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​La salvezza di Cristo permane nella storia

· ​I lavori del seminario «Da Roma alla Terza Roma» ·

Ci sono eventi nella storia che hanno un carattere epocale in quanto l’umanità avverte come la propria vicenda, con essi, abbia assunto orientamenti nuovi e fino a quel momento imprevedibili. Nell’ambito della civiltà mediterranea, fin dall’età antica, si è guardato a Roma come a una realtà segnata dal singolare destino di divenire comune patria di molte genti, rese nel diritto compartecipi dei medesimi diritti (consortia iuris). Non a caso la fondazione della città romulea da mitica narrazione delle origini poté trasformarsi in punto di riferimento con cui ordinare (ab Urbe condita) il succedersi cronologico degli accadimenti umani. Ben si comprende, quindi, come la violazione della città a opera dei Visigoti di Alarico nel 410 sia stata considerata un segno di significato anzitutto religioso, al punto da spingere Agostino a elaborare una nuova interpretazione del tempo e della storia, tutta incentrata nella trascendente Città di Dio.

Il monastero di Eleazar a Pskov

Non stupisce pertanto che pure nel caso della Nuova Roma, Costantinopoli, la violazione delle sue mura il 29 maggio 1439 abbia analogamente suscitato nell’intero Commowealth romano-orientale una ricca letteratura, in cui presentimento dell’eschaton e utopiche profezie di riscatto venivano intrecciandosi. È in tale contesto che attorno al 1523 lo starec Filofej del monastero di Eleazar, nella regione di Pskov, venne formulando il suo ben noto enunciato in merito alla indefettibilità di Roma, di cui ai suoi occhi era tangibile manifestazione la indefettibilità dell’ortodossia del gran principato di Mosca. Sicché la sua affermazione «La Terza Roma sta» costituisce anzitutto una professione di fede nella permanenza della salvezza di Cristo nella storia, quella salvezza compiutasi sotto l’Impero romano e in esso radicatasi. Si tratta di convincimento, in cui si fonda il compito di Mosca di dare a tale salvezza luminosa testimonianza nell’attesa dell’eschaton: «Non ve ne sarà una Quarta».

Su questi grandi temi si è incentrato il recente seminario di studi storici dedicato alla dottrina della Terza Roma, svoltosi in Campidoglio nei giorni 15 e 16 aprile. Le sue sedute si sono svolte sotto la presidenza del cardinale Raffaele Farina, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa, di Vladislav Zypin, presidente della Commissione storico-giuridica della Chiesa ortodossa russa, di Riccardo Cardilli, direttore del Centro studi eurasiatici dell’Università di Roma «Tor Vergata», e di Franco Vallocchia, della «Sapienza» di Roma. Alla presenza del cardinale Giovanni Battista Re, gli interventi introduttivi sono stati tenuti da Jurij Petrov, direttore dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle scienze di Mosca, e da Pierangelo Catalano, promotore primo con Paolo Siniscalco dei seminari «Da Roma alla Terza Roma» nonché responsabile dell’Unità di ricerca «Giorgio La Pira» del Cnr. Tra gli oratori, oltre a chi scrive, figuravano Aleksandr Zadornov, prorettore dell’Accademia teologica di Mosca, Oleg Ulyanov, Umberto Roberto, Giorgio Vespignani, Marcello Garzaniti, Marija Pljuchanova, Elena Beljakova, Andrej Beljakov, Silvia Toscano, Roberto Valle, Irina Ustinova, Dimitrij Lisejtsev, Adriano Roccucci, Filippo Santi Cucinotta.

Nella comunicazione di apertura Siniscalco ha efficacemente mostrato il radicamento scritturistico e patristico del testo di Filofej, testo che in modo assai eloquente si conclude con un richiamo all’Apocalisse, ossia alle cose ultime, nella cui luce diviene più chiaro il senso profondo del presente. È ben noto come l’originaria configurazione “escatologica” dell’idea di Terza Roma abbia conosciuto anche una declinazione in senso storico-istituzionale. Nel documento sinodale di costituzione del patriarcato russo nel 1589, il testo di Filofej è espressamente richiamato — ed Enrico Morini nel suo contributo al seminario lo ha ricordato — per avvalorare la dignità imperiale della città di Mosca, dignità ratificata dall’incoronazione di Ivan iv nel 1547, che stabilì un primato istituzionale, cui successivamente fu ritenuto confacente affiancare un’idonea primazialità ecclesiastica: il patriarcato.

Opportuna appare qui una specifica segnalazione delle riflessioni canonistiche ed ecclesiasticistiche formulate in merito alla dottrina della Terza Roma da Raffaele Coppola. Sul piano strettamente dottrinale lo studioso ha evidenziato la non estraneità sussistente fra la reinterpretazione da lui offerta degli aspetti “romanistici” di quella stessa dottrina e quanto affermato dalla costituzione conciliare Gaudium et spes al paragrafo 82 in merito all’autorità pubblica universale. Oltre a ciò dall’oratore è stato mostrato come il principio della “laicità relativa, storica, ponderata”, accolto dalla Corte di Strasburgo, esprima, nella distinzione degli ambiti, l’esigenza di una reciproca collaborazione tra autorità civile ed ecclesiastica per la promozione dell’uomo e per il bene della società: un concetto che può considerarsi, in un certo qual modo, adombrato in nuce nel richiamo alla symphonia presente nella Novella vi giustinianea.

Per cogliere la piena attualità della dottrina della Terza Roma nella presente congiuntura storica, il seminario non ha mancato di ricordare la significativa testimonianza offerta dalla igumena Elisaveta (Beljaeva), spentasi nel 2010. Testimone del passaggio dall’ateocrazia sovietica alla libertà religiosa, dal 1995 ella si dedicò alla riedificazione del monastero che era stato di Filofej, divenendone la prima igumena e impegnandosi in una rinnovata presentazione del messaggio dell’antico starec. In lei l’idea di Terza Roma si è fatta riflessione spirituale, condotta nella prospettiva delle realtà ultime, configurandosi come responsabilità religiosa che incombe all’ortodossia russa, chiamata a rendere testimonianza a Cristo di fronte al mondo per la salvezza di tutta l’umanità.

Si è trattato dunque di un seminario di studi storici, ma non dimentico del presente; si potrebbe dire che in esso si è venuti ricercando nel passato quella lucida consapevolezza che fu di coloro i quali, come Filofej, si sforzarono di spingere il loro sguardo oltre la storia e, così facendo, seppero elaborare un patrimonio ideale e strumenti concettuali idonei ad affrontare efficacemente le grandi sfide del loro tempo.

di Cesare Alzati

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16 dicembre 2019

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