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La rivelazione di Bepi


· Gli anni di piombo nel giallo di Roberto Riccardi ·

Noir, giallo, poliziesco, tutte definizioni che vanno strette al più recente libro di Roberto Riccardi, La notte della rabbia (Torino, Einaudi, 2017, pagine 318, euro 18). Evento criminoso, impeccabile percorso investigativo, scioglimento graduale dell’intreccio con qualche efficacissimo colpo di scena finale: certo c’è tutto questo ma anche molto di più nel bel romanzo di Riccardi che non fugge una definizione per banale contaminazione tra generi, ma per la ricchezza e quindi la capacità espansiva della sua intensa e drammatica storia.

Un’immagine degli anni di piombo

Colonnello dei carabinieri e scrittore con una sensibilità spiccata al tema della Shoah, Riccardi ripercorre una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente, quegli anni che, con una metafora ormai consolidata, vengono definiti gli anni di piombo ma che forse, per avere sempre ben chiaro ciò che allora avvenne, è meglio chiamare con il loro nome, gli anni del terrorismo.

Siamo a Roma nel 1974 quando il gruppo eversivo denominato Sap, Squadre d’Azione Proletaria, sequestra Claudio Marcelli, autore di un progetto di riforma della legge penale e destinato a entrare nel governo come ministro. Un agguato sotto casa del professore, le raffiche di mitra che lasciano sull’asfalto il carabiniere di scorta Rosario Greco, un ragazzo di soli ventidue anni, «il più giovane di tutto il reparto». Inizia così, in una qualunque mattina romana, il dramma che dà avvio alla vicenda: una vita spezzata e un’altra in pericolo con il professor Marcelli rinchiuso in un furgone che si allontana rapidamente facendo perdere le sue tracce.

Le difficili indagini sono affidate al colonnello dell’Arma Leone Ascoli, coadiuvato da uomini che si stringono intorno a lui con determinazione e generosità facendo in ogni momento squadra. Non solo contro i terroristi, ma anche contro quei rappresentanti del potere che, per calcolo, cinismo o indifferenza, sono d’intralcio o addirittura di ostacolo. Da regista abilissimo, capace di tenere saldamente insieme i tanti fili della trama, Riccardi non si limita a dipanare il complesso percorso investigativo, ma conduce il lettore in più direzioni. Nella penombra del covo dove è nascosto il prigioniero, tra armi, deliranti volantini e insensatezza dell’odio, ma anche nelle strade di Roma dove sembrano disegnarsi due città, quella bella e luminosa di chi onestamente vive e lavora e quella crudele e segreta di un pugno di uomini sanguinari. E ancora il lettore è accompagnato, con infinita delicatezza e pena, tra i sentimenti e le riflessioni del professore sequestrato, nel dolore della figlia Valentina, nell’angoscia della moglie Anna che disperatamente tenta di ottenere dagli uomini di governo l’impegno a liberare suo marito.

Come tutti i veri scrittori Riccardi racconta i suoi personaggi — protagonisti, comprimari e comparse, nessuno escluso — più con i gesti che con le parole. Ritratti intensi, sempre credibili e autentici. Come autentica è la lingua, chiara tersa concreta e a tratti accesa da bagliori emotivi che si traducono in bellissime immagini: le case basse che non rubano il cielo, le domande sospese come uccelli posati sui rami, i ricordi simili agli arredi di una stanza appena illuminata.

Fin dalle prime pagine il lettore impara a conoscere e ad amare Leone Ascoli votato al quotidiano impegno del rispetto della legalità. Un uomo dall’intelligenza pari al cuore che ogni mattina ripete una sequenza straziante, quando poggia sulla tavola una seconda tazzina di caffè come se la moglie Miriam, scomparsa da tempo, fosse ancora lì a confortarlo della sua solitudine. Un uomo che non si arrende a quell’«onda di morte» generata dal fanatismo e che davanti al giovane carabiniere ucciso, al pensiero dei «calendari che le sue mani non avrebbero appeso alle pareti», ai giorni e agli amori che non avrebbe vissuto giura a sé stesso di catturare gli assassini.

Accanto a lui il fedele appuntato Berardi che con tenerezza di padre si accosta al corpo crivellato di colpi di Rosario Greco, si fa il segno della croce, porta «l’indice e il medio alla bocca per poi sfiorare una guancia del ragazzo». E ancora il giudice Tramontano uomo onesto, amante della buona tavola, magistrato capace e infaticabile. A legarli un’amicizia che va oltre il sodalizio professionale, la determinazione a sconfiggere il male, lo spirito di servizio.

di Francesca Romana de’ Angelis

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27 giugno 2019

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