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La road map della pace

· Il cardinale Jean-Louis Tauran sul viaggio del Papa in Libano ·

Benedetto XVI ha indicato la strada della pace. Ora spetta  a quanti hanno in mano le sorti del Medio Oriente  decidere se imboccarla —  e così porre fine alle sofferenze dei  popoli che abitano quella travagliata regione — oppure continuare a lasciare spazio alla violenza, alimentata anche dalla strumentalizzazione di convincimenti religiosi che con la violenza non hanno nulla a che fare.  È una consapevolezza, quella del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio  per il Dialogo Interreligioso, maturata nei suoi lunghi anni di esperienza a capo del dicastero vaticano: cristiani e musulmani non hanno oggi, come non hanno mai avuto, problemi di convivenza nella vita di tutti i giorni. «I problemi — dice nell’intervista rilasciata al nostro giornale al rientro dal viaggio del Papa in Libano, al quale egli ha partecipato quale membro del seguito — sono altri. Molti sono causati dal fondamentalismo, un nemico non solo per i cristiani ma per gli stessi musulmani».

Prima di partire per il Libano ci ha parlato del «dialogo della quotidianità» tra cristiani e musulmani, diverso dal dialogo che impegna le commissioni ufficiali. Avendo vissuto l’esperienza del viaggio del Papa, ci può dire se e in quale misura  questo dialogo potrebbe  essere determinante per la convivenza tra queste due realtà religiose in Medio Oriente?

Direi che al momento questa forma di dialogo è salita di tono e ha coinvolto anche i capi. Per sincerarsene è stato sufficiente vedere con quale familiarità e calore i responsabili delle quattro grandi comunità musulmane hanno accolto il Papa e lo spirito di amicizia che ha caratterizzato l’incontro nel Palazzo presidenziale.  Sono stati proprio loro i primi a dire che  non sarebbe possibile concepire il Libano senza i cristiani. Lo stesso mufti sunnita, proprio a conclusione dell’incontro, ha chiesto esplicitamente al Pontefice di lanciare un appello a tutti i cristiani affinché non lascino il Libano. Una cosa molto importante, oltre che bella. E Benedetto XVI, sottolineando l’esemplarità del Libano,  ha chiesto di fare tutto quanto è nelle loro possibilità per esportarne il modello anche oltre i confini, in tutto il Medio Oriente. Dunque, in questo senso si è trattato di un incontro molto positivo.

E i giovani cristiani e musulmani, accogliendo insieme il Papa, hanno dato la dimostrazione della concretezza di questo modello.

Direi proprio di sì. Quello con i giovani è stato un incontro molto significativo. Essi hanno dimostrato che la convivenza pacifica di cristiani e musulmani non è un’utopia. L’entusiasmo di quella gioventù, abituata a convivere con la sofferenza imposta dall’odio, mi ha molto commosso. Erano l’uno accanto all’altro a festeggiare il Papa  e a gridargli: «ti amiamo». Così come mi ha commosso la dolcezza di questo Papa, anziano ma giovane nell’anima, che mostra di trovarsi perfettamente a proprio agio con i giovani. Punta molto su di loro e lo dimostra in ogni circostanza.

Ha parlato della dolcezza del Papa. Molti commentatori hanno però sottolineato in modo particolare il suo coraggio.

Ho una mia convinzione: il Papa appartiene alla stirpe dei profeti. Una stirpe che non ha paura di nulla perché sa dove deve andare la luce. Benedetto XVI sa dove deve portare la luce e lo fa.

Quanto questa visita potrà influire sui futuri sviluppi del dialogo tra cristiani e musulmani?

Intanto Benedetto XVI ha dimostrato ancora una volta grande rispetto per l’islam e per la sua cultura. Per di più ha sottolineato con vigore l’apporto dato dai cristiani, insieme ai musulmani, alla nascita e alla formazione della cultura araba in generale. Ha rinverdito il ricordo dei tempi in cui cristiani e musulmani vivevano insieme in molti luoghi.  Egli crede nella possibilità di tornare a quella convivenza.

Di tutt’altro tono il severo giudizio nei confronti del fondamentalismo.

Il fondamentalismo  è un nemico comune per i cristiani e per gli stessi musulmani. Esso distrugge anziché costruire. Basti pensare che mentre  in Libano vivevamo questa bella esperienza di dialogo  tra cristiani e musulmani, in altre zone del Medio Oriente c’era chi continuava a fomentare l’odio, a incitare alla violenza, a chiedere altre vittime. Dunque non esagero se dico che il fondamentalismo islamico costituisce un pericolo per tutti.

Un pericolo che si concretizza nei tanti episodi di violenza che continuano a  ripetersi nonostante gli appelli alla pace e nonostante la gente comune manifesti desiderio di pace. Perché secondo lei?

Indubbiamente è un fenomeno strano e inspiegabile. O forse anche troppo spiegabile. Quando si parla con la gente comune, in qualsiasi Paese del Medio Oriente, si percepisce la sincerità del loro desiderio di pace, di vivere insieme condividendo la quotidianità, gli stessi problemi, le stesse angosce e sofferenze, le stesse gioie. In passato ci sono stati anche contrasti. Ma oggi le cose sono radicalmente cambiate e si nota questa voglia di stare insieme. Forse molte cose prescindono dalla volontà dei cristiani e dei musulmani stessi.

Significa che vi potrebbero essere motivazioni al di sopra e al di fuori della convivenza tra cristiani e musulmani?

Posso ripetere quello che ha detto il Papa parlando ai politici e agli altri capi religiosi quando ha sottolineato che la fede autentica non può condurre alla morte. E questo gli uomini di fede lo sanno. Ma sanno anche che, come ha detto il Pontefice, «l’inoperosità degli uomini perbene non deve permettere al male di trionfare. E il non fare nulla è ancora peggio». Ecco, il non fare nulla per evitare che altri facciano «è ancora peggio».

Cosa le è rimasto più impresso dei discorsi del Papa in Libano?

Sono stato in questo Paese tante volte: prima come semplice cittadino francese, poi come professore, poi impegnato per tanti anni in nunziatura. Dunque ho potuto notare che oggi c’è una generazione che dà più fiducia. Mostra un grande entusiasmo e soprattutto la volontà di restare. Hanno chiesto aiuto a tutti, anche al Papa. Li ho sentiti ripetere «noi siamo nati qui, questa è la nostra terra, qui ci sono le nostre case, vogliamo restare qui». Mi ha fatto molto piacere sentire il Pontefice reclamare questo loro diritto e chiedere alle Chiese sorelle aiuti concreti perché essi possano realizzare questo loro desiderio. Sostanzialmente io credo che questo viaggio sia stato un grande successo, soprattutto dal punto di vista spirituale, ma ha anche segnato una mappa precisa della strada da percorrere  per giungere finalmente alla pace. Adesso spetta ai popoli mediorientali dimostrare il coraggio di percorrerla fino in fondo.

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23 aprile 2019

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