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La Santa Sede
dopo il primo
conflitto mondiale

· L'azione religiosa e diplomatica di Benedetto XV ·

Cento anni dopo la fine della prima guerra mondiale è venuto il tempo di riflettere anche sulle conseguenze dei trattati di pace, conseguenze tuttora presenti sullo scenario europeo e medio orientale: è questo il tema del convegno Santa Sede e cattolici nel mondo postbellico (1918-1922), organizzato dal Pontificio Comitato di scienze storiche, in collaborazione con l’Accademia di Ungheria e la Pontificia università lateranense. I lavori, inaugurati il 14 novembre alla Lateranense, proseguiranno nello stesso ateneo. A tenere la relazione di apertura sulle sfide della diplomazia vaticana dopo la guerra sarà il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin (del cui intervento anticipiamo larghi stralci), mentre giovedì mattina Claude Prudhomme parlerà su papa Benedetto XV e il ripensamento della strategia missionaria, e Mirosław Lenart (università di Opole) di monsignor Achille Ratti nunzio in Polonia e visitatore apostolico in Russia. Nel pomeriggio Adriano Dell’Asta (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) illustrerà la nascita dell’impero sovietico, Rocco Buttiglione parlerà della nascita del popolarismo cattolico in Europa (a pochi mesi dal centenario della nascita del Partito popolare italiano) e Johan Ickx (Archivio storico della Segreteria di Stato) di monsignor Pacelli dopo la prima guerra mondiale, attingendo al materiale appena pubblicato nel libro Diplomazia segreta in Vaticano (1914-1915). Eugenio Pacelli e la resistenza alleata a Roma (Siena, Cantagalli, 2018, pagine 304, euro 24). Il giorno seguente Gianpaolo Romanato (università di Padova) parlerà della Questione romana, Pierantonio Piatti (Pontificio Comitato di scienze storiche) delle canonizzazioni, Aldo Mola (università libera di Bruxelles) di massoneria e nuovo ordine del mondo e Michel Fourcade (università Paul Valéry Montpellier III) dei “grandi convertiti” del primo dopoguerra.

«La catastrofe dell’Austria è spaventevole e al tempo stesso mirabile. La sua missione storica era finita. Ora comincia in Oriente un’epoca nuova. Senza impero turco, senza impero austriaco, senza zarismo, la situazione prende una piega tutta nuova, misteriosa, che attrae l’attenzione dello storico e del filosofo (...) Ma il mondo che si profila, se è diverso non è meno interessante (...) Certo, il campo è sterminato e l’avvenire offre tante possibilità».

Le parole piene di emozione, che il giovane diplomatico pontificio Ermenegildo Pellegrinetti, più tardi nunzio apostolico a Belgrado e cardinale, affidò, nell’autunno del 1918, mentre prestava servizio accanto al visitatore apostolico in Polonia Achille Ratti, il futuro Pio XI, al suo diario, lasciano trasparire l’atmosfera impregnata di apprensioni e aspettative che regnava nella diplomazia benedettina, quando il primo conflitto mondiale volgeva al termine. Si sentiva la chiara consapevolezza di assistere a sconvolgimenti di inaudita profondità, ma anche l’ottimismo cattolico pronto ad aprirsi ai nuovi cammini, che avrebbero forse messo in movimento le certezze di ieri e comportato sfide per il domani, ma anche dischiuso nuove prospettive alla missione della Chiesa. (...)

L’ordinamento nuovo che si profilava all’orizzonte poteva diventare «promessa e guarentigia di bene intesa ed onesta libertà, o strumento della peggiore delle tirannidi a seconda che saranno informati a principii schiettamente cristiani od a quelli di un laicismo miscredente ed ateo» avvertiva «L’Osservatore Romano» del 1° gennaio 1919, all’alba del primo anno postbellico. Fu proprio questo bivio rispetto al quale il Pontefice vide un fondamentale compito della sua azione sia religiosa-pastorale sia politico-diplomatica e che si apprestò a compiere, coadiuvato da una piuttosto piccola ma fedelissima schiera di diplomatici, a quel tempo ancora tutti italiani, formatisi nel vecchio mondo diplomatico di cancellerie, salotti e lingua dotta, e da un giorno all’altro costretti ad adattarsi ad ambienti, linguaggi e interlocutori nuovi.

La prima, fondamentale tappa su questo cammino fu la pace. Era naturale che la diplomazia pontificia, che durante la guerra tante forze dedicò alla restaurazione della pace, cercasse anche dopo la fine delle ostilità anzitutto il vero consolidamento della pace e il suo presupposto fondamentale — la distensione degli spiriti. È ben noto che le trattative di pace si svolsero senza la partecipazione della Santa Sede, esclusa per via dell’articolo 15 del Patto di Londra, ma anche per l’intervento delle forze laiciste decise a osteggiare un’interferenza religioso-ecclesiastica negli organismi internazionali. Ciò nonostante, Benedetto XV non rinunciò a quelle uniche carte che gli rimanevano per intervenire: la parola pastorale nei pronunciamenti pubblici, la mobilitazione dell’opinione pubblica cattolica e la presenza, almeno ufficiosa, dei suoi rappresentanti diplomatici.

Ancora prima che si fosse radunata la Conferenza di pace, nella breve enciclica Quod iamdiu del 1° dicembre 1918, Benedetto XV, preoccupato per lo spirito di imposizione e di rancore che traspariva dai preparativi del raduno parigino, avvertiva che il compito del futuro Congresso sarebbe stato quello di combinare una pace giusta e duratura e invitava i vescovi a far pregare perché vi si concretasse «quel gran dono di Dio ch’è la vera pace fondata sui principi cristiani». Al contempo, il Pontefice inviò il capo della sua diplomazia, l’abile segretario per gli affari ecclesiastici straordinari Bonaventura Cerretti, in Francia, Belgio, negli Stati Uniti e in Inghilterra per promuovere da parte degli episcopati nazionali e dell’opinione pubblica cattolica un’azione sui rispettivi governi nel senso desiderato dalla Santa Sede. Quando la conferenza di pace si radunò a Parigi, Cerretti, seppure escluso dalle trattative stesse, rimase presente nella capitale francese per due mesi e riuscì a mitigare la sorte dei luoghi santi e delle missioni cattoliche tedesche nelle colonie delle quali la Germania sconfitta fu privata, e anche ad avviare discreti contatti con gli interlocutori italiani per districare lentamente l’irrisolta questione romana.

Quale era il contenuto concreto della visione pontificia di una nuova sistemazione europea, per la quale l’instancabile Cerretti cercò di sensibilizzare l’opinione cattolica nelle grandi potenze, era ben riconoscibile già dalla famosa Nota di pace di Benedetto XV del 1° agosto 1917: il rispetto della giustizia e dell’equità nei rapporti fra gli Stati e i popoli, la rinuncia alle compensazioni reciproche, il rispetto del naturale principio di nazionalità e delle legittime aspirazioni dei popoli, il giusto accesso ai beni materiali e alle vie di comunicazione a tutti, la riduzione degli armamenti, l’arbitrato come strumento pacifico di risoluzione dei conflitti. Significativamente, il Pontefice preferì, anziché di giustizia, parlare di equità, ossia della giustizia animata dalla carità cristiana, facendo appello al fondamentale precetto evangelico dell’amore del prossimo e del perdono delle offese, ma anche a quello politico dell’impossibilità di realizzare richieste massimaliste che non erano in grado di assicurare la convivenza umana e minacciavano di suscitare, una volta ripresosi l’avversario, reazioni rovinose per la pace e per gli stessi vincitori di ieri.

Questo monito ai vincitori perché non abusassero della loro forza del momento indicava anche i limiti entro i quali la Santa Sede avrebbe approvato i trattati di pace: erano benvenuti perché sanzionavano la cessazione delle ostilità e aprivano le possibilità di rinnovata collaborazione tra i popoli, ma accettati con perplessità e critica, quando la pace rimaneva sulla carta anziché nei cuori degli uomini e le esigenze della carità cristiana non erano soddisfatte. Un simile dualismo contrassegnò anche la valutazione della neonata Società delle Nazioni. Il suo carattere universale e il suo scopo di tutelare la pace assomigliavano fin troppo alle proposte dello stesso Benedetto XV (il disarmo, la sicurezza collettiva, l’arbitrato obbligatorio) per non attirare la sua benevolenza, così come il suo carattere liberal-laicista radicato nell’ideologia dell’umanitarismo laico, gli influssi della massoneria internazionale che subiva e l’esclusione del Pontefice da questo organo internazionale, non potevano non suscitare riserve e distanze, non impedendo comunque ai diplomatici papali di sostenere singole iniziative volte a buon fine.

Una delle sfide più grandi per la diplomazia papale postbellica rappresentò il crollo della plurisecolare monarchia asburgica. Sebbene la Santa Sede non si facesse illusioni sullo stato interno della monarchia danubiana, impregnata dell’eredità giuseppinista e dalla tradizione giurisdizionalista «falsamente ritenuta da alcuni il baluardo della Chiesa cattolica», come scrisse il fondatore del Partito Popolare Italiano Luigi Sturzo, dalla secolarizzazione progredita e da scissioni nazionali e ideologiche, lo sfacelo dell’ultima grande potenza che si riconosceva cattolica non poteva non causare preoccupazioni alla Santa Sede. Ciò nonostante, già pochissimi giorni dopo l’armistizio di Villa Giusti il Pontefice incaricò il capo della sua nunziatura apostolica a Vienna, monsignor Teodoro Valfrè di Bonzo, a «mettersi in rapporti amichevoli colle diverse nazionalità dello Stato austro-ungherese che si sono recentemente costituiti in Stati indipendenti». Alla rappresentanza più nobile del Papa presso la corte degli Asburgo, mutata da un giorno all’altro in un improvvisato centro d’azione mitteleuropeo, toccò così il compito centrale di procurare alla Santa Sede le informazioni così dolorosamente mancanti e di costruire nuovi canali per un’efficace comunicazione e azione diplomatica, in modo da salvaguardare gli interessi della Chiesa e, attraverso una rapida azione in tempi cruciali, di assicurarle il debito posto nelle nuove compagini statuali. (...)

Fu una situazione intricata e una sfida difficile che la diplomazia pontificia dovette affrontare con scarsa conoscenza e scarsi mezzi, ma con coraggio e senza pregiudizio alcuno, riuscendo presto a consolidare la situazione, grazie anche all’opera svolta dai nuovi diplomatici apostolici, personaggi straordinari, quasi tutti divenuti cardinali o persino Pontefici: Achille Ratti e Lorenzo Lauri in Polonia, Clemente Micara e Francesco Marmaggi in Cecoslovacchia, Lorenzo Schioppa e Cesare Orsenigo in Ungheria, Ermenegildo Pellegrinetti nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (più tardi Jugoslavia), Francesco Marmaggi e Angelo Maria Dolci in Romania, e tanti altri.

Non meno drammatiche furono le sfide procurate dalla rivoluzione bolscevica in Russia, che spazzò via il governo zarista con la sua persecutoria ostilità nei confronti della Chiesa cattolica, sostituendolo, dopo una breve fase di aspettative ottimiste nel Palazzo apostolico, da un regime oppressivo e nemico della legge divina e naturale mai conosciuto prima. Quando il regime sovietico si rivelò sorprendentemente durevole e la situazione dei cattolici entro i suoi confini sempre più drammatica, e quando persino il regime sovietico, mosso dal bisogno di consolidamento, scoprì i vantaggi politici del riconoscimento diplomatico del Papa, la diplomazia vaticana non ebbe il timore nemmeno di entrare in contatto con i rivoluzionari bolscevichi in frac e iniziare delle trattative diplomatiche per assicurare la sopravvivenza al cattolicesimo nell’Unione Sovietica. Le trattative fallirono, ma la Santa Sede riuscì almeno a inviare nell’Unione Sovietica un’imponente missione caritativa, contribuendo in tale modo a salvare migliaia di vite umane. Il cristianesimo in Russia e nell’Unione Sovietica rimase comunque una delle preoccupazioni maggiori di tutti i Pontefici del travagliato XX secolo.

Nonostante tutte le difficoltà e la continuazione della situazione di inferiorità diplomatica legata all’irrisolta Questione romana, la guerra e gli sviluppi immediatamente postbellici, la stretta imparzialità, le vaste azioni di mediazione, di pacificazione e di assistenza e il generoso amore per l’uomo e per tutti i popoli, aumentarono il rispetto e il prestigio di cui godeva il papato e la sua diplomazia e rafforzarono le sue posizioni sullo scacchiere internazionale. Detto in semplici termini aritmetici, mentre all’inizio del pontificato, nel settembre 1914, la Santa Sede aveva relazioni con solo 17 stati, prima della morte di Papa Della Chiesa, nel gennaio 1922 il numero dei partner diplomatici salì a 27, tra cui non soltanto i nuovi stati che sentivano il bisogno del sostegno del sovrano più antico e dell’autorità morale del Papa, ma anche le grandi potenze staccatesi prima della guerra dai rapporti con il Papa come la Francia o la Gran Bretagna, oppure la Repubblica di Weimar, che abbandonò il vecchio sistema in cui gli stati di Prussia e di Baviera mantenevano propri rappresentanti a Roma e ospitavano i nunzi sul proprio territorio, e allacciò i rapporti diplomatici a livello centrale. Di nuovo divenne evidente che, nonostante tutte le nubi all’orizzonte, il Signore non cessava di assistere la Sua Chiesa. Quando il nunzio apostolico a Vienna Valfrè di Bonzo, spaventato per gli eventi dell’autunno 1918, scrisse al Papa Benedetto XV, suo amico di gioventù, una lettera piena di ansia, il Pontefice, pieno di ottimismo nutrito dalla fede, gli rispose: «...gli uomini dicono che tutto dipende dagli avvenimenti, io dico, che siamo nelle mani di Dio: e non vorrà Ella soggiungere che “siamo in buone mani”?».

di Pietro Parolin

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20 settembre 2019

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