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La scelta di stare tra gli emarginati

· Nella festa di san Francesco ·

Tre inedite conferenze su Francesco, che uno storico finissimo quale Raoul Manselli tenne a Milano tra il 25 novembre 1981 e il 19 gennaio 1983, formano — con l’introduzione di Marco Bartoli — l’oggetto di un piccolo volumetto di recente pubblicato dalle Edizioni Biblioteca Francescana nella collana Presenza di san Francesco (Tre conferenze inedite su san Francesco d’Assisi, Milano, 2018, pagine 96, euro 9). Manselli, che nel 1980 aveva pubblicato una biografia di Francesco e un volume sulle testimonianze dei compagni del santo e veniva via via pubblicando una nutrita serie di saggi all’interno di riviste scientifiche e in atti di convegni, era in quegli anni il punto di riferimento indiscusso della francescanistica internazionale.

Nei suoi lavori naturalmente analizzava le fonti con la perizia dello storico, attento perciò a vagliare ogni dato nel tentativo di ricostruire un profilo di san Francesco storicamente valido, rinunciando «di proposito ai fregi e alle decorazioni di un’aneddotica che finisce con l’essere solo di maniera». Una simile impresa era stata già tentata alla fine del XIX secolo da Paul Sabatier, in quella sua straordinaria biografia che risultò un pugno allo stomaco per quanti erano da secoli adusi a un approccio di carattere apologetico nei confronti del santo di Assisi. Tuttavia, Sabatier era anche un poeta e per lunghe pagine del suo lavoro la poesia sembrò trionfare sulla storia e con essa anche un’immagine del santo funzionale alla visione cristiana del suo autore, in contrasto con l’apologetica cattolica. A differenza dello studioso francese, Manselli si attenne invece con ben più decisione alla scelta fatta.

All’uscita della sua opera, non tutti ne colsero però l’importanza fino in fondo, tanto che, nel 1981, sulla benemerita rivista «Frate Francesco» — alla quale peraltro Manselli aveva prestato più volte la propria collaborazione — un recensore rimasto anonimo, dimostrando una palese incomprensione dello statuto epistemologico della materia, non esitò a dichiarare che «la sua ricerca e la sua presentazione di san Francesco appaiono a noi più storiche e meno teologali, oseremmo dire troppo storiche e poco teologali».

Dal proprio canto, in un importante saggio del 1983 (San Francesco dal dolore degli uomini al Cristo crocifisso), lo stesso Manselli ebbe modo di rilevare che il volume «era stato accolto da tutti con cordialità e simpatia, ma naturalmente anche con talune perplessità e, diciamolo pure, incomprensioni. Che una gran parte delle une e delle altre si riferissero alla conversione di Francesco e alla rappresentazione storica del suo ideale, è del tutto comprensibile, anche perché ne deriva una valutazione storica della personalità del santo».

La lettura di Manselli risultava infatti fortemente imperniata sulle prime battute del Testamento di Francesco: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e feci misericordia con essi. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo».

Con acutezza egli faceva notare come l’elemento pauperistico, la scelta della povertà, fosse totalmente assente in questa sorta di riepilogo che Francesco faceva del momento iniziale della sua conversione.

«Ciò vuol dire — ne argomentava — che il momento centrale della conversione di Francesco non è stato quello pauperistico, ma (...) il passaggio da una condizione umana ad un’altra, l’accettazione del proprio inserimento in una marginalità, l’ingresso fra gli esclusi (...) Che di questi esclusi fosse anche caratteristica comune la povertà è un dato concomitante e inevitabile; ma non è questa — la povertà — il fattore decisivo della conversione».

Bisogna precisare che solo in questi ultimi decenni gli scritti dell’Assisiate hanno finalmente assunto — in ordine alla ricostruzione della sua vicenda umana e religiosa — quella centralità a suo tempo proclamata dal Sabatier, il quale non so d’altronde fino a che punto sia rimasto egli stesso fedele a tale illuminata petizione di principio. Certo è che, per buona parte del XX secolo, le tracce dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi sono state ricercate anzitutto all’interno dell’imponente corpus agiografico che lo riguarda, peraltro anch’esso fonte di non pochi problemi, spesso tutt’altro che facili da risolvere.

Applicando la geniale intuizione dello storico protestante, nella sua biografia Manselli assegna invece particolare importanza agli scritti di Francesco, teorizzando di nuovo il principio enunciato da Sabatier: una scelta che poi prese forza soprattutto dopo la morte dello studioso, allorché si fece definitivamente strada l’idea che quegli scritti dovessero costituire il filtro, il criterio di discernimento attraverso cui giudicare la bontà delle fonti e del materiale biografico sull’Assisiate.

Tali capisaldi costituiscono dunque il punto di forza di queste conferenze milanesi, nelle quali Manselli mette in luce il modo in cui era stato vissuto «il problema della povertà prima di san Francesco» (conferenza III), la vicenda di «san Francesco e il suo tempo» (conferenza i), concentrandosi anche sui rapporti intercorsi tra «san Francesco e frate Leone» (conferenza ii) attraverso l’analisi dei due testi autografi che il santo indirizzò a frate Leone e che quest’ultimo — per fortuna — conservò gelosamente, consentendo che giungessero fino a noi.

Manselli studiò con attenzione i due scritti, recandosi personalmente — dopo aver invocato «l’aiuto di un collega di paleografia» (molto probabilmente Armando Petrucci, in quegli stessi anni professore all’università di Roma La Sapienza) — sia ad Assisi che a Spoleto, dove i due originali sono conservati: la conclusione a cui gli studiosi giunsero concordemente è che «i due autografi sono indubbiamente autentici». Una conclusione in seguito confermata anche da Attilio Bartoli Langeli, il quale nei decenni successivi ha avuto modo di esaminare a fondo entrambi i testi.

Studiando la lettera conservata a Spoleto, Manselli osservava che le prime righe «sono in bella scrittura, sono molto calligrafiche, ma man mano che noi scendiamo nelle righe la scrittura si fa sempre più incerta, la mano meno sicura». Infine, confessava: «Devo confidarvi che, mentre io mi lambiccavo il cervello, l’intuizione è venuta a mia moglie, che è stata malata molti mesi, la quale mi ha detto: “Ma non vedi? È come quando io scrivevo dall’ospedale: le prime due o tre righe mi venivano bene, ma poi man mano che dovevo andare oltre, ero così debole che la scrittura mi si perdeva, mi si rompeva, per così dire, nelle mani”. Questo significa che siamo di fronte ad una letterina degli ultimi tempi di Francesco, quando gli occhi e le forze lo stavano progressivamente abbandonando».

Ho ben conosciuto, dopo la morte del professore, anche la signora Iris e mi ha commosso ripensarli insieme, presso il tavolo di lavoro del marito, mentre davanti alle riproduzioni fotografiche del documento si sforzavano di penetrarne i segreti. Mi auguro che, già ora, possano ammirare insieme san Francesco nello splendore della gloria.

di Felice Accrocca

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16 settembre 2019

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