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Scommessa
sulla fraternità

· ​A cinquant'anni dalla "Populorum progressio" ·

Giovanni Battista Maganza «Andrea Palladio» (1576)

Sono tante le figure di vicentini che si sono contraddistinti sia come membri di questa illustre Accademia — da Valerio Chiericati a Giacomo da Schio, insieme a Anton Maria Angiolelli, al conte Da Monte, a Giacomo Pagello e Giuseppe Ovetari, al matematico Silvio Belli, e molti altri — sia come generosi portatori dello spirito di queste terre «fin nei mari estremi». Mi riferisco in particolare a quanti, senza indugi o calcoli di sorta, si sono fatti annunciatori del Vangelo in terre lontane: dai missionari diocesani, a quelli teatini e di altre famiglie religiose, fino a comprendere molti laici, tra i quali Anacleto Dal Lago, medico volontario del Cuamm di Padova, ma partito da Schio con sua moglie nel 1955, che dedicò l'intera vita alla promozione umana e cristiana in Africa. Così si è proiettata verso l'esterno quell'esperienza particolare di essere una "terra ponte", come lo è stata la Serenissima, tra oriente e occidente. Non per nulla il Palladio stesso, da un lato si fece ispirar e dal potente ritorno alle figure classiche dell'architettura, dalle ville per la nobiltà vicentina, alla basilica palladiana, fino al progetto del "Teatro dell'Accademia" e ne rilanciò il valore simbolico ed estetico per una società in rapido cambiamento. Dall'altro, seppe cogliere i segni di un'epoca nuova, coniugando la propria arte con le inedite attese della gente del suo tempo. In merito ha osservato il noto storico dell'architettura James Ackerman: «Se [Palladio] non fosse esistito, si sarebbe dovuto inventarlo. E in un certo senso egli fu “inventato”: se agli inizi della rivoluzione agraria, un gentiluomo quasi di campagna come Trissino non lo avesse tratto dalla sua bottega di tagliapietre, Andrea Dalla Gondola non sarebbe diventato Palladio, e tanto meno un architetto. I tempi crearono l'individuo; fortunatamente, quell'individuo era un genio».
In pari tempo, dal dinamismo culturale e dal patrimonio cristiano di queste terre si è sviluppata, nel corso dei secoli, una particolare attenzione per la promozione della persona umana per il suo inserimento in una comunità capace di garantirne i diritti e i doveri, rispettandone la dignità. Una tale consapevolezza ha favorito la nascita di organizzazioni sociali di tipo solidale e cooperativo, che hanno lavorato con assiduità a uno sviluppo sostenibile di questo territorio, specialmente per le fasce più deboli delle nostre comunità. Ciò è avvenuto a ogni passaggio d'epoca: dal tempo della riforma agraria, a quello della rivoluzione industriale, fino al rilancio economico e finanziario del secondo dopoguerra. Oggi questa stessa sfida assume una dimensione davvero planetaria. Quanto si realizza a livello locale ha una ripercussione quasi immediata anche sul piano globale. Siamo tutti interconnessi attraverso le maglie digitali di una vera e propria comunità virtuale, eppure, mai come oggi, riemergono la solitudine individuale, la precarietà del percorso personale e una certa sensazione di poter essere "scartati", sul piano del lavoro e delle proprie attese professionali, o semplicemente perché si viene considerati inadeguati rispetto ai nuovi parametri di sviluppo. Il Santo Padre lo ha puntualmente sottolineato, accogliendo in Vaticano i membri della Global Foundation, il 13 gennaio scorso: «È inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili ai criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o che permettono lo scarto degli altri diventano essi stessi una macchina senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, saranno scartati, quando non saranno più utili a una società fondata meramente sull'idolo del “dio denaro”». Già nel 1991, san Giovanni Paolo II, di fronte al crollo dei sistemi politici, che avevano oppresso tanta parte dell’Europa e di altre regioni del mondo, guardando alla progressiva integrazione dei mercati appena avviata, e che oggi conosciamo con il termine di globalizzazione, avvertiva circa il rischio che si diffondesse ovunque un’altra ideologia altrettanto radicale, di tipo capitalistico. Essa si sarebbe caratterizzata per il rifiuto di prendere in considerazione i fenomeni dell’emarginazione, dello sfruttamento e dell’alienazione umana, ignorando così le moltitudini che vivono ancora in condizioni di profonda miseria materiale e morale, e affidandone fideisticamente la soluzione unicamente al libero sviluppo delle forze del mercato. Egli, domandandosi se un tale sistema economico fosse il modello da proporre a coloro che cercavano la via del vero progresso sociale, riteneva che la risposta dovesse essere decisamente negativa: «Questa non è la via!». In un tale dinamismo, la nostra terra vicentina è pienamente inserita in quanto, con la sua laboriosità instancabile e generosa, ha le caratteristiche per rispondere a quella peculiare vocazione allo sviluppo, che costituisce il cuore del messaggio del Beato Paolo VI nella Populorum progressio. Infatti, «nel disegno di Dio — afferma Papa Montini — ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione». È proprio tale constatazione a legittimare l’interesse della Chiesa per le problematiche dello sviluppo, poiché l'uomo deve poter essere messo in condizione di portare a compimento la propria vocazione. Ciò esige di «essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità». L'osservazione di Paolo  VI appare poi ancor più pertinente e profetica nell’attuale contesto planetario tanto variegato e complesso da imporre una riflessione approfondita sul significato e sulle caratteristiche di uno sviluppo che sia autenticamente umano.

di Pietro Parolin

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