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La scelta
di Duterte

· Il presidente filippino rompe con gli Stati Uniti ·

La “separazione” dagli Stati Uniti, annunciata nella notte dal presidente delle Filippine in visita di stato a Pechino, «contraddice la stretta relazione che ha sempre caratterizzato le nostre due nazioni». È il laconico commento del portavoce del Dipartimento di Stato americano John Kirby ai media che chiedevano lumi sulla dichiarazione rilasciata da Rodrigo Duterte durante l’ultimo giorno della sua visita in Cina.

Il presidente filippino è andato oltre, chiarendo che la rottura con Washington comprende il ramo economico e quello militare: «Forse non ci separeremo dal punto di vista sociale, ma di certo gli Usa hanno perso [il mio appoggio]. Ho riallineato il mio pensiero, e forse andrò anche in Russia per parlare con il presidente Putin e dirgli che siamo noi tre contro il mondo: Cina, Russia e Filippine. È l’unica strada». Durante i suoi quattro giorni in terra cinese, Duterte ha firmato accordi economici e commerciali per 13,5 miliardi di dollari. Al centro dell’agenda, la ripresa del turismo cinese nelle Filippine e una maggiore libertà di esportazione in Cina di frutta e verdura. Non solo: previsti per il prossimo semestre diversi nuovi colloqui a livello ministeriale per l’acquisto di armamenti da parte di Manila «in grado — ha chiarito il presidente filippino — di dare nuova dignità al nostro esercito». Ma l’allontanamento dagli Stati Uniti e il nuovo corso con la Cina sono di certo il suo risultato più eclatante, soprattutto perché garantiscono a Pechino un alleato contro la temutissima espansione americana in Asia. Duterte gioca su un sentimento molto diffuso nel continente asiatico: la sensazione di non avere più bisogno del patrocinio statunitense per affermare la propria dignità nazionale. Si tratta di un sentimento condiviso sin dalla metà del secolo scorso nelle aree del sud-est asiatico, che hanno vissuto sulla propria pelle le guerre americane, e nella Cina post-rivoluzione maoista. Ma ora inizia a prendere corpo anche in quegli Stati — come Filippine e Giappone — che hanno vissuto l’ultimo mezzo secolo al fianco di Washington dal punto di vista diplomatico e militare. 

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

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16 settembre 2019

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