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Mi chiamerò Bonifacio

· La scelta di Benedetto Caetani ·

Una delle domande più intriganti nella biografia di Bonifacio VIII riguarda il nome da lui scelto quando fu eletto sul soglio di Pietro. Già, perché il Pontefice che più di ogni altro avrebbe riaffermato con fermezza e convinzione la plenitudo potestatis papale, non scelse per sé un nome che lo ponesse in continuità diretta con predecessori come Gregorio VII o Innocenzo III? Perché il Pontefice dell’Unam sanctam — colui che avrebbe sostenuto (1302) che «in questa unica e sola Chiesa [appunto la Chiesa visibile, quella militante] ci sono un solo corpo e una sola testa, non due, come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro» — non aveva preso il nome di Gregorio, fatto suo da quell’Ildebrando che nel Dictatus papae aveva dichiarato che solo il romano Pontefice poteva «usare le insegne imperiali» e che solo a lui «tutti i principi» dovevano «baciare i piedi» (Proposizioni VIII-IX)? E perché non si era chiamato Innocenzo come Lotario di Segni, il quale aveva proclamato che, «come la luna riceve la sua luce dal sole, e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità» (Sicut universitatis conditor, 1198)?

Giotto, «Bonifacio VIII indice il Giubileo del 1300» (Roma, San Giovanni in Laterano, 1300 circa)

Studiosi autorevoli ne spiegano i motivi collegando tale decisione a Bonifacio IV (608-615), il Papa che aveva chiesto e ottenuto dall’imperatore Foca che il Pantheon fosse trasformato in una chiesa cristiana. In tal modo, Benedetto Caetani aveva finito per scegliere un nome che, oltre a consentirgli di «distinguersi da tutti i suoi predecessori immediati», gli permetteva pure di «soddisfare il suo innegabile gusto per un ritorno all’antico» (Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Einaudi, 2003).

Motivazione acute, che non mancano del loro fondamento. Ritengo, tuttavia, che a fornire il movente principale alla scelta di Papa Caetani sia stata piuttosto la difficile situazione nella quale egli venne a trovarsi con la sua elezione, seguita a una rinuncia come quella di Celestino V che molto fece discutere e che produsse non poche tensioni nel corpo della cristianità. D’altronde, la determinazione di non lasciare che Pietro del Morrone riprendesse liberamente la propria strada, ma di trattenerlo presso di sé, mostra la coscienza che aveva Bonifacio VIII di essere stato chiamato a fronteggiare una situazione non facile.

Un percorso in salita, dunque, per un uomo indubbiamente dotato, dal carattere forte e sanguigno. I nemici certo non gli mancarono e la sua personalità era tale da accrescerli. Al termine di un travagliato tragitto, l’oltraggio di Anagni gli riservò un finale inglorioso e dopo la morte i suoi nemici non esitarono ad attribuirgli anche colpe di cui non si era macchiato.

In realtà il limite più vistoso di Bonifacio VIII fu un altro. Nella lettera Super Petri cathedram, elaborata in contemporanea ai tragici eventi anagnini, aveva riaffermato davanti al mondo di essere lui — chiamato a sedere sul trono di Pietro — il vicario di Cristo cui spettava giudicare piccoli e grandi. Secondo Arsenio Frugoni, in quell’occasione egli aveva ritrovato «gli accenti solenni della tradizione della Chiesa» (Il giubileo di Bonifacio VIII, Laterza, 1999); a ben vedere, in una così severa riaffermazione della plenitudo potestatis papale, Bonifacio mostrava di essere ormai al di fuori del proprio tempo e invano si ostinava a ribadire un ordine delle cose superato dalla storia.

 Felice Accrocca

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18 settembre 2019

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