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Saggezza
in fondo al mare

· ​Viaggio di una donna nel cuore del Sudan ·

«Non sono soltanto belle fotografie. Ma momenti di vita per raccontare una realtà del Sudan che non si conosce. Perché è ignoranza se non si sa che c’è la guerra e la povertà in Africa, ma è anche ignoranza se questo è tutto quello che sappiamo. E se continuiamo a ragionare in questo modo non soltanto stiamo negando agli africani la capacità di cultura, ma stiamo negando a noi stessi l’opportunità di imparare da essa». Cosi Enikö Nagy parla della sua mostra fotografica Sand in My Eyes – Sudanese Moments, inaugurata il 25 al Maxxi di Roma (sarà aperta fino al 6 novembre), grazie anche al supporto dell’ambasciata della Repubblica del Sudan e dell’Iccrom, che racconta una realtà sconosciuta, fatta di rispetto, solidarietà e accoglienza.

Una ragazza hawazma balla il mrdoum durante un matrimonio a Um Barambita (pendici dei Monti Nuba)

Incontro Nagy proprio al museo di via Guido Reni: è una donna esile dallo sguardo aperto e diretto. Genitori ungheresi, è nata in Romania nel 1979 ed è cresciuta in Germania fino a quando un giorno nel 2007, dopo essersi laureata in pedagogia sociale, è partita per l’Africa orientale con un lavoro per conto dell’agenzia tedesca per lo sviluppo. Destinazione Sudan. «Ho passato due anni a El Obeid dove sono stata in contatto soltanto con una o due persone che parlavano con me in inglese. Una vita semplice, essenziale. Ho conosciuto agricoltori e pastori nomadi, ma soprattutto il rispetto, precisi codici di condotta e una calma e una pace nuovi per me. Quando è arrivato il momento di ripartire, ho deciso di rimanere». Era il marzo del 2009.
Sei anni e 30.000 chilometri dopo, l’assistente sociale che voleva aiutare l’Africa e che ha finito per immergersi nelle profondità di una cultura sorprendente ci porta in dono un libro di ottocento pagine e questa mostra documentaria che è molto di più di una successione di immagini o una raccolta di frasi.
Come tanti altri, Nagy è arrivata in Sudan animata da buone intenzioni. Spesso si pensa all’Africa come a un continente povero, dilaniato da conflitti e violenza e che deve essere aiutato. «Tuttavia — osserva — quando si dà alle persone la possibilità di parlare di se stesse, quando si ascolta, si comincia a capire l’immensa ricchezza che hanno. E si capisce che abbiamo bisogno della loro “africanità”. Pensiamo che il nostro mondo sia sviluppato, ma abbiamo perso la capacità di ragionare che hanno i nomadi e gli agricoltori, il loro rispetto per l’ambiente, la loro forte vita comunitaria, il loro senso di giustizia»..
Il lavoro di Nagy documenta la realtà di 45 tribù e diversi gruppi etnici del Sudan, in particolare del Kordofan, nel centro del Paese, dove sono i monti Nuba. L’idea nasce a El Obeid, una città nel cuore del Sudan dove rari sono gli stranieri, e da lì Nagy comincia a organizzare il suo viaggio.
«Con i soldi che ero riuscita a mettere da parte, e in un primo momento senza l’aiuto di nessuna organizzazione, volevo documentare la vita quotidiana dei sudanesi, volevo immergermi nella loro cultura. Ho lasciato la carriera e la sicurezza iniziando il mio viaggio in Sudan come un semplice essere umano». E Nagy ha camminato e camminato. E mentre camminava attraverso il cuore del Paese ha aperto il coperchio di uno scrigno di stili di vita, culture e filosofie diverse. Ha scattato 26.000 fotografie e raccolto 2.500 testi tra proverbi, leggende, miti, storie, canzoni e altri segni di tradizione orale. «A poco a poco, tutte le porte si sono aperte — spiega—. Ho frequentato cerimonie di sciamani, ho partecipato a matrimoni, pasti, ho imparato a relazionarmi nel rispetto della cultura locale, ho imparato la loro lingua, ho viaggiato con i loro animali. Mi sono seduta insieme a capitribù, sceicchi, sultani e capi villaggio per ascoltare. Ho condiviso la vita dei nomadi e dei contadini come se ne facessi parte. Ho conosciuto tantissimi aspetti della ricca cultura sudanese. È stata un’esperienza unica che mi ha fatto conoscere proverbi, brani di poesie e racconti che riflettono la grandezza e l’umanità dei sudanesi. L’immagine del Sudan che raggiunge l’esterno è molto distorta, si parla soltanto di povertà e di conflitto: è molto importante parlare della guerra, ma se si parla soltanto della guerra è come se alla fine la guerra vince. Viaggiare in questo Paese, conoscere, ascoltare e incontrare la gente mi ha mostrato un Sudan ricco di valori e di umanità».


 di Rossella Fabiani

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16 dicembre 2017

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