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E se si raccontasse la storia del romanzo?

· Delude la trasposizione cinematografica di "Suite francese" di Irène Némirovski ·

Che cimentarsi nella trasposizione cinematografica di un romanzo come Suite Francese — acclamato capolavoro di Irène Némirovsky sull’occupazione nazista della Francia e strettamente intrecciato alle tragiche vicende personali dell’autrice, ebrea di origine ucraina morta ad Auschwitz nel 1942 — sarebbe stata un’operazione insidiosa doveva essere chiaro anche al regista britannico Saul Dibb. Il quale però non ha rinunciato alla ghiotta occasione, riuscendo tuttavia solo in parte nell’impresa. Mentre infatti l’ambientazione risulta azzeccata, con una messinscena dal sapore classico, la narrazione non si è sottrae alla scelta più facile e per questo più rischiosa: focalizzarsi sul secondo dei due capitoli del romanzo, Dolce, riducendo un’opera ampia, ancorché incompiuta, al racconto dell’amore impossibile e scandaloso tra una giovane francese e un ufficiale tedesco. 

Una scena tratta dal film

Una scelta anche comprensibile, vista la trama incompleta del romanzo, ma che alla fine non rende giustizia della grandiosità dell’affresco che l’autrice aveva intenzione di realizzare e che in parte aveva già realizzato, scrivendo su quanto accadeva sotto i suoi occhi in Francia. Némirovsky stava infatti dando vita, in segreto, a un romanzo popolare, con la grande Storia a fare da sfondo alle vite di uomini comuni i cui destini si incontravano intrecciandosi fino a essere travolti dal dramma di una intera nazione. Prima dell’arresto e della deportazione l’autrice riuscì a comporre solo i primi due capitoli dei cinque progettati: Tempesta di giugno, sulla fuga in massa dei parigini prima dell’arrivo dei tedeschi, e Dolce. Il Seguito sarebbe stato Captivitè, l’unico dei tre incompiuti dei quali la scrittrice aveva delineato anche la trama, mentre per gli ultimi due aveva abbozzato solo i titoli — Batailles e La paix — che apparivano più come una speranza che come una scelta dettata dalla realtà.
Il film è ambientato in un piccolo paese, Bussy, dove la giovane e bella Lucile Angellier (Michelle Williams) vive con la suocera (Kristin Scott Thomas), donna aristocratica tanto dispotica quanto meschina, nell’attesa di ricevere notizie del marito partito per la guerra, ma sposato solo per compiacere il padre. La soffocante quotidiana monotonia viene interrotta prima dall’arrivo dei parigini sfollati e successivamente dai soldati tedeschi, che cominciano a occupare le case. All’abitazione degli Angellier viene destinato un giovane e colto ufficiale, Bruno von Falk (Matthias Schoenaerts). All’inizio, anche per non urtare la sensibilità della suocera, Lucile ignora l’ospite, ma gradualmente la comune passione per la musica li avvicinerà, facendo brillare la scintilla di un amore inopportuno, proibito, dall’esito incerto. E fra tradimenti e segreti, la donna sarà chiamata a combattere la sua battaglia interiore.
Dibb, apprezzato dalla critica per Bullet Boy e noto per La Duchessa (un Oscar per i costumi nel 2009), punta dunque sul melodramma, consegnandoci una trasposizione piuttosto didascalica, per quanto ben confezionata, di un’opera che avrebbe meritato una diversa sensibilità per superare proprio la sua incompiutezza. La regia, invece, prendendosi qualche libertà e costruendo un finale tutto sommato abbastanza credibile, si accontenta tuttavia della semplicità.
Semplicità che non si ritrova nel romanzo, la cui storia in fondo s’intreccia con quella della tragica fine dell’autrice. 

di Gaetano Vallini

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26 maggio 2018

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