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La scacchiera
e il giocatore

· Un immaginario metafisico ·

Il 24 agosto ricorrono i centovent’anni dalla nascita di Jorge L. Borges. In tutta la sua opera aleggia una certa nostalgia di Dio che prende costantemente la forma della interrogazione, della domanda, ma forse sarebbe meglio dire, per usare il suo lessico, della «cifra». Egli infatti si rivela e al contempo si nasconde dietro i tanti infiniti che i suoi racconti e le sue narrazioni evocano, da quelli che traggono il loro sviluppo dal tempo: «Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità» (Il giardino dei sentieri che si biforcano) a quelli spaziali della biblioteca: «L’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore [...], non può essere che l’opera di un dio» (La biblioteca di Babele).

Continuamente il Dio di Borges si lascia intuire dietro i paesaggi metafisici che la sua opera ripropone. Naturalmente, come nei quadri di De Chirico, è la sua Assenza a evocarne la Presenza. Le clessidre, gli specchi, i labirinti che come tanti emblemi occupano le sue storie si connotano come punti di discontinuità, come delle «crepe» attraverso le quali Egli «si affaccia e attende» (Bagliore inatteso). Inutile tuttavia cercare di dare un nome a questo Dio o tentare una presa. Come scriveva lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita: «Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio, ma qualcuna delle sue opere che esistono e che si conoscono» (Epistola i, PG 40,1065).

Anche il Dio di Borges non sfugge a questa condizione, che lo obbliga a una trascendenza irriducibile come dimostra la poesia La scacchiera, nella quale il poeta costruisce una similitudine tra le pedine di una scacchiera e il giocatore che le muove: come le prime dipendono dalle scelte dello scacchista così questi dipende dalle mosse di Dio, tuttavia il gioco dei rimandi non si arresta qui perché il poeta si chiede: «Quale dio dietro a Dio la trama inizia / di tempo e sogno e polvere e agonie?».

È vero, nella sua metafisica venata di immanentismo, il mondo e la realtà fenomenica rendono manifesto Dio attraverso le loro infinite modificazioni, ma Borges, quasi mostrando il limite di ogni panteismo, lascia intendere che il molteplice nel quale Dio si rivela comprende anche il paradosso della sua negazione. Egli infatti essendo i molti per mezzo dei quali si esplicita, non sa cosa è, smarrisce la sua identità, risultando incomprensibile persino a se stesso, tanto che l’esito di questa autoanalisi è un terribile «Io sono nessuno» di Dio, pronunciato quasi come un grido in un serrato dialogo con Shakespeare (Tutto e nulla).

Per questo motivo, per questo scacco gnoseologico a cui non solo l’uomo ma anche Dio vanno soggetti, la rappresentazione di Dio a cui Borges approda è quella aniconica di «un dio senza volto che sta dietro gli dei» (L’Aleph), un Dio che rimane celato in una «nuvola di non-conoscenza (gnóphos tēs agnosías)» per citare ancora lo Pseudo-Dionigi (De mystica teologia 1,3; PG 3, 1001).

L’immaginario creativo di Borges continua a riverberare una figura di Dio, che diventa tanto più precisa quanto più se ne cancella il volto. C’è tuttavia un volto di Dio che costantemente si affaccia nell’opera dello scrittore argentino, ed è quello di Cristo. In una poesia de L’elogio dell’ombra il Nazareno è colto con tratti di umanità che comunicano una grande commozione perché inducono a pensare con nostalgia ai gesti semplici della vita che egli ha condiviso con quella di tutti gli uomini come sentire «il sapore del miele e della mela, / l’acqua nella gola della sete, / il peso di un metallo nel palmo della mano, / la voce umana, il rumore di passi sull’erba, / l’odore della pioggia in Galilea, / l’alto grido degli uccelli» (Giovanni i,14). Al di là, però, di questo dato empatico, anche stavolta quella che il poeta argentino offre è una rappresentazione in qualche modo “cifrata” di Cristo. Scrive infatti Borges che noi «abbiamo perduto quei lineamenti, / come si può perdere un numero / magico, fatto di cifre abituali; / come si perde un’immagine / nel caleidoscopio». Di questo Volto rimane per così dire una memoria, una traccia, nella molteplicità dei volti che si incontrano per strada: «Il profilo di un ebreo nella ferrovia sotterranea / è forse quello di Cristo; le mani che ci porgono alcune monete / a uno sportello forse ripetono quelle dei soldati che un giorno / lo inchiodarono alla croce. / Forse un tratto del volto crocifisso / si cela in ogni specchio...». Ogni volto non fa che riflettere, seppure in maniera infinitamente parziale, quel Volto del quale tuttavia non si conservano immagini e figure forse perché sia più facilmente intuibile quell’Uno che ne è all'origine: «Forse il volto morì, si cancellò, / affinché Dio sia tutto in tutti». Su ogni volto io posso scorgere un frammento di Assoluto, di Verità, di Infinito, a questo rimanda il Volto di Cristo, intuito sui visi umani.

In questo modo il poeta bairense ricostruisce una rappresentazione assolutamente originale di quel Volto stampato sul velo della Veronica che il pellegrino andava a contemplare in occasione dell'ostensione del Giubileo del 1300, come narra Dante in Paradiso XXXI, 108, che è il verso che dà appunto il titolo alla poesia citata. Così simmetrica alla nostalgia di Dio, c'è una nostalgia del Volto che finisce per rendere simile l’anziano Borges al «vecchierel canuto et biancho» di Petrarca, che «viene a Roma, seguendo ‘l desio, / per mirar la sembianza di colui / ch’ancor lassú nel ciel vedere spera» (Canzoniere, Sonetto 16). In un testo che appartiene all’ultima fase della sua esistenza, datato Kyoto 1984 (due anni prima della morte avvenuta nel 1986), il poeta argentino, chiuso nella tenebra della cecità, ammette di non vedere questo volto ma confessa che «insisterà a cercarlo / fino al giorno / dei suoi ultimi passi sulla terra» (Cristo in croce). Il cerchio in Borges non si chiude mai, il viaggio non si conclude, l’opera rimane sempre aperta. Il Volto di Cristo non avrà mai una rappresentazione adeguata alla Trascendenza che incarna e la ricerca trova nella misura in cui non si conclude mai: «Cerca per il piacere di cercare, non per quello di trovare...» (Frammenti di un vangelo apocrifo). 

di Lucio Coco

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