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La scelta di Trump

· L’uscita di Washington dal trattato sugli euromissili ·

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si appresta a cancellare una pietra miliare che ha segnato la fine della guerra fredda: l’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, siglato nel dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov per mettere fine alla crisi degli euromissili. È l’ennesima conferma — se ancora ce ne fosse il bisogno — che l’attuale amministrazione ha deciso di cambiare profondamente la natura del ruolo degli Stati Uniti nel panorama internazionale. L’America non guarda più al mondo come prima: il multilateralismo è scomparso dall’agenda della Casa Bianca. La guerra dei dazi, le nuove politiche sull’immigrazione, lo scontro con Teheran e gli attriti con la Nato sono tutti elementi di un’unica strategia che guarda più alla popolarità interna, al soddisfacimento della base elettorale, che a un dialogo serio con le altre nazioni «nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà» come recita la Pacem in Terris di Giovanni XXIII.

L’Inf ha un enorme valore politico e simbolico. Tecnicamente, il trattato vietava l’installazione in Europa — dall’Atlantico agli Urali — di missili nucleari, balistici e cruise, con gittata da 500 a 5550 chilometri. Questo, da una parte, dava precise garanzie agli europei di poter contare sulla protezione degli Stati Uniti contro l'incubo della “finlandizzazione” sovietica, dall’altra, apriva la possibilità di un dialogo distensivo tra le due superpotenze. Per la prima volta Mosca accettava un sistema di clausole, tra le quali periodiche ispezioni internazionali sul proprio territorio. Per la prima volta, inoltre, i due blocchi parlavano non di riduzione degli armamenti, bensì di una loro totale eliminazione. Fino a quel momento il mondo aveva sempre creduto che, dopo la seconda guerra mondiale, la pace era stata ottenuta soltanto grazie al deterrente nucleare, alla minaccia della distruzione totale. Dopo la firma dell’Inf, un'altra prospettiva, un altro mondo diventava possibile.

Ora tutto questo rischia di saltare. Trump ha motivato la sua decisione accusando la Russia di Vladimir Putin di aver violato più volte l’Inf. Il Cremlino ha smentito le accuse. Lo scorso 15 gennaio si è tenuto a Ginevra un incontro tra due delegazioni che non ha portato al chiarimento auspicato. Di qui, l’escalation, con la Casa Bianca che ha detto di voler uscire dal trattato il 2 febbraio.

Ci sono due elementi politici cruciali che traspaiono dalla decisione di Trump. In primis, la debolezza dell’Unione europea e della Nato, che non sono riuscite a convincere Washington a mantenere l’intesa, ridimensionando le accuse alla Russia. Il presidente statunitense non ha nemmeno avvertito i suoi alleati dell’uscita dall’Inf. D’altro canto, l’Unione si è fatta cogliere di sorpresa, non riuscendo a dare una risposta forte e unitaria. L’unica strategia di Bruxelles è stata quella della rassegnazione: puntare al minor male possibile, non gettare benzina sul fuoco del contenzioso. Il vero timore degli europei è che Trump decida di rinnegare il cuore dell’Alleanza atlantica, ossia l’art. 5, che obbliga a intervenire in caso di aggressione anche limitata.

Il secondo fattore cruciale è il confronto tecnologico. Gli Stati Uniti non vogliono che l’impressionante sviluppo delle tecnologie militari venga limitato da trattati concepiti oltre trent’anni fa. Trattati ai quali altri paesi — Cina, Corea del Nord, Iran — non sono legati. Per questo l’amministrazione sta puntando moltissimo sul nuovo “scudo stellare”, con l’uso di droni armati di laser e satelliti con sensori sempre più sofisticati per intercettare e colpire anche i razzi più veloci. Lo spazio per il presidente americano è «il nuovo terreno di battaglia», con il ruolo di leadership che sarà affidato a quella Space Force che la Casa Bianca ha già ordinato di organizzare entro il 2020.

Quali prospettive si aprono con la fine dell’Inf? Senza dubbio il disarmo conoscerà una battuta d'arresto. Il rinnovo del Nuovo Start, cioè dell’accordo sulla riduzione delle armi nucleari strategiche offensive, che scade nel 2021, è messo seriamente in discussione. Se — come ha detto Papa Francesco nel suo ultimo discorso al Corpo diplomatico — «il disarmo integrale e lo sviluppo integrale sono strettamente correlati fra loro», quella che ci attende, con tutta probabilità, è una nuova guerra fredda, anch’essa “a pezzi”, molto più policentrica e pericolosa della prima. Per distruggere basta un annuncio; per costruire, una politica degna di questo nome.

di Luca M. Possati

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22 novembre 2019

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