Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La rivoluzione montiniana

Furono i quindici anni di pontificato di Paolo VI ad aprire le porte del cardinalato alle nuove Chiese d’Africa, Asia e Oceania. Quando morì Giovanni Battista Montini, infatti — il 6 agosto 1978 — i cardinali aventi diritto al voto (entrò allora in vigore per la prima volta la norma che escludeva gli ultraottantenni) erano 114, con una rappresentanza delle nuove Chiese di 26 cardinali, molto più alta rispetto ai conclavi precedenti: 13 africani, 9 asiatici e 4 giunti dall’Oceania. Finalmente una presenza consistente, in grado di farsi sentire e di condizionare l’elezione. E infatti è quello il collegio cardinalizio che, dopo la brevissima parentesi di Giovanni Paolo I, ruppe il monopolio italiano del papato, eleggendo prima un polacco, poi un tedesco e quindi un argentino. Fu il pontificato di Montini, insomma, il punto di svolta della Chiesa verso la mondializzazione.

Pablo Picasso, «La povertà» (1903)

Ma anche da un altro punto di vista possiamo verificare la portata quasi rivoluzionaria del regno dell’ex arcivescovo di Milano. Pio XII, che pure aveva viaggiato molto prima dell’elezione, da sommo Pontefice non uscì mai da Roma se non per brevi soggiorni a Castel Gandolfo (dove avvenne il suo decesso). Giovanni XXIIIaveva trascorso ben trent’anni della sua vita fra Bulgaria, Turchia e Francia. Ma nei cinque anni in cui fu a capo della Chiesa si allontanò da Roma solo per recarsi a Loreto e Assisi. Invece Paolo VI, che in precedenza non era stato un appassionato viaggiatore, da Papa visitò ogni angolo del mondo. Fu il primo Pontefice a servirsi degli aerei. Tra il 1964 e il 1970, quando fu bloccato dalla malattia che gli rese difficile la deambulazione, visitò paesi di tutti i continenti. E in particolare di quello che veniva definito il Terzo Mondo.

L’enciclica Populorum progressio, di cui ricordiamo il cinquantenario della promulgazione, sta proprio al centro di questa rivoluzione montiniana. Non solo perché dilatò su scala planetaria l’insegnamento sociale della Chiesa, ma anche perché affrontò questioni che sarebbero diventate il perno del dibattito negli anni successivi.

L’elenco potrebbe allungarsi a piacere: la liceità o meno della violenza per respingere ingiustizie che sono «ingiurie alla dignità umana»; la necessità di arginare il crescente divario fra nord e sud del pianeta attraverso prestiti, trasferimento di esperti e tecnologie, donazioni; la denuncia dei guasti provocati dal colonialismo (cui non furono estranei errati comportamenti dei missionari), ma anche la difesa dell’apporto alla crescita di intere popolazioni fornito dalla cultura europea; il rilancio su scala planetaria dell’idea che la proprietà non è un diritto inalienabile, ma una funzione sociale passibile di limitazioni; la necessità dell’intervento forte dello stato per arginare sprechi e ingiustizie; la condanna della fuga all’estero dei capitali, «a esclusivo vantaggio personale»; il superamento della sovranità statuale a favore di una più vasta comunità internazionale caratterizzata da solidarietà e assistenza reciproca.

Ma molti altri temi che fanno parte della nostra cultura globalizzata sono chiaramente enunciati da Paolo VI: la ferma condanna del nazionalismo e del razzismo; il dovere di lottare contro l’analfabetismo, perché «un analfabeta è uno spirito sottoalimentato; la questione demografica, stretta fra la «tentazione» degli stati di adottare «misure radicali» di freno e l’obbligo, ribadito dal Papa, di non coartare la libertà dei genitori di «decidere sul numero dei loro figli».

Tutti temi che il Papa aveva già anticipato in un appuntamento fondamentale del suo pontificato, preparatorio a questa enciclica: il discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, a New York, dell’ottobre 1965, quello in cui definì la Chiesa «esperta di umanità», che parlava al mondo a nome dei morti e dei vivi: i morti «caduti nelle tremende guerre passate», i vivi «delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità». E gli stessi concetti espresse due anni dopo l’enciclica, quando parlò a Ginevra all’Organizzazione internazionale del lavoro.

L’intera agenda che avrebbe travagliato il mondo a venire, fino ai giorni nostri, è passata in rassegna in questo documento, espressivo come pochi altri dell’umanesimo, della modernità, della laicità che furono tipiche di Montini. L’enciclica uscì nel pieno del dibattito postconciliare, quando stava per esplodere la rivolta giovanile del ’68. In Italia divampava la polemica attorno all’obiezione di coscienza, rinfocolata dalla dirompente presenza di un uomo come don Lorenzo Milani, che morirà tre mesi dopo la pubblicazione della Populorum progressio, divorato dal cancro. Ma la forza profetica del prete di Barbiana è emersa dopo, allora rimaneva una figura ai margini, più ribelle che costruttore. Sui grandi temi contemporanei la Chiesa era divisa e il comunismo, di marca sovietica o cinese, calava barriere insuperabili, che talora bloccavano anche gli spiriti più lungimiranti.

In questo clima, l’enciclica montiniana fu benzina sul fuoco, uno squillo di tromba per i giovani cattolici, la conferma che le frontiere del mondo avevano ormai dimensioni planetarie e che le ideologie andavano sintonizzate su nuove e inedite lunghezze d’onda.

Nacquero innumerevoli organizzazioni non governative, frotte di giovani scelsero di operare a favore del sud del mondo, iniziò allora quella cultura dell’interscambio culturale che ha modificato — non senza eccessi e approssimazioni, va detto anche questo — le categorie intellettuali di tutta una generazione e il modo d’essere di missioni e missionari.

La Populorum progressio ha insomma nella storia della dottrina sociale cattolica la stessa importanza della Rerum novarum di fine Ottocento. Di questo testo montiniano si può ripetere ciò che Georges Bernanos scrisse a commento dell’enciclica leoniana nel Diario di un curato di campagna, attribuendolo al vecchio parroco di Torcy: «La famosa enciclica di Leone XIII Rerum Novarum voi la leggevate distrattamente, con la coda dell’occhio, come una qualsiasi pastorale di quaresima. Noi invece, a quell’epoca, caro mio, abbiamo creduto di sentire la terra tremare sotto i nostri piedi. Che entusiasmo! Questa idea così semplice, che il lavoro non è una merce, soggetta alla legge della domanda e dell’offerta, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini, come sul grano, sullo zucchero o sul caffè, tutto ciò sconvolgeva le coscienze, credimi. Per averlo spiegato sul pulpito ai miei bravi parrocchiani, sono passato per socialista».

Anche molti di noi — che allora avevamo vent’anni e ci entusiasmammo leggendo l’enciclica di Paolo VI — passarono per socialisti.

di Gianpaolo Romanato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 agosto 2018

NOTIZIE CORRELATE