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La scoperta di Hemingway

· «Vita in famiglia» dello scrittore indiano Akhil Sharma ·

Romanzo della mancanza, dell’assenza e della sofferenza; romanzo della precarietà: è Vita in famiglia di Akhil Sharma (Torino, Einaudi, 2015, pagine 178, euro 19). Meglio mettere subito il lettore nel clima narrativo delle pagine dove si muovono i quattro personaggi principali: Mishraji, il padre; Shuba sua moglie; Ajay, figlio minore e io narrante del libro; Birju, il fratello.

Perché prima che accada l’irreparabile, non c’è molto tempo per ambientare una famiglia nell’India dei primi anni Settanta, una nazione a quel tempo attraversata da spinte secessioniste tali da costringere il Governo di Indira Gandhi a proclamare lo stato di emergenza. Congiuntura che induce i protagonisti del romanzo a emigrare. Nell’America del Maine la locale comunità indiana li accoglierà benissimo e, alla prova del destino, sarà nei loro riguardi ammirevole per solidarietà e rispetto.

Nella già svelta prosa di Sharma, levigata quel tanto da non far intendere la preziosità, e lavorata a un punto di eccezionale trasparenza per cui la tragedia viene narrata alla stregua dell’ordinario, l’imprevisto che peserà lungo tutto il romanzo si compie in poche righe e con la ferocia di un fato greco.

«Birju ha avuto un incidente (...). Birju si era tuffato nella piscina. Aveva battuto la testa sul fondo di cemento ed era rimasto lì stordito per tre minuti. L’acqua gli era entrata in gola, si era infiltrata nei polmoni mentre tentava di respirare». Come reagisce la famiglia del libro?

In Ajay ciò che meraviglia è la condivisione fisica — e metafisica — del destino del fratello così duramente colpito, diventato un eterno bambino. Oltre l’ironia con la quale lo apostrofa, Ajay prega per lui. Nel suo paradiso indù — oltre che a Shiva e a Rama, a Kali e a Krishna — si rivolge a un Dio di misericordia, che gli risponde, non «dà molto peso alle formalità», «non bada alla natura umana», assicura che «l’incidente di Birju non sarà dimenticato», ma servirà a qualcosa. Vita in famiglia è la convulsa testimonianza di un calvario, aggravato da incomprensibili rifiuti di assicurazioni, Casse malattie, cliniche ciniche oltre che costosissime. Ansia, senso di colpa, rabbia e vergogna, tristezza ma anche orgoglio di dire la verità, si succedono nella vita di Ajay: «Il fatto che non fosse cambiato nulla, che noi continuassimo ad avere bisogno che lui stesse bene per star bene a nostra volta, mi faceva sentire in trappola e lentamente stritolato».

Ma vince la costanza, la fedeltà, la tenerezza. E poi, su tutto, vince la scrittura. Ajay, controfigura di Akhil Sharma, un giorno scopre i libri, e in particolare quelli di Hemingway. Speranza e imbarazzo, ma è la salvezza, è l’alternativa, un’altra visione della vita, la possibilità di trasferire la sofferenza e, se non proprio il distacco, un diverso modo di affinare la sensibilità.

di Claudio Toscani

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23 gennaio 2019

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