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La scelta di Leyla

· Da El Salvador al Texas ·

Perdere il lavoro pur di non vendere titoli tossici

Pubblichiamo uno stralcio dal libro Anime belle. Il coraggio e la coscienza di uomini comuni in tempi difficili (Torino, Einaudi, 2015, pagine 215, euro 19) in cui si raccontano quattro storie — realmente accadute — di dissenso rispetto a ordini imposti dall’alto, tra il 1938 e oggi.

A Houston, in Texas, una donna di nome Leyla Wydler si appuntava una piccola spilletta d’oro sul bavero della giacca prima di infilarsi sui tacchi e avviarsi al lavoro. Sulla spilletta c’erano un’aquila e uno scudo, il simbolo aziendale della Stanford Group Company, un agente-intermediatore con sede a Houston dove Leyla era appena stata assunta come consulente finanziaria.

Edward Hopper, «Automat» (1927)

Era l’autunno del Duemila e Leyla, broker di quarantun anni, aveva ragione a sentirsi orgogliosa della sua spilletta d’oro. Nel suo bagaglio di ricordi non troppo lontani c’era il tumultuoso periodo in cui era una madre single divorziata, con due bambini piccoli da crescere, nessun lavoro e in pratica zero soldi sul conto. Ora veniva ricompensata per l’abilità con cui gestiva i soldi degli altri da una società finanziaria la cui sede faceva apparire misera al confronto l’azienda di intermediazione nella quale aveva lavorato fino a quel momento e, in realtà, quasi tutte le imprese del settore.

Nonostante l’ambiente lussuoso, Leyla non si sentiva fuori posto o non all’altezza nel suo nuovo lavoro. Posata, di bell’aspetto ed estremamente lavoratrice, portava alla Stanford un ampio portafoglio di clienti, investitori di cui aveva conquistato fiducia e lealtà con un lavoro costante e paziente. Ciò nonostante, il passaggio si stava rivelando più difficile del previsto, anche se per ragioni che in qualche modo andavano al di là del suo controllo. Leyla infatti aveva iniziato a lavorare alla Stanford poco tempo dopo che il collasso della bolla della new economy nella primavera del 2000 aveva segnato la fine del mercato rialzista degli anni Novanta. E quando la mania delle azioni di internet iniziò a calare e il valore del Nasdaq crollò, l’umore dell’industria finanziaria si incupí e stimolare le transazioni divenne più difficile.

O meglio: divenne più difficile stimolare gran parte delle transazioni. C’era un prodotto finanziario venduto dalla Stanford che non sembrava toccato dalla flessione: i certificati di deposito presso la Stanford International Bank, un’affiliata offshore con base ad Antigua che offriva rendimenti a tasso fisso tra il 7 e il 10 per cento. Questi certificati di deposito non soltanto erano redditizi: erano sicuri, si diceva, o si pensava venisse detto, ai clienti della Stanford. E per spingere la competizione all’interno della squadra dei consulenti finanziari di cui Leyla era entrata a far parte, un’e-mail interna circolava ogni tanto nella filiale di Houston con l’elenco dei nomi di tutti i broker e della rispettiva quantità di certificati di deposito che avevano venduto. I broker in cima alla lista venivano invariabilmente e pubblicamente elogiati.

Leyla non riceveva di questi elogi. Il management aveva incrementato la pressione su di lei e sugli altri broker affinché vendessero un numero superiore di certificati di deposito. Avrebbe potuto rispondere alla pressione mettendo da parte i suoi timori. Invece pretese di avere maggiori informazioni riguardo a come veniva gestito il portafoglio della Stanford International Bank. La banca operava come un fondo di investimenti, le fu comunicato. Quando Leyla volle vedere una valutazione del portafoglio dei beni della banca, le fu risposto che si trattava di informazioni proprietarie, che non potevano essere condivise. Leyla venne poi a sapere che i Lloyd’s di Londra assicuravano la banca offshore. Dopo qualche indagine, scoprì tuttavia che l’assicurazione copriva la responsabilità dei direttori e dei funzionari della Stanford, non i depositi dei clienti della banca.

Le indagini di Leyla non passarono inosservate. Il primo segnale di scontento da parte del management si manifestò quando fu spostata dal suo nuovo ufficio a una scrivania più piccola. Qualche tempo dopo fu convocata a una riunione con il suo nuovo capo e ammonita perché incrementasse la propria produttività. Il primo novembre 2002, due anni dopo la sua assunzione, fu convocata di nuovo dal management. Questa volta le venne comunicato che sarebbe stata licenziata. Non le diedero alcuna spiegazione, né la possibilità di discutere la decisione.

Il rifiuto di Leyla di farsi intimidire dal management della Stanford e l’iniziativa che prese di scrivere una lettera alla Securities and Exchange Commission fu un atto compiuto nel più puro spirito americano: un gesto di ribellione che forse non avrebbe avuto luogo in una società più gerarchica dove i lavoratori, specialmente se donne, non fossero stati abituati a sfidare i superiori, specialmente se uomini.

Leyla sapeva per conoscenza diretta quanto un atto del genere avrebbe potuto essere considerato diversamente in un’altra cultura, perché non era nata a Houston.

Era nata in El Salvador, ultima di cinque figli allevati in una società maschilista e patriarcale e in una famiglia cattolica tradizionale. In casa, mi avrebbe raccontato davanti a una tazza di caffè la mattina dopo il nostro primo incontro vis-à-vis, la voce dell’autorità era quella di suo padre, un ingegnere diventato ministro dell’Agricoltura in El Salvador, che aveva cresciuto le sue figlie a essere gentili e rispettose.

Diversamente da alcuni suoi colleghi, per lei diventare analista finanziaria non era stato semplicemente un modo per arricchirsi. Questo perché vedeva la sua professione come una vocazione, un modo per aiutare i suoi clienti — molti dei quali, come lei stessa, venivano dall’America Latina — a fare investimenti prudenti, in un mercato al riparo da quella corruzione che imperversava in altre parti del mondo. Quest’ultima convinzione era un mito, avrebbero potuto avvertirla gli scettici, soprattutto perché le regole venivano continuamente rottamate e le restrizioni alla speculazione rimosse.

C’era qualcos’altro che mi chiedevo e cioè se, dopo aver letto il rapporto dell’Office of the Inspector General, dopo aver visto che tutto quanto le era accaduto — essere licenziata, sentirsi tradita, temere per la sua vita — era stato accolto con poco più di un’alzata di spalle burocratica, avrebbe fatto ancora la stessa cosa.

Le posi questa domanda al telefono. Ci fu una lunga pausa. «Probabilmente sí — disse alla fine — Sí, lo farei di nuovo, perché — fece un’altra pausa — era la cosa giusta da fare».

di Eyal Press

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26 maggio 2019

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