal coro la voce di Domenico Porzio, che il 3 novembre 1978, su «La Stampa», rievoca una lunga amicizia, più intensa nelle ultime fasi, quando raccoglie le confidenze della «disarmata sincerità» di Berto: «Io voglio far riflettere sulla figura di Gesù così logorata da secoli di luoghi comuni: è invece una figura più viva che mai, e dobbiamo rimetterla in mezzo a noi. Specialmente ora che, non casualmente, c’è in Vaticano questo straordinario Papa polacco il quale sa bene, perché ha lottato, che cosa veramente significhi essere cristiani ed essere marxisti. Questo Papa è una grande speranza per tutto l’Occidente». Né si può sospettare — sempre scorrendo i giornali di allora — che Berto fosse contagiato da una sovraesposizione mediatica dei primi passi del Pontefice.

Nato a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, il 27 dicembre 1914, Giuseppe Berto visse sin dai primi studi, nel locale collegio dei Salesiani, la contraddizione tra impegno e senso del dovere, senso di colpa e desiderio di evasione. Arruolatosi volontario a vent’anni, più per motivi esistenziali che politici, riconobbe presto i limiti dell’ideologia fascista; diede tuttavia prova di reale valore, guadagnandosi due medaglie, sulle quali più avanti — com’era suo costume — ironizzava.

Negli anni Quaranta si laurea, comincia a insegnare e a manifestare talento letterario, ma per insofferenza torna in guerra. Prigioniero degli americani a Hereford, nel Texas, ebbe la compagnia di altre anime inquiete: l’irpino Dante Troisi, poi magistrato e autore di storie problematiche sulla ricerca di autentica giustizia («Quando dovrà giudicarci — scrisse ne I bianchi e i neri — Dio stesso si troverà a disagio, tanto abile è la commistione di bene e male»); Alberto Burri, medico di Città di Castello, stimolato proprio dalla prigionia a impegnarsi nell’arte materica che lo avrebbe reso famoso (sotto le sue mani le screpolature divennero un vero e proprio genere, i «cretti», tra cui quello monumentale realizzato nel 1985 per la terremotata Gibellina); il ferrarese Gaetano Tumiati, poi corrispondente dall’estero per numerose testate, legato a Berto da particolare amicizia, tanto da indurlo a riscoprire la vocazione letteraria.

Proprio un romanzo composto in prigionia, La perduta gente , pubblicato nel 1947 da Longanesi che preferì intitolarlo Il cielo è rosso (in epigrafe i versetti di Matteo, 16, 2-4 sui segni dei tempi) conferirà a Berto il successo di critica e di pubblico. L’espressione dantesca da lui scelta sarebbe divenuta «commerciabile» cinquant’anni dopo, dando il titolo a più d’un romanzo, tra cui quelli di Enzo Fontana (Milano, Mondadori, 1996) e di Luca Desiato (Cinisello Balsamo, San Paolo, 1999).

Al di là delle alterne sorti critiche, tali che Berto non divenne mai un autore dal successo scontato — neanche nel 1964 con Il male oscuro , titolo vincitore di più premi e ormai entrato nel lessico corrente — oggi, ripercorrendo la densità e la vitalità della sua opera, si fatica a comprendere l’accusa di talento «dissipato» che gli venne rivolta più o meno bonariamente al tirar delle somme. Sicuramente gli si può riconoscere non solo l’intenzione, ma anche la consuetudine di «misurarsi ogni giorno con l’eternità, o con l’assenza di eternità», come diceva citando Hemingway. Altrove si adirava con chi volesse appaiarlo a tutti i costi a questo o quell’autore vessillifero di questa o quella corrente, mostrandosi tutt’altro che astratto intellettuale nella sua simpatia per la povera gente, grata anche solo di uno spicciolo di «bontà sulla terra» e costretta a pagare per guerre ed errori altrui.

La «spoliazione» a Capo Vaticano e l’ironia tenera e amara dei Colloqui col cane (pubblicato postumo da Marsilio nel 1986 nella collana diretta da Cesare De Michelis) la dicono lunga. Ma anche questo è un percorso accidentato. Assillato fino alla fine dei suoi giorni dall’ambizione del «romanzo magari imperituro», proprio nella cura e nel mistero della parola — «un mistero che di solito è tale anche per colui che sta immaginando e scrivendo» — Berto riassume, forse al di là delle intenzioni, sia l’interrogativo sia una prima risposta sul senso della vita e il mistero di Dio.

L’innominato protagonista di Anonimo veneziano concentra il significato dell’intera esistenza — e della città che sente sprofondare insieme a lui — nelle «note strazianti e pacificatrici» del concerto per oboe e archi che si accinge a registrare, non senza aver nominato uno a uno i giovani allievi, quasi in atto creativo. Alla moglie, che di nuovo e per sempre lo abbandona, lascia in eredità l’amato Qohelet .

«Non abbiate paura!». Il grido di Giovanni Paolo II, che Berto fece in tempo ad ascoltare, dava non solo una speranza ma anche un volto a una generazione culturale stretta fra l’impronta di guerre e totalitarismi e il rifiuto di sbrigativi esorcismi sulla questione di Dio e del male esistenziale e sociale; a identità disilluse e non di rado segnate dall’inconfessabile «paura della paura», contro cui l’ Anonimo «lotta, sempre ad occhi chiusi» e che in un urlo, più accorato che blasfemo, chiude La gloria : «O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi; Signore, non ascoltare la mia voce».

Tanto era caro a Berto calarsi corpo e anima in archetipi dell’uomo lacerato e solo, assetato di gloria ossia di vita, quanto Wojtyła poeta sentì esemplare e prossimo il dramma di Adamo. Rileggere in questa luce il dialogo-monologo interiore fra creatura e Creatore intitolato Considerazioni sulla paternità (apparso nel 1964 come Il male oscuro ) non richiede commento (la traduzione è di Aleksandra Kurczab e Margherita Guidacci): «Ormai da tanti anni vivo come un uomo scacciato dalla sua personalità più profonda e insieme condannato ad approfondirla (...) Anche se sono un uomo che si può togliere di parentesi e rimettere a denominatore comune dove il numeratore è la storia di tutti gli uomini — io resto ugualmente solo (...) Tu però porti avanti il Tuo piano. Si potrebbe dirti spietato, nel senso che sei risoluto: i Tuoi piani sono irreversibili. Più strano di tutto è ciò che appare alla fine: cioè che Tu non mi contrasti quasi mai. Entri con irruenza solo in quella ch’io chiamo la mia solitudine e fai a pezzi l’ostinazione che in me le è connessa. Ma è poi vero che entri con irruenza? O forse entri da una porta che è sempre aperta».

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