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La santità è lo scopo di vita di ogni cristiano

· Benedetto XVI all'Angelus nella solennità di Tutti i Santi richiama la memoria dei fedeli defunti ·

La grazia della santità ci aiuta a sopportare prove dell'esistenza terrena, come «la fame e la sete di giustizia, le incomprensioni, le persecuzioni». Lo ha ricordato Benedetto XVI rivolgendosi ai fedeli riuniti in piazza San Pietro lunedì 1 novembre, solennità di Tutti i Santi, per la recita dell'Angelus.

Cari fratelli e sorelle!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita ad innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla pienezza della vita divina che ci attende. «Siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» ( 1Gv 3, 2): con queste parole l'apostolo Giovanni ci assicura la realtà del nostro profondo legame con Dio, come pure la certezza della nostra sorte futura. Come figli amati, perciò, riceviamo anche la grazia per sopportare le prove di questa esistenza terrena — la fame e sete di giustizia, le incomprensioni, le persecuzioni (cfr. Mt 5, 3-11) — e, nel contempo, ereditiamo fin da ora ciò che è promesso nelle beatitudini evangeliche, «nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell'uomo che Gesù inaugura» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret , Milano 2007, 95). La santità, imprimere Cristo in sé stessi, è lo scopo di vita del cristiano. Il beato Antonio Rosmini scrive: «Il Verbo aveva impresso se stesso nelle anime dei suoi discepoli col suo aspetto sensibile ... e con le sue parole ... aveva dato ai suoi quella grazia ... con la quale l'anima percepisce immediatamente il Verbo» ( Antropologia soprannaturale , Roma 1983, 265-266). E noi pregustiamo il dono e la bellezza della santità ogni volta che partecipiamo alla Liturgia eucaristica, in comunione con la «moltitudine immensa» degli spiriti beati, che in Cielo acclamano in eterno la salvezza di Dio e dell'Agnello (cfr. Ap 7, 9-10). «Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino» (Enc. Deus caritas est , 42).

Consolati da questa comunione della grande famiglia dei santi, domani commemoreremo tutti i fedeli defunti. La liturgia del 2 novembre e il pio esercizio di visitare i cimiteri ci ricordano che la morte cristiana fa parte del cammino di assimilazione a Dio e scomparirà quando Dio sarà tutto in tutti. La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo. Al riguardo, san Gregorio di Nissa affermava: «Chi ha creato ogni cosa nella sapienza, ha dato questa disposizione dolorosa come strumento di liberazione dal male e possibilità di partecipare ai beni sperati» ( De mortuis oratio , IX, 1, Leiden 1967, 68).

Cari amici, l'eternità non è un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità dell'essere, della verità, dell'amore (cfr. Enc. Spe salvi , 12). Alla Vergine Maria, guida sicura alla santità, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo la sua materna intercessione per il riposo eterno di tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione.

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