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​La saggia lentezza
della poesia

· A colloquio con Giampiero Neri ·

Con i suoi 92 anni Giampiero Neri è il decano della poesia italiana, un maestro schivo e “irregolare”, molto amato per la sua scrittura tersa e sapienziale.

Fotografia di @Davide Coltro

Neri ha iniziato a pubblicare tardi, sulla soglia dei 50 anni, dopo una vita passata a lavorare in banca, sorprendendo subito la critica per l’originalità dell’ispirazione. All’uscita della sua opera prima, L’aspetto occidentale del vestito (Guanda, 1976), Giovanni Giudici sul «Corriere della sera» lo accolse così: «Neri ha scritto pochissime poesie e non sarà mai un autore “eloquente” nel senso della quantità, ma per la densità di esperienza da cui deriva e su cui si apre il suo avaro e austero discorso è come se ne avesse scritte (ne ha scritte) moltissime e infatti il senso più profondo della sua invenzione si svolge piuttosto al “come” che non al “che cosa”».
Neri scrive poesie come cammei: è interessato alla storia, al multiforme volto del male, ai sentieri nascosti della memoria. Maurizio Cucchi, introducendo l’Oscar (2007) delle Poesie di Neri scriveva: «Pratica una forma di libera (o aperta) narrazione in versi che coinvolge pienamente il lettore nelle sue misteriose profondità, nei sui enigmi. Neri, infatti, presenta personaggi e situazioni, arricchisce il suo testo di scene e dettagli concreti, di cui si avverte il grande fascino e la complessità interna, anche se il percorso — potremmo dire: la trama — risulta spesso quasi indecifrabile. In questo si può riconoscere l’appartenenza di Neri a un tempo storico nel quale la spinta a un rinnovamento tende a smontare i meccanismi tradizionali, l’ordine di una consequenzialità logica immediatamente ravvisabile del racconto o del tessuto lirico».
Abbiamo dialogato con Giampiero Neri nella sua casa milanese di piazzale Libia e per l’occasione ci ha donato tre prose inedite che confluiranno nel nuovo libro Piano d’Erba.

Oggi molti pensano che non si possa più scrivere poesia, forse invece il nostro tempo ha bisogno di poesia… 

La poesia si accompagna ai tempi lunghi. Cioè non alla velocità, ma al suo contrario, di cui mi pare che tutti noi sentiamo la necessità. La poesia soddisfa questo nostro bisogno di “tempo ritardato”, di tempo meditato. E tutto il resto vada pure con la velocità, che sembra ormai avere il dominio di questo nostro tempo. La lettura della poesia dovrebbe coincidere con una riflessione su un diverso tempo possibile, egualmente presente, ma più profondo e non destinato all’oggi, ma che ci possa seguire in futuro. 

Hai paragonato il poeta alla figura di Giovanni Battista, perché? 

Perché non ci sono i grandi ascolti, non per niente si parlava di una “voce che grida nel deserto”. E il deserto è il pubblico della poesia, che non è proprio un deserto completo, ma è fatto di pochi o di tanti anche che trovano pochi momenti per riflettere su quanto sta a cuore agli uomini. Ho spesso accostato la poesia alla ricerca della verità, perché richiede tempo, concentrazione, qualità che oggi non sono di moda. Viviamo tempi mercantili, in cui il tempo è denaro, ma chi si occupa di poesia non segue il denaro, ma il tempo in profondità. Sa che non si serve Dio o Mammona, ma una cosa o l’altra. O questo o quello, come diceva Kierkegaard.

Il tuo rapporto con i Vangeli?

Una lettura straordinaria, infinita: non si finisce mai di leggere i Vangeli perché sono sempre nuovi, sempre attuali, presenti, eppure obliati dalla quotidianità, poi all’improvviso una citazione, un’immagine ce li riporta vivi davanti agli occhi. L’episodio che amo di più è quello dell’adultera, perché ci mette di fronte alle nostre miserie, siamo tutti peccatori e quindi non dobbiamo giudicare… 

Un film sui Gesù che hai amato

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, anche se qualche interpretazione la lascio a Pasolini. È un film molto teso e in fondo autentico.

Autori da riscoprire per il nostro tempo?

In primo luogo Manzoni, per la sua idea della Provvidenza, che mi conforta, mi nutre. È importantissimo, nella nostra letteratura piena di pessimismi è forse l’unico a ricordare la Provvidenza. Oggi i tempi forse sono più propensi a dare ragione a Leopardi, e al suo “Che fai, tu luna, in ciel? Dimmi, che fai?”, invece Manzoni ci rassicura, perché c’è Qualcuno che “ci vede” e “ci provvede”. Foscolo si domandava nei Sepolcri “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?”… il sonno della morte, la vanità del tutto, queste cose ci conducono alla disperazione, invece Manzoni ci dà un messaggio di speranza. Alcuni pensano a Manzoni come a una sorta di don Abbondio della letteratura, ma era tutt’altro che un don Abbondio, era piuttosto Fra Cristoforo.

L’autore su cui ritorni più spesso?

Pasternak e il suo Dottor Zivago, il nucleo di quel libro è il nostro destino, così simile alle foglie che cadono dagli alberi. C’è anche una poesia di Ungaretti su questo tema… 

Perché hai scelto gli animali come àmbito privilegiato della tua ricerca letteraria?

Mi sono sempre apparsi come il mondo altro, come i nostri parenti più poveri. E però sono nostri parenti, è quindi un piacere conoscerli e avere con loro un rapporto non superficiale, di interesse, di solidarietà.

Pittori e scultori preferiti?

Tra i pittori mi viene in mente Raffaello e tra gli scultori Arturo Martini, di lui amo Il ritorno del figliol prodigo. Ha una poetica di povertà di segni e di allusioni metafisiche. 

Classici che consiglieresti ai ragazzi?

L’Iliade, Dante, Machiavelli e Manzoni.

Il libro che stai leggendo adesso?

Sto rileggendo le Confessioni di Agostino.

Progetti per il futuro?

Conto di continuare a scrivere, che vorrebbe continuare a pensare, finché mi sarà possibile.

di Alessandro Rivali

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17 novembre 2019

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