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La saggezza
di un rabbino

· In un libro di Catherine Chalier su un testimone dell’hassidismo ·

Catherine Chalier nella sua impegnativa ricerca dedicata ai grandi testimoni dell’hassidismo, traduce dall’ebraico una silloge di due grandi opere Il libro della colonna della verità e Il libro della verità e della fiducia di rabbi di Kotzk (Le Rabbi di Kotzk (1787-1859). Un hassidisme tragique , Paris, Arfuyen, 2018, pagine 134, euro 15).
Si apre così nella considerazione o semplicemente nella percezione immediata dell’hassidismo, con le sue vene pittoresche e dense di folklore, una dimensione diversa che richiede una sosta di riflessione, perché ha segnato la filosofia ebraica dal XVIII fino all’inizio del XX secolo. 

Yisroel Hopsztajn, fra i più importanti chassidisti del xviii secolo  con i discepoli (1800 circa)

Menahem Mendel Halperin Morgenstein nacque nel 1787 a Goraz, ora in Polonia, in una famiglia che si opponeva al hassidismo ma che gli offrì una educazione sia religiosa che laica. A Lublino, quando viveva con il celebre veggente di Lublino, egli giudicò molto severamente le capacità taumaturgiche del Maestro, tanto da abbandonarlo, senza il suo consenso, per studiare con uno dei suoi discepoli — il santo ebreo Rabbi Jacob Isaac — in cui trovava l’esigente hassidismo che cercava: «Un hassidismo con l’accento sullo studio della Torah e del Talmud e, quanto è essenziale per Rabbi Menahem Mendel, sulla necessità per ciascuno di trovare la propria via verso Dio».
Per questo affermava: «Guardare il cielo senza guardare in se stesso non è sufficiente. Si tratta di diventare un luogo in cui possa abitare l’ispirazione della Shekina, della Presenza divina».
Si legò poi, alla morte del Maestro, al suo discepolo Rabbi Simha Bunem per raccoglierne il testimone e proseguire nel suo insegnamento, in una “corte” molto povera: «Egli voleva che lo studio trasformasse i suoi discepoli e la sua severità era molto grande se ne scordavano l’esigenza».
Per ragioni poco chiare o impossibili da chiarire, nel 1839 si recluse in una stanza della sua casa fino al 1859, anno della sua morte, ricevendo ben pochi visitatori.
Il Rabbi non ha lasciato quasi nessun testo, perché «ha bruciato alcuni suoi scritti, trasmette una tradizione», quindi aforismi e commenti attribuitigli sono stati raccolti dai suoi discepoli.
Chalier sottolinea come non si tratti di “testi di prima mano” ma «testimoniano la recezione delle parole di Rabbi Menahem Mendel di Kotzk», senza data, molto brevi. Quindi difficilmente collocabili cronologicamente nel percorso della sua vita, in cui vibrava «la passione interiore, l’anima non cede in effetti sotto la pressione delle difficoltà talvolta temibili nate “dall’esteriorità”, intendendovi le condizioni materiali, economiche e sociali della vita cui non accordava alcuna importanza oppure i giudizi dispregiativi o laudatori d’altri su di sé».
L’esperienza del tragico in lui non iniziò a causa di uno dei possibili incidenti accaduti, ma «l’abitava da molto tempo». Il rabbi parlava infatti della necessità di avanzare con «un piede nel cielo e un piede sulla terra», pur sapendosi «circondati dall’abisso».
Per Chalier «il tragico non fu ricercato come tale dal rabbi di Kotzk, risultava dalla prova della solitudine, dal suo sentimento di non riuscire a condividere la ricerca della verità con i suoi discepoli, tranne con Rabbi Isaac Méir e suo genero il rabbi di Sochatcov».
Il tragico quindi emerge dalla constatazione della difficoltà della vita «fra una ricerca ostinata della verità e un’assenza di fiducia in un avvenire migliore, sia privatamente sia collettivamente, in un mondo sottomesso ai rischi delle passioni umane».
Il Rabbi viveva però con la forte consapevolezza che «è di chi non è schiavo di nulla in questo mondo, di colui che sente in lui una libertà staccata da tutte le cose, che proviene da questa voce che chiama: “Una voce grida nel deserto: preparate la via dell’Eterno” ( Isaia 40, 3)».

di Cristiana Dobner

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19 maggio 2019

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