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La rivoluzione della normalità

· Colloquio con Barbara Jatta chiamata a dirigere dal prossimo 1° gennaio i Musei vaticani ·

«Li chiamo tutti i giorni per sapere come stanno e come procede il lavoro, purtroppo in quelle zone la situazione è peggiore di quello che possiamo immaginare». Barbara Jatta, direttore dei Musei vaticani dal prossimo primo gennaio, racconta la collaborazione in corso tra lo staff dei restauratori dei Musei e le sovrintendenze delle zone colpite dal sisma del centro Italia. «Avremmo voluto essere presenti già quest’estate ad Amatrice — spiega Jatta — ma le difficoltà di viabilità ce lo hanno impedito. 

Barbara Jatta

In Umbria, invece, dopo il terremoto di ottobre siamo stati subito operativi. La prima fase del progetto è stata avviata grazie alla presenza sul posto di cinque nostri restauratori. Una ventina di persone hanno già confermato la disponibilità a dare il cambio ai colleghi. In questi mesi le scosse sono continuate; in alcuni casi, durante i sopralluoghi nelle chiese, i restauratori sono dovuti uscire di corsa. Le condizioni in cui operano non sono facili, dormono nelle tende come gli altri terremotati, ma il lavoro svolto è già tanto. Molte opere saranno lasciate in deposito a Spoleto, in attesa di essere portate nei nostri laboratori». La collaborazione con la soprintendente per l’Umbria Marica Mercalli continua. Un aiuto concreto è arrivato e arriverà nei prossimi mesi anche sul fronte economico; dalle zone colpite dal sisma vengono acquistati i prodotti destinati ai luoghi di ristoro interni al museo, anche grazie all’interessamento di monsignor Renato Boccardo, vescovo di Spoleto-Norcia.

A chi chiede al neodirettore se i Musei in futuro dedicheranno più attenzione all’arte povera, seguendo lo stile di Papa Francesco, Barbara Jatta risponde citando gli esempi dello Studio azzurro, installazione di videoarte inaugurata due mesi fa, e del Museo etnologico, che custodisce manufatti provenienti dai cinque continenti e riceve tuttora lasciti e donazioni.

Nel 2016, ormai quasi concluso, i visitatori hanno già superato ampiamente i sei milioni; la gestione di numeri così imponenti non è facile, ma questo non implica necessariamente misure drastiche di limitazione degli ingressi. «Penso sia meglio — continua Barbara Jatta — differenziare l’indirizzo dei flussi che pensare al numero chiuso. Per esempio si possono contattare tour operator e guide per far sì che i turisti apprezzino non solo le opere più famose ma anche parti del museo altrettanto ricche di opere uniche. Penso che la riapertura del Braccio Nuovo potrà aiutarci molto, anche dal punto di vista della logistica, a favorire visite più complete. È un peccato uscire senza aver visto il Gregoriano Profano, o il Pio Cristiano, o l’Etrusco, che non ha niente da invidiare al museo di Valle Giulia». Analizzando più in dettaglio le statistiche emerge anche un altro dato interessante: il flusso dei visitatori è in crescita soprattutto nei mesi di bassa stagione, come febbraio o novembre. Forse è una conseguenza dell’effetto giubileo, forse è una spia che l’attenzione a informare di più sta portando i suoi frutti.

Nel frattempo la complessa macchina dei Musei prosegue i suoi progetti di conservazione e restauro: dall’intervento nelle Stanze di Raffaello a quello nel Cortile della Pigna, con il recupero della cromia degli intonaci originali, ai tanti nuovi interventi dedicati alle opere di oreficeria e ai vetri romani. Senza dimenticare il fatto che anche l’arte contemporanea necessita di restauro.

Una grande mostra sulla Menorah, in collaborazione con il Museo ebraico di Roma, inaugurerà il Braccio di Carlo Magno, che cambia volto dopo tre anni di lavori: non più due piani, ma un unico spazio. «Noi saremo gli ospitanti — spiega Barbara Jatta — e ci sarà una sede anche nel Museo ebraico. Un’altra mostra sarà allestita a Lisbona in occasione del viaggio del Papa a Fátima. E tra un mese lanceremo il nostro nuovo sito web, curato da Rosangela Mancusi». Del neodirettore, Barbara Jatta preferisce dire il meno possibile. «Non è bello parlare di se stessi prima di iniziare. Quella che stiamo vedendo, in fondo, è la rivoluzione della normalità».

di Silvia Guidi

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