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La saggezza si acquista con la sofferenza

· Proseguono gli esercizi spirituali in Vaticano ·

Il male, il dolore, la colpa sono manifestazioni del limite della creatura umana, tuttavia, i grandi mezzi di comunicazione ci insegnano tutto sulle mode e sui modi di vivere, ma ignorano ogni interrogativo e risposta di senso dell’esistenza. È entrata nel vivo la seconda parte degli esercizi spirituali alla Curia Romana, alla presenza di Benedetto XVI, tenuti dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Mercoledì mattina, 20 febbraio, il porporato ha iniziato a delineare i tratti del «Volto dell’uomo», a cominciare dall’«uomo credente» e dall’«uomo creatura fragile».

Lo ha fatto partendo dall’ultima delle sette lettere dell’Apocalisse, quella diretta alla Chiesa di Laodicea in Asia Minore. «Sembra — ha detto il cardinale — il ritratto di molte comunità cristiane contemporanee, ma anche della stessa società in cui siamo immersi». In essa viene evidenziata la tiepidezza, la superficialità, la mediocrità, la banalità. «Non è immorale, ma amorale», ha affermato il porporato. Alla fine della lettera, la «nausea» per questa condizione si dissolve e appare il Cristo che «passa per le strade del mondo» e si accosta a una porta e bussa. Il rimando è alla simbologia «amorosa dell’innamorato che sta alla porta dell’amata, la quale si mostra ritrosa ad aprire». Questa scena manifesta «il primato della grazia, la cháris che diventa caritas». Se Cristo «non passasse e non bussasse, noi resteremmo chiusi nella nostra storia solitaria e autonoma». In questa scena entra un nuovo elemento, ha detto il porporato. «Sta a noi ascoltare quel bussare e quella voce che chiama». C’è chi rimane chiuso e sceglie  di non essere disturbato e ignora quella voce. «È questo — ha detto —  il momento della libertà umana, della pístis, la fede che accoglie la cháris, la chiamata, il dono, la teofania».

Nella seconda meditazione della mattina, il cardinale ha spiegato un altro volto, quello dell’«uomo creatura fragile». L’esperienza del dolore ha «provocato tutte le teologie ed è divenuta la sostanza di infinite preghiere in tutte le religioni». A questo proposito, il porporato ha fatto notare che quasi un terzo del salterio è «costituito di suppliche  personali o di lamentazioni comunitarie». Perché? si chiede l’uomo lacerato dal dolore. L’orante dei salmi dà «voce a tutti noi quando sperimentiamo quello che in ebraico è chiamato sar, cioè “angustia”, un vocabolo che indica una ristrettezza, una chiusura senza respiro».

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