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La santità
in ogni luogo e tempo

· 50° anniversario della Congregazione delle cause dei santi ·

A colloquio con il cardinale prefetto Angelo Becciu

Non sforna santi a getto continuo, ma è la struttura specializzata nel riconoscerli. Porta avanti questo compito con grande accuratezza, perizia e rigore scientifico. È una sorta di “metal detector” della santità, che sa riconoscere il vero dal falso. È l’organismo a cui ci si rivolge quando si deve verificare se un fedele ha vissuto nella santità o se è stato semplicemente un buon cristiano, non al punto tale da venir proposto a modello per la Chiesa universale.

«Lodate il Signore dai cieli»  (icona del xvii secolo)

Del ruolo e dei compiti della Congregazione delle cause dei santi parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano» il cardinale prefetto Angelo Becciu, in occasione del 50° anniversario del dicastero, che ricorre l’8 maggio.

A mezzo secolo dalla fondazione del dicastero, è il momento di tracciare un bilancio dal punto di vista pastorale.

Sicuramente, il bilancio di questi decenni di attività della Congregazione è positivo, anzi, sorprendente. Lo snellimento delle procedure ha permesso di aumentare il numero delle persone proposte alla venerazione dei fedeli. Persone provenienti da tutti i continenti e appartenenti a tutte le categorie del popolo di Dio: sacerdoti, consacrati, madri o padri di famiglie, giovani, e via dicendo.

In questo arco di tempo sono nate nuove problematiche?

In effetti questo periodo ha visto il dicastero impegnato anche nell’approfondimento di alcune importanti problematiche, emerse con particolare attualità dopo il concilio Vaticano ii, tra le quali la beatificazione degli adolescenti o di coloro che hanno partecipato alle azioni belliche, ma si sono anche distinti nella vita per comportamenti coerenti con il Vangelo. Inoltre si sono fissati i criteri per la concessione ai santi del titolo di dottore della Chiesa universale e la definizione dell’offerta della vita come nuova via per la beatificazione, distinta da quella del martirio o dell’eroicità delle virtù.

Perché la Chiesa canonizza i santi?

È una tradizione antica nella Chiesa. Fin dai primi tempi, quando si spargeva la voce di qualche martire o di qualche persona che aveva vissuto in maniera esemplare il Vangelo, li si proponeva come modelli di vita a tutto il popolo e come intercessori presso Dio nelle necessità dei credenti. Essa è stata una costante che ha attraversato tutti i secoli. Si può discutere sul procedimento, sulle varie procedure applicate lungo la storia per dichiarare la santità di una persona, ma il fulcro fondamentale è che la Chiesa ha creduto sempre alla raggiungibilità della santità da parte dei suoi membri e che questi dovevano essere conosciuti e proposti alla venerazione pubblica.

Da alcuni anni le beatificazioni avvengono a livello locale. Perché questo cambiamento?

Per me è stato un cambiamento provvidenziale, perché si dà occasione alle Chiese locali di essere protagoniste nella preparazione spirituale, pastorale e liturgica dell’evento. È una festa di popolo in cui si può toccare con mano la fede viva della gente. Il nuovo beato — o la nuova beata — diventa facilmente conoscibile, i credenti lo sentono più vicino, come uno di loro. Celebrare la cerimonia in loco aiuta poi a distinguere la canonizzazione dalla beatificazione. I due riti prima si celebravano a Roma, adesso, dopo le istruzioni di Benedetto xvi, le beatificazioni, presiedute da un rappresentante del Santo Padre, si svolgono nelle Chiese locali e le canonizzazioni, invece, sono presiedute dal Papa prevalentemente a Roma. La decisione di differenziare i due riti fu saggia e va ad arricchimento della Chiesa.

Come vengono coinvolte le Chiese locali nel cammino per il riconoscimento della santità di una persona?

È compito delle Chiese locali percepire, discernere e accogliere le testimonianze sul fumus sanctitatis da cui una persona alla sua morte è stata avvolta. Quando si fa insistente la voce popolare che un fedele, sia esso un sacerdote, un consacrato, un laico, un padre o madre di famiglia è morto in odore di santità, il vescovo del luogo dovrà istituire un tribunale che raccolga e valuti le testimonianze scritte e orali utili a dare fondamento alla fama di santità diffusasi in loco. Una volta terminato il processo diocesano, tutti i documenti raccolti verranno inviati a Roma perché si dia inizio alla fase romana.

Ha ancora senso parlare di esercizio eroico delle virtù cristiane in società spesso secolarizzate?

Per la società secolarizzata già parlare di santità è difficile, immaginiamo soffermarsi sull’illustrazione delle virtù che devono essere vissute in maniera eroica! Certamente è uno sforzo che tutti dobbiamo fare per spiegare una materia tanto delicata quale quella riferentesi alla santità con i termini attualmente in uso nella Chiesa. Questo però non toglie che si possa avviare una riflessione sull’opportunità di proporre una terminologia più adatta alla mentalità moderna.

A volte il dicastero viene accusato di essere una «fabbrica di santi». Qual è la risposta a questa critica?

L’espressione «fabbrica di santi» può essere anche simpatica se presa nel senso positivo, cioè intesa quale luogo in cui si lavora tanto per arrivare alla seria e onesta presentazione di persone degne di essere proposte come sante. Avendo, grazie a Dio, un alto numero di candidati, la parola «fabbrica» richiama l’idea di una rotativa in continuo movimento, con un’annotazione importante però: qui non si fa un lavoro accelerato a scapito della precisione, dell’approfondimento, della serietà. Ogni processo di beatificazione e canonizzazione ha i suoi tempi. L’ansia di finire in qualsiasi modo non ha senso e non esiste. Ci sono i tempi delle indagini, quelli dell’ascolto dei testimoni, della stesura delle Positiones, dell’esame da parte dei consultori teologi e, a secondo delle cause, dei consultori storici. Vi sono poi i tempi dei periti medici quando si tratta di esaminare un miracolo di guarigione. Il tutto poi, se questi passaggi sono stati positivi, passa alla sessione ordinaria dei membri della Congregazione, cioè dei cardinali e vescovi. Terminato tutto questo processo, l’ultima parola spetterà al Papa, alla cui approvazione il prefetto della Congregazione sottoporrà le varie cause. Esse sono tante (attualmente, le cause in corso nella fase romana sono quasi millecinquecento, mentre quelle in fase diocesana sono più di seicento) e il fatto stesso che non tutte vadano in porto dimostra la serietà delle procedure.

di Nicola Gori

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24 agosto 2019

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