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La scuola
tra laicità e fatto religioso

· Si riaccende il dibattito politico in Francia ·

Dal 14 maggio scorso, data della sua elezione a presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron rinvia periodicamente il suo tanto atteso discorso sulla laicità, uno dei temi più scottanti in Francia, in particolare dopo gli attentati degli ultimi anni che hanno reso la questione dell’islam nel paese imprescindibile. L’ultima volta che il capo di stato ha accennato a questo tema è stato durante il tradizionale incontro di inizio anno con i rappresentanti religiosi in Francia, il 4 gennaio all’Eliseo. In quell’occasione, Macron ha ricordato che «la questione religiosa è diventata di nuovo di grande attualità, perché in varie par ti del mondo, e in modo particolare in Francia, si invoca la religione per giustificare i crimini più atroci».

Una lezione di educazione civica in Francia

Da lì la priorità che il governo francese vuole dare all’insegnamento della laicità e del fatto religioso. Il ministero dell’educazione nazionale ha già preso a dicembre «impegni molto chiari», ha ricordato il presidente ai leader religiosi, iniziando a «mettere in atto quello che avevamo previsto per quanto riguarda l’insegnamento e la formazione degli insegnanti, indispensabile per una corretta applicazione del principio della laicità». Macron vuole «armare» gli insegnanti che si devono confrontare «a situazioni disagiate e di estrema difficoltà per spiegare la storia del paese e anche il fatto religioso nella sua pienezza».

In realtà, gli impegni annunciati dal governo lo scorso mese sono soprattutto linee guida. In un comunicato pubblicato l’8 dicembre, il ministro dell’educazione nazionale Jean-Michel Blanquer è rimasto vago sui contenuti della sua riforma, ricorrendo a un gergo tecnico-amministrativo: si apprende che un comitato di “saggi della laicità”, composto da esperti provenienti da vari ambiti, si è riunito al ministero per «precisare la posizione dell’istituzione scolastica in materia di laicità e fatto religioso». Questo comitato, spiega Blanquer, sarà il punto di riferimento per le équipes create appositamente nelle diverse regioni accademiche per reagire «andando sul posto e rispondendo concretamente alle problematiche incontrate dai professori e dai presidi».

Inoltre, quello che viene oggi presentato dal ministro dell’educazione nazionale come innovativo era in realtà già contenuto nel famoso rapporto elaborato nel 2002 dal filosofo Régis Debray, dal titolo L’enseignement du fait religieux dans l’École laïque», testo tuttora di riferimento. Ecco cosa preconizzava Debray, quindici anni fa: «Il ministro, dal canto suo, potrebbe chiedere all’ispezione generale, con l’accordo del Consiglio nazionale dei programmi, di riunire un gruppo di esperti appartenenti a varie discipline per produrre una serie di dossier e di strumenti pedagogici per gli studenti». Un suggerimento estremamente valido se si considera che oggi come allora «presidi e professori sono chiamati a risolvere situazioni delicate: rifiuto degli studenti di seguire i corsi di biologia e di educazione civica, presenza in classe di alunne che indossano il velo islamico, confronto con gruppi minoritari che invocano il principi religiosi per ottenere le modifiche dei regolamenti interni degli istituti».

«Il religioso, per definizione, esula dall’ambito nel quale lo si vuole mantenere», ricorda Joseph Herveau, diacono e membro del segretariato generale dell’insegnamento cattolico francese. «Un oggetto religioso, quale esso sia, è qualcosa di complesso che parla più di quello che vorremmo esprimere». Pur essendo certo che l’insegnamento del fatto religioso consente di conoscere la realtà altrui e di allontanarsi dalla logica della paura, nei fatti — ed è questa è l’analisi di Herveau per «L’Osservatore Romano» — è molto complicato perché intervengono anche realtà affettive, culturali, sensibilità politiche diverse, e tutto questo si inserisce nella visione che ciascuno di noi ha della sua religione o di quella degli altri.

«Il rapporto Debray già insisteva sulla necessità di conoscere più a fondo la società, il passato e il presente, il patrimonio letterario e artistico — lo conferma all’Osservatore Romano Philippe Gaudin, direttore aggiunto dell’Istituto europeo di scienze religiose (Iesr) — progressivamente, con un approccio più maturo, l’espressione “fatto religioso”, che viene dalla sociologia ed è impiegata per tranquillizzare gli ambienti laici che da sempre temono il ritorno della religione nel sistema educativo, è entrata a far parte del linguaggio corrente».

Ma sussistono ancora alcune remore e i responsabili politici vanno con i piedi di piombo quando si tratta di programmi didattici. Un sondaggio realizzato in Francia nel gennaio 2016, due mesi dopo gli attentati del novembre 2015, fa emergere che se l’85 per cento dei professori si dichiara favorevole all’insegnamento della laicità e il 76 per cento riesce a parlarne in classe, quando si tratta invece di scuola elementare solo il 59 per cento dei professori è a favore dell’insegnamento del fatto religioso e il 39 per cento lo mette in atto. D’altronde il 45 per cento dei docenti ritiene che insegnare il fatto religioso non faccia parte dei programmi. Del resto, Debray segnalava già due «diffidenze simmetriche»: «Da parte laica, c’è la denuncia con parole più o meno velate del trojan di un clericalismo mascherato; da parte dei credenti e degli ecclesiastici, c’è la denuncia di un altro trojan, quello di una confusione e di un relativismo denigratore che cancellerebbe le frontiere tra l’ineffabile e la Vulgata, la “vera religione” dalle “false”».

Per Herveau, una chiave per rassicurare gli insegnanti consiste nell’accertare la loro corretta interpretazione della necessaria distinzione tra i campi del sapere e del credere. «Questa operazione è intellettualmente pertinente ma non si misura mai abbastanza quanto sia vera per le persone alle quali la si propone, non è scontata per tutti ». E ancora: «È una delle difficoltà dell’insegnamento del fatto religioso, che stenta a trovare un suo spazio perché è continuamente in situazione di confronto ed è su questo che dovremmo lavorare pazientemente con gli alunni, i genitori, i professori e l’insieme dei formatori», propone il responsabile.

Una cosa sembra certa — e il rapporto Debray l’aveva già evidenziato, tenuto conto del contesto francese di «precauzione laica e di sistema educativo arrivato a saturazione» — non sarà creata una nuova materia nel sistema educativo pubblico, ritiene Philippe Gaudin. Come insegnare allora il fatto religioso? Due sono le alternative, una minimalistica — insistere sulla conoscenza del fatto religioso nell’ambito di altre materie, storia e letteratura — l’altra più ambiziosa, che consiste di mettere in pratica quello che è stato fatto per l’educazione civica, modulo obbligatorio con orari e programmi specifici, pur non essendo una materia a sé. «Il progetto del presidente Macron e del governo si colloca sulla stessa linea del rapporto Debray», ritiene il direttore aggiunto dell’Iesr, auspicando che «infine siano prese più sul serio le raccomandazioni di questo rapporto, e che il corpo insegnante nel suo insieme riceva la formazione laicità fatto religioso». Quello che era un suggerimento quindici anni fa è ormai diventata una vera e propria emergenza.

di Charles de Pechpeyrou

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23 agosto 2019

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